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martedì 26 luglio 2016

Ribelli e rivoluzionari - RIBELLIONI ALL'INTERNO DI UNIVERSI CONCENTRAZIONARI

    Miloš Forman, "Qualcuno volò sul nido del cuculo" (One flew over the cuckoo's nest), 1975.

A partire dagli anni Trenta si costruisce nel cinema un archetipo narrativo basato sull'idea di ribellione giovanile all'interno di un universo collettivo e concentrazionario (la scuola, il college, il collegio religioso, la caserma, il carcere, l'ospedale psichiatrico). In questo universo identificabile con un luogo o un'istituzione, è sempre il singolo individuo a contrapporsi, a lottare o a fuggire, separandosi dal resto della collettività.
A parte alcuni titoli, in cui il finale del film termina con la fuga, il destino che attende il ribelle è un destino tragico: il ritorno alla normalità, oppure quello di soccombere o di essere strumentalizzato da altri.

Uno dei primi ad affrontare il tema della ribellione giovanile, fissandone l'archetipo, è il regista francese Jean Vigo, vicino al surrealismo cinematografico, che faceva propria l'idea di liberazione dell'uomo dai vincoli imposti dalla società civile. Con il film "Zero in condotta" (1933), Vigo costruisce lo stereotipo di una ribellione totale, uno dei primi esempi di ribellione giovanile nel cinema. Il film racconta la vita di alcuni ragazzini in un austero collegio, dove i metodi repressivi sono particolarmente severi. Quattro ragazzi, puniti con uno "zero" in condotta, decidono di ribellarsi, scatenando una battaglia, dove gli adulti hanno la peggio e i ragazzi possono correre per i tetti, finalmente liberi.


Al film di Vigo si ispirerà "I quattrocento colpi" (1959) di Truffaut, che narra l'adolescenza inquieta di Antoine Doinel, trascurato dalla famiglia, che finisce in un riformatorio, da cui riesce a scappare. Memorabile la scena finale della corsa fino al mare.


Qualche anno più tardi, in Italia, il film dissacrante di Marco Bellocchio, "Nel nome del padre" (1972), riproposto qualche anno fa in una nuova versione, riprenderà il discorso de "I quattrocento colpi" rovesciandone il segno. Ciò che nel film di Truffaut appare come volontà di ribellione autentica, nel film di Bellocchio diventa imposizione della propria idea di libertà, tentativo di dominare l'istituzione contro cui ci si contrappone. Il film è ambientato nel 1958, anno della morte di Pio XII, il più autoritario dei papi moderni, in un collegio religioso aperto a giovani della buona società. Qui arriva il giovane e ribelle Angelo Transeunti, bello, ricco, spregiudicato, convinto che ogni società sia basata sulla repressione e sulla paura, il quale inizia a mettere lo scompiglio all’interno dei comandi, sconvolgendo le severe regole e gli antiquati metodi d’insegnamento. In questo ambiente gestito da sacerdoti ultraconservatori, e in cui studiano convittori psicolabili e lavorano servitori dementi, Angelo e un altro studente, Franc, organizzano una recita al fine di irridere la repressiva tradizione del collegio e dei vetusti rituali della Chiesa cattolica. Allo spettacolo seguiranno le rivolte (non congiunte) degli inservienti (emarginati, sfruttati e derisi) e poi degli studenti. Angelo vuole distruggere l'istituzione religiosa non perché repressiva, ma perché irrazionale, anacronistica, non più adeguata ai tempi. Qui non c'è la volontà di libertà e di emancipazione che si oppone all'autorità, ma la lotta tra due diversi modelli di potere, il religioso e il tecnologico. “Nel nome del padre” è un dramma espressionista che fa esplodere una furia anarchica; il film più dirompente di Bellocchio. Due mondi sono in lotta, quello dei padri e quello dei figli. Sono in lotta anche nel senso letterale del termine: nella scena iniziale del film, Angelo e il padre che lo accompagna al collegio attraversano il porticato scambiandosi schiaffi lungo tutto il tragitto.
A questo link, una delle scene più significative del film, dove si fronteggiano le due figure principali, il vice-rettore padre Corazza e Angelo Transeunti, espressioni di due mondi in lotta: il passato, con la sua secolare tradizione e i suoi valori, e il futuro, che in realtà non vuole modificare uno status quo basato sui rapporti di forza tra le classi sociali, ma vuole prendere il posto dell'altro ai vertici della gerarchia. Il figlio che vuole detronizzare il padre ormai vecchio e sorpassato, in nome di un'idea di progresso non meno repressiva e autoritaria dell'istituzione clericale.




A questo archetipo "ribellione all'interno di un universo concentrazionario" si possono anche ricondurre il sottogenere del college-movie anglo-americano ("Se…" di Lindsay Anderson, "Another Country", "L'attimo fuggente") e certo dramma carcerario ("Nick mano fredda", "Fuga di mezzanotte", "Papillon", "Le ali della libertà", "Duvar - Le mur" del regista curdo Güney Yılmaz). Se la fuga è, almeno in qualche caso, possibile nel secondo, è invece negata nel primo. Anche una caserma è un universo concentrazionario e totalitario. Si pensi a un film come "Streamers" (1983) di Robert Altman, dove l'idea di ribellione si identifica con quella di autodifesa, la cui radice risiede più nella paura che in una rabbia distruttiva.
Anche l'istituto psichiatrico è interpretato dal cinema come istituzione repressiva. Nel bellissimo film del cecoslovacco Miloš Forman (che aveva dovuto abbandonare Praga nel '68), "Qualcuno volò sul nido del cuculo" (1975), il protagonista "sano" McMurphy introduce il germe della ribellione all'interno dell'ospedale psichiatrico, tutto ordine e pulizia, gestito con pugno di ferro dalla capo-infermiera Miss Ratched. In quel contesto, McMurphy rappresenta il disordine, che mette in crisi l'organizzazione ferrea del tempo, dello spazio e della vita di tutti i pazienti imposta dalla disciplina "medica" della clinica. Il suo goliardico istrionismo e la sua carica vitale destabilizzano l'equilibrio claustrofobico e glaciale di quel sistema. Egli è l'eroe poco di buono che si ostina a battersi pur sapendo di perdere. Alla fine McMurphy verrà piegato, ridotto a uno stato vegetativo dalla lobotomia, ma non perché malato, ma perché malato psicotico e pericoloso viene giudicato colui che si ribella all'autorità. E' questa la critica sferzante e amara di Forman: cosa è veramente la malattia mentale? E' una patologia o la diversità che si oppone a una normalità istituzionalmente codificata? Lo spegnimento cerebrale di McMurphy è una sconfitta tragica, assoluta, la fine della speranza. Ma il film non si chiude su questa rassegnazione. In uno dei finali più belli della storia del cinema, in una scena di grande potenza visiva, un altro paziente, "Grande Capo", abbatte un'uscita e fugge via dall'istituto verso la libertà, dopo aver "liberato" McMurphy dalla sua prigione catatonica.




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