martedì 26 luglio 2016

Ribelli e rivoluzionari - PRAGA 1968

    Josef Koudelka, Praga, agosto 1968.


E' l'estate umida e calda del 1968 nella città di Kafka, dove ciò che non ti aspetti sta lì dietro un angolo, pronto ad irrompere e sconvolgere una apparente normalità. Uno squillo di telefono nella notte. Un risveglio improvviso. Bisogna alzarsi, rivestirsi, appendere al collo la macchina fotografica e uscire in strada. Questa volta non per riprendere i carri degli zingari. Ci sono altri carri da fotografare. I campi degli zingari fanno parte del mondo del sogno, un passato che si ostina a chiudersi in una malinconica poesia. Quella notte invece bisogna documentare la storia, che si spalanca come una città violata da centinaia di carri armati. Sono lì per soffocare la primavera di un'utopia, quel "comunismo dal volto umano" che si è aperto a un processo di democratizzazione e di riforme, promosso da A. Dubček e sostenuto dalla popolazione. Una bomba a orologeria posizionata nel cuore del Patto di Varsavia. Nella notte fra il 20 ed il 21 agosto, mezzo milione di soldati sovietici e circa 5.000 carri armati invadono la Cecoslovacchia, soffocando la "Primavera di Praga". Quella notte aprì una ferita lunga più di vent'anni.


Nelle strade della città, in Piazza San Venceslao, tra la folla e l'esercito sovietico, si muove un fotografo. Ha trent'anni ed è giá un professionista affermato, dopo aver abbandonato la carriera di ingegnere aeronautico; non ha mai fatto il fotoreporter, ma i suoi scatti teatrali sono stati premiati dall'Unione degli artisti cechi. Quando i sovietici occupano Praga, Josef Koudelka è tornato da appena un giorno dalla Romania dove stava preparando un lungo lavoro sui gitani. Soprattutto nelle prime ore dell'occupazione, Koudelka è l'unico ad essere per le strade della cittá con la sua macchina. Grazie ad una serie di fortunose vicende, le sue foto dell'invasione riusciranno ad uscire clandestinamente dal paese dieci giorni dopo l'inizio di quegli eventi. Arrivati negli Stati Uniti, gli scatti vengono fatti vedere a Elliott Erwitt, allora presidente della Magnum Photos. Un anno dopo, in occasione del primo anniversario dell’invasione sovietica, undici di quegli scatti vengono pubblicati su “The Sunday Times”. Il reportage è firmato P.P. (“Prague Photographer”), nel timore di rappresaglie contro l'autore e la sua famiglia. All’anonimo fotografo di Praga viene assegnata la Robert Capa Gold Metal, forse il più ambito riconoscimento per un fotogiornalista, per la realizzazione di fotografie che richiedevano un eccezionale coraggio.


Dovranno trascorrere sedici anni per il riconoscimento effettivo dello scottante reportage: solo nel 1984, infatti, Joseph Koudelka ne ammetterà la paternità.
Secondo le dichiarazioni dello stesso Koudelka, nessuno in Cecoslovacchia si aspettava quell'invasione. Qualcuno pensava addirittura che in realtá ci fosse stata un'aggressione tedesca e che i russi fossero arrivati al volo per salvarli. Il 21 agosto del 1968 la gente uscí di casa senza capire cosa era successo. Molti andavano a lavoro o all'universitá. Si avvicinavano ai tank e tentavano di parlare con i soldati. I soldati, dal canto loro, nelle foto hanno facce spaesate, guardano in giro, spesso in alto... I soldati semplici erano partiti senza sapere esattamente cosa dovessero fare. Gli avevano detto che a Praga era in atto una controrivoluzione, che c'erano dei revisionisti ovunque pronti a sparare. E invece si trovarono di fronte un popolo prima spaesato, poi arrabbiato ma assolutamente pacifico.
Quella situazione si protrasse per sei giorni. Ci furono dimostrazioni, proteste, disordini, ma le sollevazioni popolari vennero scongiurate per evitare un inutile spargimento di sangue. Nonostante ciò, alcuni giovani tentarono di impedire l'avanzata dei carri armati, restando fermi in mezzo alla strada. Durante i primi due giorni, centinaia di persone vennero ferite e una ventina restarono uccise. In questa foto vediamo il gesto disperato e commovente di un uomo, il cui braccio alzato impugna un mattone, nell'atto di lanciarlo contro il tank. 


La Primavera di Praga fu definitivamente seppellita, le riforme abolite e il rogo del 19 gennaio 1969, in cui si immolò il giovane studente di filosofia Jan Palack, segnò tragicamente la definitiva perdita della libertà e della speranza di un popolo. 
Qualcuno ha descritto Koudelka in quei giorni come un "folle dallo sguardo selvaggio", con due vecchie macchine fotografiche appese al collo, aggirarsi per la città e scattare foto, piazzandosi addirittura sul tetto di un blindato. "Andavo in giro come un pazzo con le mie macchine. Non sceglievo nemmeno l'oggetto, mettevo l'occhio nell'obbiettivo e scattavo. Succedeva tutto davanti ai miei occhi, la storia mia e del mio paese stava cambiando davanti al mio obbiettivo. Mi hanno fermato varie volte, ma ogni volta anche con l'aiuto di altri, sono riuscito a sfuggire e a salvare i rullini", ha dichiarato di recente.


L’eco delle immagini della repressione di Praga è enorme. Un anno dopo la loro pubblicazione la stessa Magnum – di concerto con le autorità britanniche – ottiene un visto di lavoro per tre mesi da concedere a Josef Koudelka. In Inghilterra il fotografo richiede immediatamente asilo politico. Nel 1971 entra nell'agenzia fotografica Magnum Photos e vi rimane per più di una decade. Nomade nel cuore, continua a vagare per l'Europa, armato della sua fotocamera e con poco altro. A chi gli chiede quale sia la cosa più importante per un fotografo, infatti, Koudelka risponde: “Un buon paio di scarpe”.

Josef Koudelka, I funerali Jan Palach,  25 gennaio 1968.

Per molto tempo le sue fotografie hanno nella presenza umana una regola e una costante. Un rapporto diretto e senza barriere con la vita – vero e unico soggetto delle sue immagini – per avvicinarsi alla quale usa esclusivamente il grandangolare. Alcuni suoi lavori sono già nella storia della fotografia, e la potenza raggiunta, per esempio, nel suo progetto "Gypsies", in cui racconta il mondo degli zingari, non è stata mai eguagliata dai molti che hanno affrontato il tema. "Exiles" è un altro dei suoi libri più famosi, che racconta il suo instancabile viaggio in giro per l’Europa. Koudelka è un esule e le fotografie parlano dell’esilio: il logorio del tempo, l’alienazione dell’essere umano in paesaggi desolati. Nel 1986 Koudelka archivia la Leica e si innamora di una fotocamera panoramica, e il nuovo mezzo gli detta non solo una nuova tecnica, ma anche una nuova visione, che lui piega però a modo suo, abbondando per esempio con le panoramiche in verticale. Nasce così “Chaos”, che mostra la solitudine aspra e scarnificata di ogni forma di vita che anima paesaggi naturali e scenari urbani, deprivati della presenza dell'uomo, ma non dei suoi segni, e indagati con uno sguardo essenziale. Attraverso il Mediterraneo nasce invece “Vestiges”, che evoca le nostre origini, le radici di una civiltà e di una cultura. 
Nel 1987 Koudelka divenne cittadino francese, mentre poté tornare per la prima volta in Cecoslovacchia solo nel 1991. 

A questo link, un bel servizio su Josef Koudelka: 


Qui invece alcuni suoi scatti realizzati a Praga nel 1968: 




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