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mercoledì 3 febbraio 2016

Animali in Fotografia - I gatti atomici di Salvador Dalì


Philippe Halsman, "Dalì Atomicus", 1948.

L'avrete riconosciuto tutti: è il celebre Dalì Atomicus, eseguito nel 1948 dal fotografo Philippe Halsman. Un artista dagli inconfondibili baffetti, un suo quadro famoso, un cavalletto, tre gatti, una sedia, uno sgabello e un poderoso getto d'acqua: tutti quanti sospesi in aria, all'interno di una stanza, come se fossero stati "esplosi" da uno scoppio atomico.
Ebbene si, non è un fotomontaggio: i gatti venivano "lanciati" davvero e di lanci ne occorsero ben 28 per giungere a questo risultato. Nello studio newyorchese di Halsman, quattro assistenti e la moglie del fotografo furono impegnati, per ben 6 ore, a proiettare in aria i poveri felini e le secchiate d'acqua (da destra) e a tenere sospesa e in equilibrio la sedia (da sinistra). Halsman precisò però che non fu arrecato alcun danno alle bestiole. Mah, speriamo. Ecco, forse i gatti di oggi non lo sanno, ma dovrebbero essere molto felici dell'esistenza di Photoshop!

domenica 31 gennaio 2016

Animali in Fotografia - La Genesi di Sebastião Salgado

Southern elephant seal calves at Saint Andrews Bay. South Georgia, 2009 © Sebastião Salgado/Amazonas Images.
L'ultima fatica di Sebastião Salgado, Genesi, iniziato nel 2003, è frutto di otto anni di lavoro e oltre trenta reportage in ogni parte del mondo.
Il materiale è suddiviso in cinque sezioni, corrispondenti a cinque parti del globo: Pianeta Sud (Argentina e Antartide), Africa, I Santuari del Pianeta (Madagascar, Galapagos, Papua Nuova Guinea e i territori degli Irian Jaya, che custodiscono una biodiversità particolarissima), Le Terre del Nord (Alaska, Canada, USA, Siberia), l'Amazzonia e il Pantanal.

giovedì 28 gennaio 2016

Animali in Fotografia - Mary Ellen Mark

Considero Mary Ellen Mark, scomparsa lo scorso maggio, una delle fotografe più straordinarie di tutti i tempi, in grado di spaziare dalla fotografia di strada al ritratto, dal fotogiornalismo alla pubblicità, con un occhio sempre particolarmente attento alle questioni sociali.
“Sono interessata alle persone borderline. Provo affinità con coloro che non hanno sfondato nella nostra società. Quello che voglio fare più di ogni altra cosa è riconoscere la loro esistenza”, raccontava Mary Ellen Mark a proposito del suo lavoro. A New York, e poi in molte città degli Stati Uniti, lavorò a lungo ritraendo soprattutto i soggetti da lei definiti “borderline”, quelli cioè confinati ai margini della società: tossicodipendenti, senzatetto, prostitute, malati mentali, documentando un'America che aveva tradito il suo stesso sogno.  Fotografò in quel periodo anche le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, i movimenti di liberazione delle donne e per i diritti degli omosessuali, cercando sempre temi difficili e impegnati, come quello illustrato nel reportage Streetwise riguardante i minori scappati da casa e vagabondi per le strade di Seattle.
La sua poetica è molto vicina a quella di Diane Arbus. Come la Arbus fotografa spesso gemelli, clown e travestiti. Ma mentre la prima oggettivizza con sguardo impassibile i suoi soggetti facendo emergere la loro eccentricità e alterità inconciliabile, Mary Ellen Mark spesso ammorbidisce la spietatezza del suo approccio all'altro con sfumature di grande sensibilità, di rispetto e di umana partecipazione, che la portano addirittura a stringere durature relazioni intime con alcune delle persone che ritrae.
Mary Ellen Mark fu anche fotografa di scena in vari film, dal Satyricon di Fellini (il primo set che documentò con la sua macchina fotografica) ad Apocalypse Now di Francis Ford Coppola a Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman, fino ai più recenti Moulin Rouge di Baz Luhrmann e Babel di Alejandro Gonzalez Inarritu (le foto sono raccolte in Seen behind the scene).
Mary Ellen Mark, Marlon Brando e una libellula sul set di Apocalypse Now, 1976.

Questa foto ritrae Marlon Brando ripreso dietro le quinte del film di Coppola Apocalypse Now.

giovedì 21 gennaio 2016

Animali in Fotografia - Storia di amicizie e di colombe

Questa è la storia di due amicizie, intercorse in Francia più o meno negli stessi anni, e che in qualche modo hanno a che fare entrambe, in piena seconda guerra mondiale, con delle foto in cui compare il simbolo della pace: la colomba.
La prima riguarda Henri Cartier Bresson e Henri Matisse, uniti da un lungo rapporto di sincera e duratura amicizia. Il pittore era più vecchio del fotografo di una quarantina d'anni, ma l'intesa tra i due non risentì del divario temporale. Nell'anno in cui fu scattata questa foto, il 1944, Matisse viveva a Vence, nel sud della Francia ed aveva già 74 anni. Non si può certo dire che quello fosse un buon periodo per l'anziano pittore: separato da poco dalla moglie, era ridotto in sedia a rotelle in seguito a un intervento per un cancro all’intestino; la figlia Marguerite, inoltre, era stata catturata dai tedeschi in quanto partigiana ed era stata mandata verso un campo di concentramento (si sarebbe salvata scappando dal treno).

Henri Cartier Bresson, Henri Matisse, 1944, villa Le Rêve, Vence.

Nella foto vediamo Matisse, sulla sua sedia, con un album da disegno aperto sulle

martedì 12 gennaio 2016

Animali in Fotografia - Nick Brandt

Ranger with Tusks of Killed Elephant, Amboseli 2011, da Across the Ravaged Land.
Quest'aquila reale sembra una statua di pietra, riaffiorata dalle oscurità di antichi miti. Ma escludiamo subito l'azione malefica di leggendari sguardi incantatori. Il responsabile della pietrificazione di questo animale è il lago Natron, che si trova in Tanzania, nella Rift Valley. Qui le temperature possono raggiungere i 60° e le acque del lago possiedono un ph talmente elevato (tra 9 e 10,5) da essere un luogo inospitale per qualsiasi creatura, ad eccezione dell’Alcolapia alcalica, un pesce che si è adattato particolarmente bene alla elevata alcalinità dell'ecosistema, e di alcune specie di fenicotteri, che vi nidificano regolarmente.

giovedì 7 gennaio 2016

Animali in Fotografia - I bambini Tulku di Martine Franck

Secondo la tradizione religiosa del Tibet, i grandi Lama dopo due o tre anni dalla loro morte, si reincarnano nel corpo di un bambino. A volte è lo stesso Lama, prima della morte, a indicare chi sia il predestinato alla santità, altre volte intervengono sogni, visioni o intuizioni da parte di altri grandi Lama. Una volta riconosciuto il bambino giusto, questi diventa un tulku. In genere è un bambino piccolo, di 3 o 4 anni, che viene separato dalla famiglia, fatto entrare in un monastero e affidato ad un maestro, che conosceva la persona che si suppone essersi reincarnata nel bambino e che sarà responsabile della sua educazione morale e intellettuale. I piccoli vengono chiamati anche "rimboche", gioiello prezioso, e come tali sono accuditi ed educati alla spiritualità e alla meditazione. All’interno del tempio essi condurranno una vita sobria e disciplinata, dedita allo studio e alla preghiera, ma anche serena e protetta, aperta ai momenti di gioco e di svago. Non deve essere facile per dei bambini sottostare a un futuro già prestabilito, ma in genere imparano ad accettarlo e ad amarlo, per il grande prestigio che la loro condizione conferisce.

Martine Franck, Tulku Khentrol Lodro Rabsel con il suo maestro Llagyel Shechen nel Monastero di Bonath, Nepal 1996.

Questa è una foto celebre di Martine Franck, che ritrae un tenero momento di gioia provocata da un piccione volato sulla testa del maestro Lhagyel mentre

venerdì 1 gennaio 2016

Animali in Fotografia - Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin ha scattato questa foto nel 1979. Essa fa parte della serie di foto realizzate in Yugoslavia; ritrae tre anziane vestite di scuro con i fazzoletti sulla testa legati sotto il mento, che guardano con espressione tra il diffidente e il divertito verso la macchina. Le tre "Grazie" balcaniche sono in piedi dietro altrettante anatre che guardano ognuna in una direzione diversa, del tutto indifferenti all'obiettivo puntato su di loro.

Gianni Berengo Gardin, Yugoslavia, 1979.

Foto di un momento semplice e quotidiano (probabilmente scattata in qualche mercato di campagna), ma a chi guarda non può sfuggire il candidamente malizioso accostamento. Ma la fotografia di Berengo Gardin è così: cerca lo sguardo lieve, l'umorismo garbato,

domenica 27 dicembre 2015

Animali in Fotografia - La ragazza e il cane di Andrej Vasilenko

Andrej Vasilenko, La ragazza e il cane, 2007.

Certamente è una cosa antipatica vedere una propria foto celebrata in rete su decine di siti ma attribuita ad un altro, ma quando questo "altro" è niente di meno che Henri Cartier Bresson, di sicuro il fotografo in questione, emerito sconosciuto fino a quel momento, avrà avuto più di un motivo per essere soddisfatto. Risultato: in rete ci sono ancora molti siti (decine e decine) che sotto questa foto riportano la didascalia: "Henri Cartier-Bresson, Isabelle Huppert, 1966", ma altrettanti che raccontano la storia di questo malinteso, facendo

domenica 13 dicembre 2015

Animali in Fotografia - I cani di Elliott Erwitt


Elliott Erwitt, Felix, Gladys e Rover, York City 1974.
“Uno dei risultati più importanti che puoi raggiungere, è far ridere la gente. Se poi riesci, come ha fatto Chaplin, ad alternare il riso con il pianto, hai ottenuto la conquista più importante in assoluto. Non miro necessariamente a tanto, ma riconosco che si tratta del traguardo supremo”.
Questa frase appartiene al grande Elliott Erwitt, autodefinitosi “un professionista per mestiere e un dilettante per vocazione”, e riassume bene la sua fotografia, che copre un periodo di sessanta anni e tocca soggetti molto diversi tra loro. Tra questi, però, ce n'è uno che ricorre molto spesso, ovvero i cani, amatissimi dal fotografo, ai quali dedicò anche alcuni libri (per esempio Dog Dogs del 2002). Se gli si chiede perché, risponde che a loro non dispiace, “e poi non chiedono la ristampa delle fotografie”.

mercoledì 9 dicembre 2015

Animali in Fotografia - Il cavallo al galoppo di Muybridge

Eadweard Muybridge, Cavallo al galoppo – 1878
Dopo il 1870, alcune innovazioni tecniche in campo fotografico, che riducevano i tempi di esposizione a minime frazioni di secondo, e l'invenzione di lastre alla gelatina molto più sensibili, rendevano possibile cogliere dettagli di un corpo in movimento che l'occhio umano non poteva percepire; una serie di scatti dello stesso soggetto in moto, presi a breve distanza l’uno dall’altro, dava l’impressione del movimento, soprattutto se le immagini venivano presentate in rapida successione.