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martedì 31 marzo 2020

Come cominciai ad amare la fotografia

Vista dal Santuario di Supersano

Si fa presto a dire: troppe fotografie in giro! Sfido, voi ci siete nati dentro. Dopo un mese dalla nascita avevate già due album belli pieni, comprese le stampe dell'ecografia prenatale. Eh sì, lo possiamo dire tutti oggi, che ci sono in giro troppe fotografie, perché tutti le facciamo e le condividiamo e ci sembra di esserne sommersi.
Ok, diciamolo pure. E in fondo mi dispiace un po' per quelli che il valore di una fotografia lo devono cercare nella folla, isolare dalla quantità impazzita di immagini che ci circondano.
Io invece ho avuto si può dire la fortuna?, - mah, non credo possa dirsi una circostanza fortunata -, io ho capito il valore di una fotografia non dalla sua presenza, ma dalla sua mancanza. La fotografia che più mi è entrata dentro è stata una fotografia che non è mai esistita.
Detto così, è una roba da pazzi. Se avete pazienza, ve lo racconto.

domenica 17 novembre 2019

Lettere dal sottosuolo (work in progress)


Quando guardiamo un albero, ne ammiriamo il tronco possente, la chioma rigogliosa che si protende verso il cielo. Se pensiamo al modo in cui quella meravigliosa creatura attinge la vita, ecco che il nostro pensiero scende verso profondità sotterranee, seguendo il corso delle radici. Da una parte il mondo alla luce del sole, dall’altra quello che si inabissa nell’oscurità del sottosuolo.
Qualche volta, tuttavia, quell’universo sotterraneo preme per uscire, cercando di rompere la membrana di confine. 
Le radici, lentamente e senza rumore, non cessano mai di allungarsi nel terreno. Pazientemente sondano, si insinuano, senza che alcun ostacolo le possa fermare. Succede a volte che risalgano verso la superficie, senza curarsi di provocare fratture. Rompono asfalti e selciati, sollevano pietre e mattoni, creano solchi e increspature, trasformando la strada in una pelle rugosa. Con la stessa forza distruttiva dei ricordi rimossi che, piano piano ma inesorabilmente, emergono dall'oscurità dell'inconscio fino alla superficie della coscienza.

mercoledì 6 novembre 2019

Radici di pietra



E' ormai il terzo anno che una coppia di rondini si ostina a scegliere la plafoniera, appesa su una parete del cortile interno, come base per il proprio nido. Per più di una settimana si affannano avanti e indietro, recando nel becco terra, fango e ramoscelli per cementare le pareti di quel piccolo ma solido rifugio. Mi ricordo la meraviglia che provai due anni fa, quando mi accorsi di questa presenza discreta, laboriosa e tenace.  Lo stupore fu ancora più grande l'anno successivo, quando un giorno di aprile vidi che erano ritornate ed esattamente come l'anno prima avevano ripreso a costruire il loro nido. Mi commuove il fatto che abbiano scelto il nostro palazzo come loro casa; mi emoziona il loro ostinato e svelto andirivieni. In barba a tutte le mie pretese di razionalità, vedo in questo qualcosa di più di una semplice legge di natura e mi glorio del fatto che quei piccoli esseri ci abbiano scelto.
Anche questa primavera, le piccole nomadi sono arrivate e hanno costruito la loro dimora. Hanno covato tre minuscole uova e, quando i piccoli hanno imparato a volare e sono stati abbastanza forti, sono andati via tutti insieme. Il nido è rimasto vuoto per qualche giorno, poi la signora delle pulizie ha tolto via tutto e ha smacchiato la plafoniera. Così quell'oggetto, che fino a poco tempo fa era il testimone inerte e privilegiato del rinnovarsi incessante della vita, ora è tornato ad essere una insignificante plafoniera appesa a un muro grigio e vuoto. La guardo, chiedendomi se tutto questo ha un senso: partire, tornare, migrare.

venerdì 1 novembre 2019

Monologhi in penombra



Un palcoscenico vuoto, spoglio, semibuio. Un uomo (Lui) in calzamaglia nera, girato di spalle rispetto alla platea, osserva la sua ombra proiettata sul muro. Un personaggio femminile (Io), invece, si muove e danza. Gli è tipico un movimento delle mani, che si protendono in varie direzioni. Indossa vesti colorate.


Lui: Queste che udite non sono parole. Da tempo ho sepolto le inutili menzogne.
Lo strano soffio che vi solletica l’udito è solo un flusso tremulo di istanti. TIC TAC TIC TAC. Vorrei poterli scandire con la mano, ma la terra impedisce ogni mio movimento. La terra racchiude il mio corpo, lo protegge dalle insidie dell’inganno. Non la luce, né il buio, non il respiro, né lo sguardo appartengono al mio mondo. Scivolano gli istanti senza suono. Neanche il silenzio trova spazio sotto la terra.

Io: Io sono quello che sono. Ognuno di voi può dire il mio nome e chiamare se stesso. Ma, poiché ogni cosa ha un nome che le appartiene, io pronuncerò il mio e ognuno di voi, nel proprio cuore, dirà il proprio.

mercoledì 16 ottobre 2019

La cattiva sirena



Per tutta la notte il mare aveva continuato a muggire e a scagliare le onde torbide di alghe e di schiuma sulla spiaggia sconfinata. Sebbene l’estate fosse alle porte, il sole stentava a riscaldare l’aria impregnata di salsedine e di quegli odori che il mare aveva liberato dalle sue viscere. Il cielo, grigio e livido, era così basso da confondersi con la cupa distesa liquida. Il forte vento faceva svolazzare le bandierine dei chioschi e degli stabilimenti balneari che si susseguivano ordinati, con le lunghe file di ombrelloni chiusi come tristi soldatini in rivista mattutina. Sulla battigia, qualche medusa spiaggiata si scioglieva in rosea gelatina. Un gabbiano sorvolava la piccola insenatura prospiciente alla “Bussola d’oro”, il primo della lunga fila di stabilimenti in località Torre del Saraceno. Con le ali spiegate e immobili, secondava le correnti ascensionali, trovando la propria rotta grazie a piccoli movimenti della coda.

sabato 12 ottobre 2019

Progetto Monades



Stava calando la nebbia sul pomeriggio di quella grigia giornata di fine ottobre. I raggi di un sole malato proiettavano stanche ombre sul freddo marmo delle guglie, degli archi e delle statue del Duomo, che si innalzava nella piazza simile a un gigantesco ologramma tridimensionale, proiettato lì per far convivere nello stesso spazio due diversi mondi temporali. Tutt’intorno si ergevano, come imponenti sentinelle, enormi edifici in vetro oscurato e acciaio, che sembravano inghiottire anche la luce.
Escher, in cima alla terrazza più alta del Duomo, girò lo sguardo a centottanta gradi. Aveva voluto salire fin lì per guardare dall’alto la città, per cercare di placare la continua ansia che lo attanagliava, con la visione delle mura e dei bastioni che circondavano la metropoli. La foschia però gli impediva di avere un’immagine nitida; volse lo sguardo a sud, dove s’intravedeva il profilo malfermo di una delle quattro torri più alte, quelle che controllavano i punti cardinali. Quella visione non riusciva ad attenuare minimamente la sua inquietudine e, quando un improvviso alito di vento lo fece rabbrividire, provò una specie di vertigine e si sentì come un animale braccato che sta per essere ghermito da un predatore alato. “Loro” erano là, oltre quelle mura e prima o poi avrebbero sferrato l’assalto. Era solo questione di tempo. La città si preparava all’assedio. Un nuovo brivido gli acuì il senso di minaccia. Per un attimo gli si appannò la vista e vacillò. Tutt’intorno era una danza ondeggiante di guglie, statue e archi rampanti. Trattenendo la nausea, si avviò verso l’ascensore, deciso a ridiscendere giù.

Il destino




Jean Michel gettò un altro pezzo di legna nel fuoco morente e si fregò le mani, cercando di scaldarsele col fiato. Un lieve soffio di vapore uscì dalla sua bocca.
«Dannazione, che freddo! Sembra la notte del Giudizio».
Fuori imperversava una bufera di neve, la prima nevicata della stagione. Il bosco era una massa informe e dolorante sotto le sferzate del vento, una nebulosa scura e palpitante, come se rifiutasse di indossare il mantello bianco e gelido che la neve gli stava posando addosso. Ad un tratto un ululato acuto, vicino, echeggiò nell’aria. Era stato il vento o un vero lupo? Il vecchio pastore Bastian non lo aveva forse avvertito della presenza di lupi in quella zona?
Come se non bastasse una violenta folata di vento spalancò la finestra. Fortunatamente la scrivania era proprio lì accanto e fece in tempo a posare un pesante fermacarte a forma di testa di civetta sui fogli dattiloscritti, accanto alla macchina da scrivere. Poi richiuse la finestra.
«Prima o poi devo far riparare questa serratura logora».

Le foto di Iole



Iolanda è una vecchina di 89 anni, e tutti là dentro la chiamano Iole. Ha un visetto magro, sotto una specie di caschetto bianco.
Esco dall’ascensore, al primo piano della residenza Villa Serena, e me la trovo davanti. Anche se mi dà le spalle, la riconosco subito per via dei pantaloni di velluto rosa e della giacca di lana bordeaux. Cammina lentamente, con le braccia che le scendono indolenti sui fianchi. Ma le mani no, quelle non stanno mai ferme. Le dita sottili, anche se un po’ deformate dall’artrosi, seguono movimenti simmetrici, in perfetta sincronia. Non vedo il suo volto, ma sono sicura che sta parlando a bassa voce. Accelero il passo e le sono davanti. Sulla soglia della camera di mia zia, mi giro e la guardo. Eccolo il suo visetto roseo, come il velluto dei pantaloni. Parla e sorride. Come sempre.

venerdì 2 novembre 2018

Railowsky

Un breve racconto, ispirato a una delle fotografie più famose della storia.
Non ve la presento neanche, perché tanto la conoscete tutti.
Chiaramente il racconto è senza alcuna ambizione letteraria, scritto per puro diletto.

Henri Cartier-Bresson, Derrière la gare Saint-Lazare, Paris, 1932.

Railowsky

Quella mattina il signor Gregorio Comandini non si risvegliò nel suo letto, nel suo bilocale al quarto piano di Viale Argonne. Un brivido di freddo gli scosse le ossa, avvolte in un vestito che non ricordava di avere. Un vestito di altri tempi, gli sembrò, aprendo gli occhi un poco cisposi.
Ma dove si trovava? In una strada? In una piazza? Non riusciva a capire bene. Ma il fatto davvero inammissibile era che si trovasse all’aperto, in un luogo sconosciuto, in una mattina (almeno così gli parve di poter intuire dalla luce che avvolgeva le cose intorno) piovosa e grigia come l'argento brunito. Era seduto con le spalle poggiate a una ringhiera di ferro. Finalmente si accorse di avere i pantaloni bagnati sul di dietro. Era ancora assorto in questo stupefacente mistero quando di fronte a sé vide un’ombra, un uomo con un vestito scuro e un borsalino. Sembrava apparso dal nulla. Gli passò davanti poco lontano, correndo e saltando sui pioli di una scala al centro di una larga pozzanghera. Ad ogni salto, la scala ballava nell’acqua, creando dei solchi ovali tutt’intorno. Neanche il tempo di realizzare cosa fosse che l’uomo era scomparso.