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martedì 26 luglio 2016

Ribelli e rivoluzionari - GANDHI

    Margaret Bourke-White, Mahatma Gandhi at His Spinning Wheel, Poona, India, 1946.


Fondare non solo una strategia di lotta politica, ma tutta un'etica sulla disobbedienza civile: un'impresa che poteva riuscire solo a una "grande anima". Mohandas Karamchand Gandhi è stato uno dei pionieri e dei teorici del satyagraha, la resistenza all'oppressione tramite la disobbedienza civile di massa che ha portato l'India all'indipendenza.
Questa foto di Margaret Bourke-White, una delle più famose di Gandhi, è del 1946 e lo ritrae seduto dietro a un arcolaio (charkha, in lingua hindi). Il soggetto in primo piano di questo scatto è in realtà proprio il consunto attrezzo, che veniva utilizzato per districare le matasse di cotone; così comune in quella terra da comparire come effigie nella bandiera indiana fino agli anni ’40 del secolo scorso. Gandhi attribuisce un immenso valore morale a questo attrezzo. Esso incarna il suo ideale di offrire agli abitanti delle aree rurali dell’India un impiego e un ambiente dignitosi, evitando le grandi migrazioni verso le grandi città. Lo strumento di una vera e propria controrivoluzione industriale che ha visto Gandhi impegnato in prima persona non solo nella diffusione ma anche nell’uso di questo antico strumento per filare manualmente la seta e il cotone.

Gandhi dedicava qualche ora al giorno a questa attività e la promuoveva per mantenere viva una attività artigianale che per secoli aveva mantenuto le famiglie indiane e che rischiava di perdersi dopo l’avvento della colonizzazione inglese e dell’industrializzazione forzata del paese. Ma anche per insegnare la pace, la libertà e la non violenza, che risiede nel valorizzare il lavoro manuale, nel non dipendere da macchinari, nel rispettare i tempi anche lenti necessari alla realizzazione di qualche cosa, nel valorizzare la tradizione, nel favorire la collaborazione, nel lasciare tempo per la meditazione. L’uso costante del chakra, secondo Ganghi, è un modo per valorizzare il lento scandire di un tempo intimo, personale, impiegato per ritrovare sé stessi. Esso è pertanto strumento e simbolo di un lavoro manuale che non umilia il corpo e lo spirito, ma è in grado di temprarli entrambi.
Il rapporto tra Gandhi e la celebre fotografa Margaret Bourke-White è uno scambio mediato da due strumenti tecnologici: l'arcolaio da una parte e la macchina fotografica dall'altra. Il patto è questo: Gandhi si sottoporrà allo strumento della fotografa se lei accetterà di usare l'arcolaio del Mahatma.E lei accetta.
Margaret Bourke-White è la donna dei primati: primo fotografo straniero ad avere il permesso di scattare foto in URSS, testimoniando l’invasione nazista del ’41 (è suo il primo ritratto non ufficiale, nonché unico per molti anni, di Stalin), prima corrispondente di guerra donna (dall’assedio di Mosca alla guerra in Corea, fino alle rivolte sudafricane) e primo fotografo donna per il settimanale Life (ne è uno dei fondatori). E' proprio questa rivista a commissionarle un ritratto di Gandhi, al fine di documentare il movimento dell’indipendenza indiana. Benché abituata a lavorare in contesti difficili o tesi, quella di immortalare il leader indiano fu per la Bourke-White un’impresa estremamente intricata. Convincerlo a farsi ritrarre non fu facile. Fu proprio Gandhi a proporre alla reporter la condizione per cui si sarebbe fatto fotografare soltanto dopo che la donna avesse imparato ad usare l’arcolaio. La singolare richiesta fu accontentata: con non poche difficoltà la fotografa imparò a far girare la ruota di filatura. La realizzazione della fotografia si presentò più difficile del previsto: non erano ammesse luci troppo luminose e il clima umido dell’India non aiutava nell’impresa di rendere nitida l’immagine da ricavare. Tutto ciò fu reso ancora più complicato dall’impossibilità di parlare con il diretto interessato, poiché per Gandhi quello era il giorno del silenzio. Una serie di inconvenienti tecnici mandò a vuoto i primi due tentativi. Il terzo è la foto che vediamo, una delle più famose del Padre dell'India, forse la più rappresentativa, in cui vi è un piccolo, grande uomo seduto a gambe incrociate immerso nella lettura. Poco distante da lui un arcolaio, la rappresentazione materiale della sua lotta e dei suoi ideali. Quando due anni dopo, nel 1948, Gandhi venne assassinato, la Bourke-White fu uno dei due soli fotoreporter ammessi ai suoi funerali, il secondo era Henry Cartier-Bresson, che aveva ritratto Gandhi durante gli ultimi giorni della sua vita.

Henri Cartier Bresson, Gandhi, Just before ending his fast Birla House, Delhi, India, 1948.

Margaret Bourke-White è stata uno dei fotografi più importanti della storia. Non solo perché fu una delle prime donne a imporsi nel mondo del fotogiornalismo, ma anche per il suo coraggio e il suo desiderio di trovarsi nei luoghi in cui si faceva la storia. Un impulso irrefrenabile che la portò nell'Unione Sovietica nel 1930 per raccontare le conseguenze della rivoluzione, negli Stati del Midwest martoriati dalla Dust Bowl e dalla depressione, in Cecoslovacchia nel 1939, poco prima dell'invasione nazista, poi in tutti i teatri di guerra europei fino al 1945 (lavorando per Life, fu la prima donna nordamericana accreditata come corrispondente di guerra autorizzata a volare in missioni di combattimento), quando documentò la liberazione del campo di concentramento di Buchenwald da parte delle truppe alleate. E alle sue doti di lucida e intraprendente fotogiornalista, sapeva unire una passione e una sensibilità particolare per le vicende umane dietro l'evento storico, sensibilità che metteva soprattutto nei suoi numerosi ritratti, sia delle celebrità che della gente comune.Nel film "Gandhi" del regista Richard Attenborough del 1982, il personaggio di Margaret Bourke-White è interpretato da Candice Bergen. Nel film il rapporto tra i due è molto romanzato e poco fedele alla storia.

Per approfondire il lavoro di Margaret Bourke-White, propongo questo video di Rai cultura: http://www.arte.rai.it/articoli/la-passione-e-il-coraggio-di-margaret/5991/default.aspx


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