giovedì 28 novembre 2019

Nobuyoshi Araki. Corpi costretti ed esibiti



Nobuyoshi Araki è uno dei fotografi giapponesi più prolifico e nello stesso tempo contestato degli ultimi decenni, dalla produzione poliedrica e ricca di contraddizioni, proprio come la cultura di cui fa parte. La sua opera propone una nuova interpretazione fotografica della realtà che invita alla contestazione radicale dei limiti imposti da barriere sociali e culturali. La propensione ad esplorare soprattutto la sfera intima e in particolar modo quella sessuale, nelle diverse sfaccettature di amore, erotismo, voyeurismo e perversione, va inserita in un instabile confine tra privato e pubblico, che va oltre la personale ossessione dell’autore spingendosi più a largo, dentro le trame relazionali ed espressive della cultura giapponese.
Tentare, pertanto, di incasellare la fotografia di Araki all’interno di uno schema interpretativo, riconducendola a mera pornografia, o legandola alla tradizione iconografica dell’erotismo orientale o interpretandola come spinta trasgressiva nei confronti di una cultura repressiva significherebbe limitarne la ricchezza e la contraddittorietà.

lunedì 18 novembre 2019

Corpi tra Eros e Thanatos. La fotografia ‘maledetta’ di Joel-Peter Witkin

Joel-Peter Witkin, Still Life – Marseille, 1992

Non apparirà poi del tutto provocatoria l’affermazione secondo cui la fotografia ha una vocazione necrofila, cioè a bloccare, a congelare, come si dice, la vita, impedendo al tempo di scorrere, al movimento di compiersi, fermando il respiro di coloro che sono catturati nella cornice, restituendone corpi inanimati e spesso frammentati. «Ogni fotografia è un memento mori”, scriveva d’altra parte Susan Sontag; fotografare una persona è una maniera di partecipare alla sua mortalità.
E’ questa terribile vocazione, portata all’eccesso, che si avverte accostandosi alle opere del fotografo statunitense Joel-Peter Witkin, che costringe lo spettatore a confrontarsi con gli aspetti più terribili dell’esistenza, impedendogli una fruizione passiva e sfidandolo a fare i conti con le sue repulsioni e i suoi tabù.

domenica 17 novembre 2019

Lettere dal sottosuolo (work in progress)


Quando guardiamo un albero, ne ammiriamo il tronco possente, la chioma rigogliosa che si protende verso il cielo. Se pensiamo al modo in cui quella meravigliosa creatura attinge la vita, ecco che il nostro pensiero scende verso profondità sotterranee, seguendo il corso delle radici. Da una parte il mondo alla luce del sole, dall’altra quello che si inabissa nell’oscurità del sottosuolo.
Qualche volta, tuttavia, quell’universo sotterraneo preme per uscire, cercando di rompere la membrana di confine.
Le radici, lentamente e senza rumore, non cessano mai di allungarsi nel terreno. Pazientemente sondano, si insinuano, senza che alcun ostacolo le possa fermare. Succede a volte che risalgano verso la superficie, senza curarsi di provocare fratture. Rompono asfalti e selciati, sollevano pietre e mattoni, creano solchi e increspature, trasformando la strada in una pelle rugosa.

sabato 16 novembre 2019

Fibrillazioni


Semplicemente dovrei cessare
la ricerca della forma
di un me sofferente
nell'epifania di questa scordatura
che giunge improvvisa
nella notte silenziosa
con lo squasso martellante
di colpi mancati.

Perché bussi così forte
alla mia porta, cuore mio,
perché reclami così imperiosa udienza?
Quale messaggio in questo affanno?
Non sono io, questo vuoi dirmi,
il centro dei miei giorni,
la torre di controllo del mio fare?
Vuoi forse riprenderti
lo scettro che è tuo e che io
ho creduto mia cura?

venerdì 15 novembre 2019

L’ossessione dello sguardo è la mia pena


L’ossessione dello sguardo è la mia pena
e l’ansia che il tatto non tradisca le speranze.
Poi nella notte diventa batticuore,
per la folle certezza che incombe.
I miei sguardi ansiosi, le mie carezze,
i suoni che sento e i profumi che respiro
non sono anche i tuoi, né quelli di alcuno,
e se te li racconto, le mie parole saranno
uno zefiro ai tuoi orecchi, non il Grecale
che ferisce lo sguardo.

           Se anche ti contassi
i pori della pelle o se potessi a quattro zampe
fare come i gatti che da lontano accorrono
quando l’odore del cibo li ha colpiti
o come le lumache, che ritirano le antenne
se un tocco leggero le sfiora,
non sarei più in pace di adesso.
Come prima abiterei quest’antro lindo
di mura incerate, poiché temo il rumore
dei passi e le porte che s’aprono quiete.

domenica 10 novembre 2019

Lu tiempu ’nfacce tua aje lassatu


Non so cosa significhi sognare, parlare, scrivere, emozionarsi, tutto in una lingua.
Sono nata in una famiglia contadina in cui si parlava solo ed esclusivamente il dialetto salentino. Che già il nome non significa molto, perché laggiù i dialetti cambiano da paesino a paesino, spesso da un lato all'altro della strada.
In quella lingua ho mosso i primi passi, ho pronunciato le iniziali sillabe, che quando ho detto per la prima volta la parola "papà", mio padre ha vissuto un profondo disagio perché per lui il padre non poteva che essere "tata". "Papà" gli suonava così estraneo. Una parola che non apparteneva al suo mondo. Un mondo che stava cambiando così precipitosamente davanti ai suoi occhi.
L'italiano per me è arrivato alla materna, come necessità scolastica, come seconda lingua. Una lingua di cui studiare la grammatica, la sintassi, in cui strutturare pensierini, discorsi, temi. Ma all'esterno, per farsi capire dalla propria gente, si tornava alla lingua delle radici, quella che non si scriveva mai.
Così sono cresciuta in questa frattura tra dialetto e italiano, tra mondo dell'oralità e mondo della scrittura. Tra una lingua di cui avvertivo l'oscura e sacra potenza sorgiva, immersa nel mondo della natura, dei cicli delle stagioni, dei racconti tramandati dal passato, e una lingua in cui alcuni di quei termini così prossimi alle profondità della terra non potevano essere tradotti.

venerdì 8 novembre 2019

Prodigio



Se mai accadesse, talvolta,
per imprevisto sbadiglio di natura,
che le pieghe del tempo, di breve,
s’aprissero all’occhio indiscreto.
Se la vita di una farfalla
misurar si potesse da dentro
per sentir quanto dura.
Se tramutarsi si potesse in roccia
e con il monte aspettar che si scerpi,
porgendo ascolto ad ogni rantolo
di pietra che dirupa.

Se mai accadesse, talvolta,
che il bisogno nostro inquieto di varcare
si esaudisca per capriccio o distrazione,
quale uomo potrà dire l’impensabile prodigio?
Se mai accadesse,
meglio morire sarebbe da farfalla
in un sol giorno,
o lentamente consumarsi come roccia
e finire, ritornare verme o terra,
che far seccare l’impossibile messaggio
in bocca viluppata che si ragna.

mercoledì 6 novembre 2019

Radici di pietra



E' ormai il terzo anno che una coppia di rondini si ostina a scegliere la plafoniera, appesa su una parete del cortile interno, come base per il proprio nido. Per più di una settimana si affannano avanti e indietro, recando nel becco terra, fango e ramoscelli per cementare le pareti di quel piccolo ma solido rifugio. Mi ricordo la meraviglia che provai due anni fa, quando mi accorsi di questa presenza discreta, laboriosa e tenace.  Lo stupore fu ancora più grande l'anno successivo, quando un giorno di aprile vidi che erano ritornate ed esattamente come l'anno prima avevano ripreso a costruire il loro nido. Mi commuove il fatto che abbiano scelto il nostro palazzo come loro casa; mi emoziona il loro ostinato e svelto andirivieni. In barba a tutte le mie pretese di razionalità, vedo in questo qualcosa di più di una semplice legge di natura e mi glorio del fatto che quei piccoli esseri ci abbiano scelto.
Anche questa primavera, le piccole nomadi sono arrivate e hanno costruito la loro dimora. Hanno covato tre minuscole uova e, quando i piccoli hanno imparato a volare e sono stati abbastanza forti, sono andati via tutti insieme. Il nido è rimasto vuoto per qualche giorno, poi la signora delle pulizie ha tolto via tutto e ha smacchiato la plafoniera. Così quell'oggetto, che fino a poco tempo fa era il testimone inerte e privilegiato del rinnovarsi incessante della vita, ora è tornato ad essere una insignificante plafoniera appesa a un muro grigio e vuoto. La guardo, chiedendomi se tutto questo ha un senso: partire, tornare, migrare.

I diversi volti di Salomè


La Salomè del Rinascimento distoglie lo sguardo dallo spettacolo raccapricciante della testa del Battista, posata sul vassoio, e lo volge altrove, verso un fuori campo indefinito.
A partire dall'ottocento, lo sguardo di Salomè si trasforma radicalmente, diviene torbido, sensuale, perverso. Vuole incantare e sedurre, trascinare l'uomo in un abisso di perdizione.
La donna del mito diventa l'incarnazione della Femme fatale.


Personaggio citato sia nei Vangeli sinottici che in quelli apocrifi, Salomè è stata protagonista di un’abbondante produzione iconografica.
Nel Medioevo è sottolineato, in particolar modo, l’episodio della danza. Salomè viene raffigurata come una figura diabolica, danzatrice contorsionista e seduttrice. La Salomè dei pittori del primo Rinascimento, invece, è una giovane ragazza dai lunghi capelli biondi o castani, carnagione chiara e viso angelico. Scompare ogni traccia di eccentricità e demonizzazione. E’ probabile che all’origine di questo cambiamento iconografico ci sia La Legenda Aurea, una storia delle vite dei santi scritta nel XIII secolo dall'Arcivescovo di Genova Jacopo da Varagine. Nel capitolo dedicato al martirio di Giovanni Battista, la figlia di Erodiade viene presentata come lo strumento di uno schema diabolico di Erode per sbarazzarsi del profeta.

lunedì 4 novembre 2019

Nan Goldin. The ballad of Sexual Dependency



Chi si volesse accostare alla fotografia di Nan Goldin per trovare testimonianze documentarie sul mondo underground degli anni ottanta e sulle sub-culture urbane non può che rendersi conto di aver scelto un accesso quantomeno parziale. I soggetti della Goldin sono il mondo bohemien metropolitano, le drag queen e i transgender, la cultura punk, gli amori etero e omosessuali, la violenza e la droga, l'AIDS, le feste e la solitudine, ma non è l’indagine di fenomeni sociali l’obiettivo della sua fotografia.
“My work is about letting life be what it is [...] What I’m interested in is capturing life as it’s being lived, and the flavor and the smell of it, and maintaining that in the pictures. It really is about acceptance. I am a participant and a witness at the same time.” (“Il mio lavoro vuole mostrare la vita così com’è […] Ciò che mi interessa è catturare la vita per come è vissuta, e il sapore e l’odore di essa, e mantenere tutto ciò in un’immagine. Sta tutto nell’accettazione. Sono partecipe e testimone allo stesso tempo.” in Nan Goldin: couples and loneliness, 1998). Queste sue parole sembrano riassumere la poetica del suo lavoro: rendere il sapore e l’odore della vita reale impressi in un’immagine.

venerdì 1 novembre 2019

Monologhi in penombra



Un palcoscenico vuoto, spoglio, semibuio. Un uomo (Lui) in calzamaglia nera, girato di spalle rispetto alla platea, osserva la sua ombra proiettata sul muro. Un personaggio femminile (Io), invece, si muove e danza. Gli è tipico un movimento delle mani, che si protendono in varie direzioni. Indossa vesti colorate.


Lui: Queste che udite non sono parole. Da tempo ho sepolto le inutili menzogne.
Lo strano soffio che vi solletica l’udito è solo un flusso tremulo di istanti. TIC TAC TIC TAC. Vorrei poterli scandire con la mano, ma la terra impedisce ogni mio movimento. La terra racchiude il mio corpo, lo protegge dalle insidie dell’inganno. Non la luce, né il buio, non il respiro, né lo sguardo appartengono al mio mondo. Scivolano gli istanti senza suono. Neanche il silenzio trova spazio sotto la terra.

Io: Io sono quello che sono. Ognuno di voi può dire il mio nome e chiamare se stesso. Ma, poiché ogni cosa ha un nome che le appartiene, io pronuncerò il mio e ognuno di voi, nel proprio cuore, dirà il proprio.