martedì 29 ottobre 2019

La violenza sulle donne nella storia dell’arte


Susanna e i vecchioni

La violenza è presente nell’arte di tutti i secoli. Da Lascaux ai giorni nostri. Violenta è l’arte della Grecia antica, quando gli dei infuriati puniscono la hybris degli uomini, e violenta sarà l’arte cristiana, con le sue crocifissioni, i suoi martiri trafitti dalle frecce, lapidati o decapitati, le sue feroci rappresentazioni dell'inferno e dei dannati per l’eternità. Per non parlare delle scene di guerra e di battaglia.
Ma, sia nel Vecchio Testamento che nella mitologia classica che nella storia di tutti i tempi non mancano le storie di violenza perpetrata contro le donne, insidiate, rapite, stuprate. Le rappresentazioni di questi episodi di rapimento o di violenza sessuale definiscono i contorni di un sistema iconografico tutto al maschile. E’ in particolare con il venir meno dell’ideale umanista del Rinascimento e con l’affermazione dello stile manierista prima, e di quello barocco poi, che l’arte andrà in cerca di effetti emotivi e spettacolari tali da provocare  deformazioni e torsioni dei corpi e l’esasperazione dei gesti e delle espressioni, enfatizzando la violenza della rappresentazione. Le immagini mettono insieme erotismo e sadismo, offrendo la vista di una vittima tremante e completamente alla mercé del potere dell’uomo. Tiziano, Bernini, Rubens e tantissimi altri impiegano tutto il proprio virtuosismo artistico in queste scene: rappresentare un corpo che afferra impetuosamente un altro corpo è una vera sfida artistica.

lunedì 28 ottobre 2019

Dal punto di vista di Dio

Un progetto molto bello quello di Claudio Beorchia, voluto e curato da Matteo Luigi Balduzzi e dal Museo Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo e che ha coinvolto centinaia di residenti nella regione Lombardia.
Qui il progetto: http://tracieloeterra.mufoco.org/progetto/
L'obiettivo: osservare e fotografare il paesaggio dal punto di vista dei santi che da secoli guardano il mondo all'interno delle edicole votive disseminate nel territorio.
Venerdì prossimo, 1 novembre 2019, la Festa di inaugurazione presso il Museo di Cinisello.

Francesca Woodman. Il corpo oltre i confini del corpo



La fotografia di Francesca Woodman è un viaggio all’interno del corpo femminile, che l’artista trae fuori dagli stereotipi rappresentativi della tradizione per usarlo come strumento, estetico e insieme vitale, non solo per interrogare la propria identità, ma per farne opera d’arte in sé. E per far questo, ne travalica i limiti anatomici, lo sottopone a metamorfosi, lo maschera, lo dissolve, lo trasforma in spazio. Lo colloca in una tensione continua tra la carne e lo spirito, tra presenza e assenza, tra visibile e invisibile, rendendolo abitante di una dimensione sfuggente e transitoria. Ma soprattutto lo rende attivo sulla scena, protagonista di uno scambio simbolico con lo spazio esterno, liberandolo da quei cliché di passività che da sempre avevano caratterizzato la rappresentazione del corpo femminile.

sabato 26 ottobre 2019

Belle addormentate


La donna immersa nel sonno è un topos iconografico della storia dell'arte. Dalle scene del mito agli interni borghesi, questo tipo di rappresentazione modella nello spettatore un tipo di fruizione particolare, quella di chi osserva, non visto, qualcuno che si trova in una condizione di estrema inerzia e inconsapevolezza. La rappresentazione della dormiente si configura come uno stereotipo di passività, in cui la donna diventa puro oggetto di una brama che si esprime nello sguardo.



Spiate nel sonno

La donna dormiente è un topos dell’arte di tutti i tempi. Dall’antichità ci sono pervenute statue di figure mitologiche scolpite mentre sono avvolte nel sonno. Un esempio classico è quello di Arianna, addormentata sull’isola di Nasso mentre Teseo sta fuggendo via. Dall’antichità ci sono pervenute anche statue di personaggi maschili dormienti, come Endimione o il Satiro ubriaco. Nel Rinascimento esplodono le figure di Veneri, ninfe e fanciulle addormentate nei boschi, qualche volta da sole, molto spesso spiate da Satiri o da Dei. Molte di queste tele riprendono il mito che narra la storia di Antiope, giovane e bellissima figlia del re di Tebe, Nitteo, re di Tebe. Dopo una cavalcata sul monte Citerone, sorpresa da un temporale, Antiope si rifugia in una grotta; qui, mentre dorme, le si avvicina Zeus, sotto le spoglie di un satiro, che la possiede amorosamente e la lascia incinta.

domenica 20 ottobre 2019

La rugginina



Sempre m’incantò la rugginina
che poggia il suo breve rizoma
nell’arida pietra e sprilla di steli
svettando regina sull’atro castello
e sui vecchi palazzi adombrata
dall’alte cimase incurante
dei fregi barocchi impazziti
di volute, di pietra delirante.

Fosse la natura un vangelo
di cui sbrogliare l’oscura allegoria
piccola felce ti farei segno
di amor disperato e tenace
di una pur scarna esistenza.

Ma la foresta di simboli
fugge la cornice che squadra la follia
dei lezi barocchi. La semenza
porta il vento negli angoli
crepati dall’inutile entropia.
Semmai potrei accordarti
un tenue cenno di sopravvivenza.

venerdì 18 ottobre 2019

Naufragio



Sono lontane da qui le siepi di bosso
e i viali solenni di cipressi.
Non s’ode, da questo tacere scipito,
battere sul marmo la verrina.

Qui giunge a volte un alito di vento
foràneo, che passa quasi inavvertito
sul falbo strame accanto alla pietraia.

Nella notte il marinaio attese a lungo
che il faro gl’indicasse la sua rotta,
nell’onda che mugghia e s’affolta.

Sparsi stamane, tra i ciottoli e la rena,
un po’ di legno, due pale del timone
e una catena tra le valve screpolate.

Sotto questo cielo che s’incaglia
in frastornate quieti, come inebetito
d’azzurro che si volge a sera,
non scorgo riverberi di luce sulla costa.

Solo un volo ferito sulla faglia
prigioniera.

giovedì 17 ottobre 2019

Donne davanti a uno specchio



Esistono centinaia, probabilmente migliaia, di rappresentazioni in cui l'immagine della donna viene sdoppiata in due da uno specchio. Al confronto, il numero di analoghe rappresentazioni maschili è insignificante. L'immaginario figurativo, dunque, ha configurato nei secoli l'identità femminile come doppio, come territorio interpretativo problematico e sfuggente.

Il rapporto della donna con lo specchio si perde nella notte dei tempi. Forse non tutti sanno che il simbolo del femminile, cioè ♀, è la rappresentazione stilizzata della mano della dea Venere che sorregge uno specchio (mentre quello maschile, convenzionalmente rappresentato con il simbolo ♂, è la raffigurazione stilizzata dello scudo e della lancia del dio Marte).
Lo specchio è un oggetto estremamente ambivalente, che si è storicamente prestato ad essere associato a varie attività e situazioni umane, le più disparate: la conoscenza, la magia, il vizio, l’eros, l’introspezione (l’identità e il rapporto con se stessi),  ecc.
I dipinti raffiguranti donne davanti a uno specchio sono migliaia. E’ lecito affermare che si tratti di uno stereotipo iconografico di genere, dato che il numero di  rappresentazioni di soggetti maschili ritratti in relazione con uno specchio è davvero insignificante se paragonato a quello che caratterizza le rappresentazioni femminili.
In genere il soggetto femminile viene mostrato in un interno, di schiena o di profilo, seduto o in piedi.
Queste raffigurazioni abbracciano le epoche e gli stili più vari, e dunque veicolano anche messaggi estetici, culturali e sociali diversi.

mercoledì 16 ottobre 2019

Haruki Murakami



Leggere i romanzi di Murakami è davvero una singolare esperienza dello spirito. Le sue pagine oscillano tra una quotidianità quasi minimalista e una dimensione onirica dal profondo spessore simbolico.

Pochi libri riescono a coinvolgere non solo la mente del lettore, ma anche la sua sfera sensoriale. Questi sono tra quelli. In tutti i romanzi che ho letto c’è prima di tutto una colonna sonora che li attraversa, fatta soprattutto di musica jazz, molto efficace, con la sua raffinata innocenza, nel creare l’atmosfera di straniamento allucinatorio dei personaggi.

"Non lasciarmi" di Kazuo Ishiguro



Ho apprezzato alcuni elementi del libro: lo sforzo dell’ambientazione, che cerca di darci sempre l’impressione di uno spazio costretto, separato, racchiuso, invalicabile oltre che desolato, facendo spesso ricorso a immagini di siepi, reticolati, steccati, paludi, campi incolti e fangosi di contro un cielo grigio ma immenso. L’autore si lascia però sfuggire l’occasione di far decollare la metafora spaziale, per esempio perdendosi in dialoghi di un minimalismo snervante in occasione della visita alla barca arenata nella palude, che invece era suscettibile di uno sviluppo meraviglioso. Va a segno invece il progressivo scadere e farsi sempre più desolato del paesaggio in cui è ambientata via via la storia, a mano a mano che si fa luce nei protagonisti e nel lettore la consapevolezza della verità: dal ridente e verdeggiante (seppure con i suoi angoli ambigui e i boschi lontani e inquietanti) di Hailsham, alla fredda e fangosa campagna che circonda i cadenti Cottages, fino alla desolazione di Kingsfield.

"Pastorale americana" di Philip Roth



Questo libro è al tempo stesso spietato e pregno di pietà e di umana comprensione. E’ la storia di un uomo che, gradatamente e drammaticamente, acquista la consapevolezza di come tutto intorno a lui sia solo ipocrita finzione, dissimulazione, date dalla volontà di “normalizzare” il caos, di dare ordine al disordine; di come l’umana civiltà sia solo una maschera che malcela la violenza e l’animalità latenti ad ogni livello, dall’animo umano alla struttura di una comunità e di uno Stato. E’ la presa di coscienza di un uomo, ma al tempo stesso l’acquisizione di un giudizio storico su un’intera nazione, che ha fatto dell’aggressività imperialista il suo tratto distintivo. Le regole e le istituzioni della civiltà, dalla famiglia all’impresa, non sono altro che imperfette dissimulazioni della violenza e dell’aggressività originarie e, di fronte allo scoppio di quella violenza, l’individuo che ha passato la vita ad allevare il “sogno americano” di felicità, benessere e armonico progresso, si ritrova impreparato e impotente.

"L’amore ai tempi del colera" di Gabriel Garcia Marquez



Diciamo subito una cosa: questo libro parla di amore, ma non è un libro di amore. Non si tratta di una storia romantica, ma di un pretesto narrativo per raccontare dei vari modi di concepire e vivere l’amore ai tempi del colera, cioè in quel periodo, a cavallo tra XIX e XX secolo, che anche in Europa è considerato il periodo della Decadenza, del disfacimento etico, sociale oltre che epistemologico, dei valori e dei sistemi elaborati in precedenza. Nel libro il senso di dissoluzione è reso soprattutto dalle descrizioni dello stato di sporcizia delle strade e dei quartieri malsani della città, del degrado del porto, del fiume e delle sue sponde. Tutto ciò fa da cornice a una storia che ha dell’incredibile: la decisione da parte di un uomo, Florentino Ariza, di aspettare per tutta la vita la donna amata fin dall’adolescenza, sposatasi nel frattempo con un uomo di un ceto sociale superiore. Già dalle prime pagine sappiamo che ciò accade effettivamente. Dopo più di cinquanta anni di attesa, troviamo Florentino in casa della donna amata, rimasta da poco vedova, a rinnovarle il suo sentimento e la sua fedeltà. E finalmente, dopo tanta attesa, riuscirà a realizzare il suo sogno, vivendo in vecchiaia, su un battello che percorre su e giù il grande fiume, l’amore con Fermina Daza, un amore senza nessun tipo di vincolo, slegato dalle convenzioni del matrimonio o dalla rigidità delle regole sociali, un amore ridotto alla sua essenza:

Eugenio Montale, "Portami il girasole"



Se è vero che la dimensione che domina gli Ossi di seppia è quella della negatività, dell’inutilità (e il titolo stesso richiama a cose morte, inaridite), della constatazione dell’impotenza dell’uomo, della sua angoscia esistenziale, bisogna aggiungere che si tratta di una negatività dialettica: che, cioè, non esclude l’esistenza della positività verso la quale, in un susseguirsi di sforzi, votati però allo scacco e alla sconfitta, il poeta tende, senza abbandonarsi tuttavia a facili sentimenti consolatori, ma sempre con stoica dignità e rigorosa consapevolezza. Questo è visibile tutte le volte che il poeta parla dell’ansioso tentativo di trovare un varco, una via di salvezza.
Il girasole è simbolo di questa tensione dinamica verso l’altrove, verso una trascendenza evanescente. Tutta la poesia rende il senso di un movimento dal basso all’alto, dal concreto corporeo all’etereo impalpabile dell’aria e della musica, dall’aridità del “terreno bruciato dal salino” alle “trasparenze del cielo”.

È strano come spesso, nell’ore estreme del giorno

Minor White

È strano come spesso, nell’ore estreme del giorno,
le cose si mostrano mutate:
nella penombra assorta della sera,
quando acquetate son le voci nelle strade,
o nel chiarore incerto dell’aurora,
prima che s’apra trionfante il mattino.

Pare, a volte, nel silenzio, che il mondo sia vicino
a penetrarti il cuore, che un gesto del ramo o la sortita
improvvisa del rapido rondone dal suo muro
sia segno che addita spazi nuovi dietro l’atmosfera.

Poi una radio s’accende, un clacson lontano…
una mosca si dibatte nella calda plafoniera.

La cattiva sirena



Per tutta la notte il mare aveva continuato a muggire e a scagliare le onde torbide di alghe e di schiuma sulla spiaggia sconfinata. Sebbene l’estate fosse alle porte, il sole stentava a riscaldare l’aria impregnata di salsedine e di quegli odori che il mare aveva liberato dalle sue viscere. Il cielo, grigio e livido, era così basso da confondersi con la cupa distesa liquida. Il forte vento faceva svolazzare le bandierine dei chioschi e degli stabilimenti balneari che si susseguivano ordinati, con le lunghe file di ombrelloni chiusi come tristi soldatini in rivista mattutina. Sulla battigia, qualche medusa spiaggiata si scioglieva in rosea gelatina. Un gabbiano sorvolava la piccola insenatura prospiciente alla “Bussola d’oro”, il primo della lunga fila di stabilimenti in località Torre del Saraceno. Con le ali spiegate e immobili, secondava le correnti ascensionali, trovando la propria rotta grazie a piccoli movimenti della coda.

lunedì 14 ottobre 2019

Il velo delle donne


Il velo, usato in passato per coprire la testa delle donne, nel Novecento aveva esaurito ogni valenza simbolica, che rimaneva riservata solo ad alcune occasioni o ad alcune tipologie (il velo in occasione del matrimonio, il velo delle suore, ecc.).
Era diventato semplicemente un foulard, un accessorio di abbigliamento sottoposto alla volubilità della moda.
Ora, di colpo, è tornato a ricaricarsi di simbologie in grado di innescare pericolose contrapposizioni culturali e religiose.
Forse, andare un po' a ritroso nella storia iconografica dell'Occidente e indagare questo fenomeno culturale e di costume che ha caratterizzato anche il nostro passato, può servire a recuperare uno sguardo più disteso su questo oggetto diventato così controverso.


Oggi fa gran discutere ed è oggetto di aspre polemiche, riferite in particolare al velo indossato dalle donne islamiche. Leggiamo continuamente opinioni e dichiarazioni in cui appare palese come questo accessorio, spesso niente di più che un innocuo e leggero foulard, crei accese dispute, susciti timori, opposizioni e reazioni persino scomposte.
Ma questo capo di abbigliamento non appartiene unicamente alla religione musulmana. Esso ricopre la testa delle donne da millenni, nelle più diverse aree geografiche e culturali.
Prima affermazione da fare intorno a questo oggetto: il velo non ha un’unica connotazione, ma costituisce un oggetto polivalente, il cui significato e la cui funzione dipendono dal contesto in cui viene usato. Il velo sulla testa delle antiche vestali, infatti, non ha lo stesso significato di quello che oggi indossano le suore o le spose sull’altare.

sabato 12 ottobre 2019

Progetto Monades



Stava calando la nebbia sul pomeriggio di quella grigia giornata di fine ottobre. I raggi di un sole malato proiettavano stanche ombre sul freddo marmo delle guglie, degli archi e delle statue del Duomo, che si innalzava nella piazza simile a un gigantesco ologramma tridimensionale, proiettato lì per far convivere nello stesso spazio due diversi mondi temporali. Tutt’intorno si ergevano, come imponenti sentinelle, enormi edifici in vetro oscurato e acciaio, che sembravano inghiottire anche la luce.
Escher, in cima alla terrazza più alta del Duomo, girò lo sguardo a centottanta gradi. Aveva voluto salire fin lì per guardare dall’alto la città, per cercare di placare la continua ansia che lo attanagliava, con la visione delle mura e dei bastioni che circondavano la metropoli. La foschia però gli impediva di avere un’immagine nitida; volse lo sguardo a sud, dove s’intravedeva il profilo malfermo di una delle quattro torri più alte, quelle che controllavano i punti cardinali. Quella visione non riusciva ad attenuare minimamente la sua inquietudine e, quando un improvviso alito di vento lo fece rabbrividire, provò una specie di vertigine e si sentì come un animale braccato che sta per essere ghermito da un predatore alato. “Loro” erano là, oltre quelle mura e prima o poi avrebbero sferrato l’assalto. Era solo questione di tempo. La città si preparava all’assedio. Un nuovo brivido gli acuì il senso di minaccia. Per un attimo gli si appannò la vista e vacillò. Tutt’intorno era una danza ondeggiante di guglie, statue e archi rampanti. Trattenendo la nausea, si avviò verso l’ascensore, deciso a ridiscendere giù.

Il destino



Jean Michel gettò un altro pezzo di legna nel fuoco morente e si fregò le mani, cercando di scaldarsele col fiato. Un lieve soffio di vapore uscì dalla sua bocca.
«Dannazione, che freddo! Sembra la notte del Giudizio».
Fuori imperversava una bufera di neve, la prima nevicata della stagione. Il bosco sembrava una massa informe e dolorante sotto le sferzate del vento, una nebulosa scura e palpitante, come se rifiutasse di indossare il mantello bianco e gelido che la neve gli stava posando addosso. Ad un tratto un ululato acuto, vicino, echeggiò nell’aria. Era stato il vento o un vero lupo? Il vecchio pastore Bastian non lo aveva forse avvertito della presenza di lupi in quella zona?
Come se non bastasse una violenta folata di vento spalancò la finestra. Fortunatamente la scrivania era proprio lì accanto e fece in tempo a posare un pesante fermacarte a forma di testa di civetta sui fogli dattiloscritti accanto alla macchina da scrivere. Poi richiuse la finestra.
«Prima o poi devo far riparare questa serratura logora».

Le foto di Iole



Iolanda è una vecchina di 89 anni, e tutti là dentro la chiamano Iole. Ha un visetto magro, sotto una specie di caschetto bianco.
Esco dall’ascensore, al primo piano della residenza Villa Serena, e me la trovo davanti. Anche se mi dà le spalle, la riconosco subito per via dei pantaloni di velluto rosa e della giacca di lana bordeaux. Cammina lentamente, con le braccia che le scendono indolenti sui fianchi. Ma le mani no, quelle non stanno mai ferme. Le dita sottili, anche se un po’ deformate dall’artrosi, seguono movimenti simmetrici, in perfetta sincronia. Non vedo il suo volto, ma sono sicura che sta parlando a bassa voce. Accelero il passo e le sono davanti. Sulla soglia della camera di mia zia, mi giro e la guardo. Eccolo il suo visetto roseo, come il velluto dei pantaloni. Parla e sorride. Come sempre.

venerdì 11 ottobre 2019

Diane Arbus, la fotografa dei “monstre”



Abstract:
Gran parte dell'arte e della fotografia moderna si è sforzata di abbassare la 'soglia del terribile', cioè di ciò che era considerato insopportabile allo sguardo, perché troppo doloroso, scandaloso o imbarazzante.
La fotografia di Diane Arbus ha sicuramente contribuito a inserire nell'immaginario collettivo la figura del monstre, emancipandola dalla cornice spettacolare o medico-scientifica dell'Ottocento, abituando il nostro sguardo alla visione della deformità, del corpo fuori dal normale.
Ma le sue fotografie restano sempre su una soglia ambigua: quella dello sguardo di questa fotografa sensibile e nello stesso tempo timida e riservata, che si sforza di stabilire un'empatia e di costruire una familiarità con i suoi soggetti e che tuttavia non riuscirà mai ad entrare veramente nel loro mondo, rimanendone sempre all'esterno, come alla vetrina di un mondo - per usare le sue parole - "pazzesco e incredibile".


Diane Arbus è conosciuta come la fotografa dei freaks, cioè di persone fisicamente abnormi, considerate dei fenomeni da baraccone. Il monstre della tradizione. E tuttavia questa è senza dubbio una formulazione riduttiva, perché la Arbus ha avvicinato altre tematiche e altri soggetti, anche se tutti appartenenti all’universo della marginalità. Nonostante ciò, i freaks occuparono di fatto un posto molto importante nell’opera di questa fotografa; con loro inaugurò l’iconografia per la quale è oggi conosciuta ed è a loro che non cesserà di rivolgere il suo interesse per tutta la vita.
La sua fotografia, da questo punto di vista, segna uno spartiacque in quanto rivoluziona la maniera di rappresentare questi soggetti. Lo sguardo che modella i suoi scatti, infatti, trasforma i freaks da “fenomeni da baraccone” in esseri singolari. Che si tratti di travestiti, di prostitute, di transessuali, di nani o giganti, tutti ci appaiono richiamati da quello sguardo alla propria irriducibile individualità.
Questo invito alla singolarità di ognuno non esclude, certo, la fascinazione sentita dalla fotografa per la loro abnormità: “I “fenomeni” sono qualcosa che ho fotografato a lungo. Sono stati una delle prime cose che ho fotografato e sentivo una specie di terrificante eccitazione. Ero abituata a adorarli. Ancora oggi adoro alcuni di loro. Con ciò non voglio affermare che essi siano i miei migliori amici, ma essi mi fanno sentire un insieme di vergogna e soggezione. In loro c’è come una qualità di leggenda. Come una persona in una fiaba che ti ferma e ti chieda di rispondere ad un indovinello. La maggior parte delle persone attraversa la vita temendo d’avere esperienze traumatiche. I “fenomeni” sono nati con i loro traumi. Essi hanno già superato il loro test nella vita. Essi sono aristocratici”.

La nuca delle donne



Questo è un collage anomalo, in quanto prende in considerazione, quasi per la totalità, le opere di soli tre autori, realizzate nei primi anni del Novecento. Si tratta dei pittori Vilhelm Hammershøi, Carl Vilhelm Holsøe e Peter Ilsted, considerati i massimi esponenti dell’arte d’interni danese.
Mentre in tutta l’Europa le prime avanguardie sconvolgono totalmente il modo di concepire e fare pittura, scomponendo e frantumando colore, prospettiva e soggetti rappresentati, Hammershøi e gli altri non fanno che dipingere i loro soggetti preferiti, in particolare le stube, le stanze silenziose della propria casa, all’interno delle quali sostano personaggi femminili, che sembrano sospesi in una sorta di incantesimo.
Gli interni di Hammershøi sono per lo più spogli, disadorni e immacolati, caratterizzati da un minimalismo e da una severità impregnati di rigore protestante: pochi mobili, pochissimi quadri alle pareti, porte rigorosamente bianche. Il soggetto ricorrente dei suoi dipinti è la moglie Ida, una donna vestita in austeri abiti neri, rappresentata quasi sempre di spalle.

domenica 6 ottobre 2019

Madri e figlie



Nel Seicento, mentre in Italia e in altri regioni europee impazza lo stile barocco, spettacolare e teatrale, in terra fiamminga, dove la riforma protestante aveva abolito le immagini di culto, si diffondono al contrario sobrie scene di interni borghesi. L’interno della casa è il mondo abitato soprattutto dalle donne ed è il luogo della pace e della serenità domestica.
Molto spesso nella scena sono presenti una mamma, in genere seduta, e la sua bambina. Il dato caratteristico è appunto questo: si tratta per lo più di figlie femmine.
Questa iconografia si afferma e arriva fino al secolo scorso, con diverse varianti. Nella scena, ad esempio, compare spesso una culla, all’interno della quale dorme placidamente un bambino neonato, mentre madre e figlia vegliano accanto. In altre rappresentazioni, il bambino è in braccio alla madre, la quale sembra voler coinvolgere la figlia nell’accudimento. In altre ancora, la madre è seduta a cucire e ricamare e la figlia siede su una piccola seggiola accanto a lei, oppure (nelle rappresentazioni più recenti) sono una accanto all’altra e giocano o leggono insieme.
Insomma, la casa borghese è il luogo delle donne, delle madri e delle figlie. Il luogo in cui le bambine sono educate ad essere future mogli e madri. Questa cornice di segregazione caratterizzerà la rappresentazione prevalente del binomio madre-figlia per lungo tempo.

venerdì 4 ottobre 2019

La Maddalena e il teschio



L’iconografia prevalente della Maddalena (qui) ce la presenta come la penitente dai lunghi capelli, ritratta in preghiera, accompagnata in genere dal vasetto di unguento profumato e dall’oggetto simbolo di memento mori per eccellenza, il teschio, legato al tema della vanitas.
Il teschio è qualche volta semplicemente accanto alla donna, ma il più delle volte è in una posizione più intima. La Maddalena, spesso, posa il palmo di una mano su di esso, oppure lo regge con entrambe le mani di fronte al proprio viso. Altre volte il macabro oggetto è appoggiato sulle sue ginocchia, mentre la donna posa le mani serenamente intrecciate sopra di esso, in un atteggiamento di quieta familiarità, oppure se lo stringe in grembo o al seno, che è per lo più scoperto, in un atteggiamento di grande drammaticità, ma anche di notevole sensualità.
Questo collage ha focalizzato l’attenzione proprio su queste ultime varianti dell’iconografia, che si impone a partire dal Cinquecento e ha la sua apoteosi nell'età barocca. Come si può notare, la Maddalena penitente è esplicitamente caratterizzata nei suoi elementi sessuali. È raffigurata quasi sempre a seno nudo, con lunghi e sensuali capelli e giovane e luminosa carnagione, un’immagine che sembra destinata più al godimento degli occhi che al fervore devozionale.