sabato 26 settembre 2020

Un ombrello sulla testa. Happy Days di Samuel Beckett



Nel dramma a due atti Happy Days (1961) di Samuel Beckett, la protagonista Winnie è una donna sepolta in un tumulo di terra fin sopra la vita. Con sé ha solo una borsa, piena di oggetti vari tra cui uno specchio e una pistola, unici legami fisici con il mondo reale che ormai esiste solo nella memoria. 

L'altro oggetto, che svolge un importante ruolo scenico e simbolico, è un ombrello, che finirà incenerito dalla luce del sole.

In questo collage, realizzato con le fotografie di varie rappresentazioni teatrali di Happy Days, la protagonista lo tiene sollevato sulla sua testa, quasi una patetica difesa contro l'assenza di ogni speranza e significato della vita.

Sophie Calle e la narrazione di sé

Copertina del catalogo della mostra M’as-tu vue (Parigi, 2003-2004)

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 
- Gli autoritratti di Vivian Maier
- Sophie Calle e la narrazione di sé
- Nan Goldin
- Hannah Villiger e il corpo frammentato
- Jo Spence
Hannah Wilke
- Sam Taylor-Wood
Ottonella Mocellin
- Trish Morrissey
Moira Ricci
- Guia Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni
- Alba Zari
- Shirin Neshat
- Fatma Bucak

IV. IL CORPO POST-UMANO

V. AUTORIFLESSIONE

Alcuni artisti si servono dell’autoritratto per realizzare delle “narrazioni”, componendo vere e proprie storie in cui giocano il ruolo di protagonisti.

Sophie Calle è un'artista francese, epigono della Narrative Art, che utilizza gli strumenti dell'arte narrativa: principalmente fotografia e testo, ma anche video, performance, installazioni.

Nel 1981 il Centre Pompidou le commissiona un’opera per una mostra dedicata all’autoritratto. Nasce così La Filature (in francese l'espressione 'prendre en filature' significa 'pedinare'), che porta avanti quella spiccata attitudine voyeuristica che caratterizzava già alcuni progetti precedenti, come Les dormeurs (1979), le Filatures parisiennes, Suite vénitienne (il racconto per testo e immagini del pedinamento di uno sconosciuto da Parigi a Venezia, 1980), L'Hôtel (1981).

giovedì 24 settembre 2020

Carrie Mae Weems, Lorna Simpson, Renée Cox. La decostruzione dello stereotipo razziale

 

Renée Cox, Liberation of Aunt Jemima & Uncle B, 1998

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 
Nicole Gravier e i cliché del fotoromanzoVI. AUTORIFLESSIONE

L’autorappresentazione fotografica femminile ha spesso intrecciato le questioni dell’identità di genere con quelle dell’identità culturale e razziale. La fotografia ha, fin dalle sue origini, giocato un ruolo cruciale, ad esempio, nel processo di autoconsapevolezza e autorappresentazione degli afroamericani, divenendo anche un campo di rivendicazione e di lotta per strappare ai bianchi il monopolio di quella rappresentazione, infarcita di stereotipi razzisti.

Già nel 1926, nel suo saggio Criteria of Negro Art, il sociologo e pioniere della teoria della critical race Web Du Bois aveva lanciato un appello agli artisti afroamericani per la creazione di produzioni che ne testimoniassero l’identità, mettendo radicalmente in discussione la visione caricaturale e stereotipata del ‘nero’ che i bianchi avevano prodotto per secoli. 

Raccogliere questa eredità finalizzata alla rappresentazione della propria identità etno-razziale è diventata una priorità per i fotografi afroamericani. Negli anni '70 questo approccio ha subito notevoli cambiamenti, fondendosi con l’istanza concettualista e la performance.

martedì 22 settembre 2020

Suzy Lake e l'invenzione del Sé

Suzy Lake, Miss Chatelaine, 1973-1978

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 
Nicole Gravier e i cliché del fotoromanzo
- Carrie Mae Weems, Lorna Simpson, Renée Cox. La decostruzione dello stereotipo razziale

III. IDENTITA', AUTOANALISI E NARRAZIONE

IV. IL CORPO POST-UMANO

V. AUTORIFLESSIONE

L’artista americana-canadese Suzy Lake indaga il difficile rapporto tra immagine e identità, concentrandosi su alcuni aspetti del femminile in quanto costrutti sociali, mettendo in discussione le aspettative comuni in riferimento all’immagine della donna.

Nella serie Suzy Lake as Gary William Smith (1973-1974), ad esempio, vediamo l'artista trasformarsi gradualmente in un uomo, mentre in Are You Talking to Me? (1979), che cita la famosa scena di De Niro allo specchio nel film Taxi Driver di Martin Scorsese, ci offre numerose espressioni emotive che vanno dalla disperazione e dallo sconforto al panico e alla rabbia.

Le immagini di On Stage sono girate in uno stile diretto, in bianco e nero, simulando lo stile dell’istantanea. In ogni immagine, l’artista impersona un ruolo diverso: la studentessa alla moda, la casalinga alle prese con il trucco, la donna di classe e raffinata, quella sexy ed elegante.

lunedì 21 settembre 2020

Nicole Gravier e i cliché del fotoromanzo

 

Nicole Gravier, Mythes et Clichés. Fotoromanzi (1978)

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 

III. IDENTITA' 

IV AUTOBIOGRAFIA, AUTOANALISI E NARRAZIONE

V. IL CORPO POST-UMANO

VI. AUTORIFLESSIONE

L’opera di Nicole Gravier, artista francese attiva stabilmente a Milano dal 1971, si concentra in particolar modo sulla decostruzione degli stereotipi di genere insiti nel linguaggio e nella comunicazione mediatica, demistificando la rappresentazione del femminile all’interno dei fotoromanzi. Nella serie Mythes et Clichés. Fotoromanzi (1978) l’artista mette a nudo gli stereotipi di questo genere popolare di racconto per immagini, nato in Italia nell’immediato dopoguerra e molto diffuso negli anni Settanta. Nel 1978, in occasione della mostra al Laboratorio in via Maroncelli a Milano, l’artista espone fotografie a colori in cui impersona e mima le protagoniste di questo medium, accanto alle immagini in bianco e nero dei fotoromanzi originali. Il confronto richiama così l’attenzione dello spettatore sui meccanismi di formazione del significato all’interno delle immagini del femminile diffuse nella cultura visiva occidentale, dove il corpo della donna è abitualmente sottoposto a un processo di reificazione. 

Già nel decennio precedente, artiste come Ketty La Rocca e Lucia Marcucci avevano lavorato con le immagini pubblicitarie, sottolineando le disparità di genere da esse veicolate e spacciate come ‘naturali’. 

sabato 19 settembre 2020

Marcella Campagnano e l’invenzione del Femminile

Marcella Campagnano, L’invenzione del Femminile: Ruoli, 1974

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 

III. IDENTITA' 

IV AUTOBIOGRAFIA, AUTOANALISI E NARRAZIONE

V. IL CORPO POST-UMANO

VI. AUTORIFLESSIONE


La produzione di Marcella Campagnano (artista inserita nell’ambiente del movimento femminista milanese), iniziata negli anni Sessanta, si pone l’obiettivo di decostruire il canone culturale della femminilità elaborato nei secoli dalla società patriarcale. La fotografia diviene allora da un lato uno strumento finalizzato alla consapevolezza di come il corpo sia una costruzione culturale, un luogo segnato da rapporti di potere, mostrando l’illusorietà di qualsiasi visione neutra (e asessuata) della realtà, e dall'altro lato un modo nuovo di concepire e di costruire l’identità e il corpo della donna. 

La accomuna ad altre artiste, come ad esempio Martha Wilson e Cindy Sherman, il ricorso al travestimento e al gioco di ruoli. Nel 1974 prende il via il suo ciclo fotografico L’invenzione del Femminile: Ruoli, che fin da subito rivela la sua forte connotazione politico-sociale. Si tratta di fotografie in cui la stessa artista ritrae se stessa (e alcune amiche del collettivo femminista di cui la Campagnano faceva parte) nelle vesti che richiamano i diversi ruoli e funzioni sociali che la tradizione patriarcale assegna alle donne: la sposa, la madre, la casalinga, l’operaia, la prostituta, l’amante, la militante di sinistra, indagando così la costruzione dell’identità femminile. Prendere coscienza di quei cliché rappresentava il primo passo di messa in discussione degli stessi.

mercoledì 16 settembre 2020

Cindy Sherman e gli stereotipi del femminile


Untitled Film Still #3


CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 

III. IDENTITA' 

IV AUTOBIOGRAFIA, AUTOANALISI E NARRAZIONE

V. IL CORPO POST-UMANO

VI. AUTORIFLESSIONE


Le fotografie di Cindy Sherman sono delle meticolose messe in scena - che evocano il teatro e la teatralità - tramite le quali l'artista esplora l'identità, in particolare l'identità femminile, partendo dalla convinzione che il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri è mediato dalle immagini.
Una delle sue prime serie, Untitled Film Stills, è costituita da 69 fotografie, prodotte tra il 1977 e il 1980. Già il titolo (il cui significato letterale è “Fermo-immagine senza titolo") ci induce a considerare queste immagini non come delle semplici fotografie, ma come dei fermo-immagine cinematografici, momenti di una narrazione. Sono, inoltre, delle fotografie in bianco e nero, perché in esse la Sherman mette in scena gli stereotipi visivi, ma anche psicologici, che il cinema hollywoodiano degli anni Cinquanta e Sessanta aveva costruito intorno all’immagine della donna (la starlette, la femme fatale, la casalinga solitaria, la donna in carriera, la ragazza romantica). Le molteplici identità femminili rivelate da queste fotografie mirano a evidenziare le convenzioni sociali e culturali che hanno sottratto alle donne la propria individualità, costringendole a conformarsi a degli standard. Modellati dai media, instillati dalla cultura, questi stereotipi condensano una serie di attributi del "femminile" - la fragilità, la seduzione, il mistero (per citarne alcuni) - che le donne devono rispettare per poter "esistere".

lunedì 14 settembre 2020

Ritorno alle origini. L'arte di Ana Mendieta


CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 


Ana Mendieta è stata un'artista americana di origine cubana, la cui produzione si è espressa attraverso molteplici linguaggi: performance, scultura, land art, fotografia e video. Nata nel 1948 a L'Avana in una famiglia di ceto alto, all’età di 12 anni viene mandata con la sorella negli Stati Uniti, come parte di un programma americano che, all'indomani della rivoluzione castrista, ha l’obiettivo di far espatriare i minori cubani. Dopo una prima permanenza in un campo profughi, le due ragazze cambieranno spesso residenza, passando per orfanotrofi e case famiglia, un’esperienza di sradicamento che determinerà nell’artista un profondo senso di non-appartenenza e di identità divisa.

Studia presso l’Iowa State University dove decide nel 1972 di dedicarsi alle performance. I temi del femminismo sono particolarmente forti in quel periodo e Ana Mendieta comincia a svilupparli in un modo proprio. Nello stesso anno realizza Glass on body, in cui indaga le potenzialità del proprio corpo attraverso le deformazioni ottenute schiacciandolo contro lastre di vetro. Quest’opera si colloca nella ricerca, da parte dell’artista, di riappropriarsi della propria immagine, ribadendo una totale libertà nei confronti del proprio aspetto contro le pretese che la società, e in particolare lo sguardo maschile, impone alle donne.