martedì 27 ottobre 2020

Novembre



Novembre si avvicina
col suo ciglio ombroso
e il passo umido e incerto.
Non si sciolse del tutto
la brina dell'inverno passato.
Sarà terreno fecondo
per una coltura all'aperto
di biglie dal manto laccato
sullo sfondo carnoso del mare.

Se riesci a cogliere il frutto
che spunta dai rami d'avorio
e porgi l'ascolto alla voce
che ormai si ripete ogni sera
potrai finalmente accettare
il ghigno feroce, oratorio
che non più t'abbandona:
"non è per te".

Non è per te il cielo
né l'austera terra. Nulla 
d'intorno ti sprona
nulla ti frena.
Alcun segno ti chiama
o ti culla.
Se scosti il velo
hai solo una bocca che serra
parole impastate di rena.




lunedì 26 ottobre 2020

Pillole di teoria dell'immagine. Pictorial Turn

Scuola Italiana del XVII secolo, Allegoria della Pittura


Pictorial TurnIconic Turn, Bildwissenschaft, Visual Culture Studies, sono termini che vediamo e leggiamo spesso. Ma, cosa sono?

Intorno alla natura dell'immagine e della visione dibattono da sempre numerose discipline.
La filosofia, fin dalle sue origini, e negli ultimi decenni con vari approcci (da quello trascendentale a quello fenomenologico a quello ermeneutico). Ma, soprattutto nel secolo scorso, tanti sono gli ambiti del sapere che hanno cominciato a riflettere sullo statuto di questi oggetti problematici: la semiotica, la psicologia e le neuroscienze, le scienze cognitive. Anche perché, nel frattempo, e soprattutto dagli anni Novanta, la quantità di immagini aveva cominciato ad incrementarsi a livello esponenziale, grazie alla diffusione di nuove tecnologie e di nuovi strumenti di produzione, di riproduzione e di diffusione di oggetti visuali, i quali sono andati acquisendo una centralità storicamente inedita.
Ed è proprio negli anni Novanta che avviene quella che è conosciuta come svolta iconica (ikonische Wendung, in area tedesca e pictorial turn, in area anglo-americana). Questa espressione fa riferimento a un modo diverso di intendere le rappresentazioni visuali, che in un certo senso ribalta il linguistic turn, cioè la tendenza, da parte delle teorie afferenti o derivanti dal poststrutturalismo, a considerare ogni produzione segnica come un testo, e cioè riconducibile a un discorso (Logos). 
Il pictorial turn ribadisce piuttosto la peculiarità degli studi visuali e richiede un cambiamento epistemologico che pone lo studio delle immagini sullo stesso piano di quello del linguaggio. Si parla di svolta iconica per sottolineare, in particolar modo, il grande effetto che oggi le immagini determinano sulla stessa antropologia dell'Homo sapiens, una constatazione che impone l'impianto di studi appropriati del visuale, di una 'scienza delle immagini' non riducibile alle discipline che si occupano delle analisi linguistiche e testuali.

Questa svolta è portata avanti da due scuole di pensiero coincidenti con le due aree geografiche tedesca e anglo-americana. In ambito tedesco la “svolta” ha il nome di Bildwissenschaft (traducibile, appunto, in Scienza dell'immagine), ed è una scuola di pensiero che attinge alla tradizione filosofica europea continentale e alla storia dell'arte. Pioniere è Gottfried Boehm, il quale, agli inizi degli anni Novanta, va alla ricerca di quella logica “interna” e propria delle immagini - che nulla ha a che vedere con la parola -, grazie alla quale esse producono senso e sapere, per mezzo del "mostrare" anziché del "dire". «Com’è che le immagini generano senso? È questa la domanda che mi guida – una domanda che […] pone […] l’accento sull’artefatto, ma che chiama sempre in causa anche l’interazione con il fruitore in un determinato contesto.» (Boehm G., Iconic turn, 2012). Perciò la ricerca di Boehm non si limita a un'analisi dell'immagine, ma ne approfondisce l'aspetto antropologico, affrontando contemporaneamente lo studio del medium, inteso come strumento in virtù del quale le immagini circolano, e quello di corpo, cioè la condizione di colui che agisce come autore e di colui che percepisce come fruitore.
Tra gli esponenti di maggior spicco, oltre Boehm, citiamo Horst Bredekamp e Hans Belting.
Con il riferimento forte anche all'opera di un grande tedesco come Aby Warburg, gli autori della Bildwissenschaft rivolgono la loro attenzione al ruolo dell’immagine nella formazione della conoscenza, attingendo in maniera indistinta sia alla storia dell'arte che alla scienza e occupandosi dell’intero ambito delle immagini (fotografia, immagini non artistiche, film, video, pubblicità, cartoline e manifesti), compreso ciò che, a prima vista, può sembrare marginale e privo di interesse. 
Vale la pena citare uno degli assunti fondamentali di Horst Bredekamp, secondo il quale «le immagini non possono essere collocate davanti o dietro la realtà, poiché esse contribuiscono a costruirla. Non sono una emanazione, ma una sua condizione necessaria.»

In area angloamericana è lo storico dell’arte William John Thomas Mitchell che, nello stesso anno 1994, conia il termine pictorial turn e fonda l'altra scuola di pensiero, i visual culture studies (o anche semplicemente visual studies, che sono lo studio della visual culture). I visual studies, più che alla filosofia e alla storia dell'arte, attingono maggiormente ad esperienze di studio di matrice angloamericana come i cultural studies, i feminist studies e i postcolonial studies, attenti alla valenza culturale, sociale e politica dell'immagine come dello sguardo dello spettatore.  I visual culture studies studiano le immagini e la visione all'interno di un contesto ampio quale è quello della “cultura visuale”; ciò significa prendere in esame tutti gli aspetti formali, materiali, tecnologici e sociali che contribuiscono a situare le immagini e gli atti di visione in un contesto culturale. 
Anche Mitchell riconosce il ruolo centrale delle immagini nella contemporaneità, cercandone, come Boehm, una specificità non testuale, dunque non verbale. 
Mitchell sa bene che non si tratta di una svolta assoluta, ma di una figura del pensiero che ritorna nella storia della cultura ogni volta che si rendono attive nuove tecnologie o nuovi tipi di immagini, come ad esempio avvenne con l'invenzione della prospettiva quattrocentesca o con quella - secoli dopo - della fotografia.
Per lo studioso, inoltre, la questione delle immagini va posta a partire non da ciò che consideriamo la loro essenza o consistenza ontologica, ma da ciò che esse pretendono da noi, dalla loro agency all'interno dei processi comunicativi. Si tratta dunque di un approccio che non riduce le immagini a linguaggio, segno o discorso ma le considera veri e propri soggetti dell'interazione sociale (Cfr. Cometa M., Prefazione a W.J.T. Mitchell, Pictorial Turn. Saggi di cultura visuale, 2017).
A questo proposito Mitchell è molto chiaro: il pictorial turn non è un ritorno alle teorie ingenue della rappresentazione basata sulla mimesi, sulla copia o sulla corrispondenza. L'immagine non è intesa come riproduzione di un referente, ma come una complessa interazione tra visualità, corpi e figure, dispositivi, istituzioni, discorsi. Come si vede, è una definizione che sottolinea soprattutto la dimensione mediale dell'immagine, cioè il suo essere un prodotto culturale che circola nella società. L'invito che rivolge, e che pone al fondo della sua ricerca, è infatti ad indagare non tanto ciò che le immagini significano e fanno, ma ciò che le immagini vogliono (What do Pictures Want? è il titolo di un suo saggio del 2005).
Pur nella specificità delle due scuole, gli elementi che accomunano la Bildwissenschaft ai Visual Culture Studies sono molteplici: innanzitutto l'intento di affrontare in maniera interdisciplinare il tema delle immagini, della visione e del loro significato culturale (coinvolgendo ambiti di studio tradizionali come l'estetica, la storia dell'arte, la semiotica), di estendere la ricerca a ogni tipo di prodotto visuale senza limitarsi alle immagini d'arte, di riconoscere le differenze tra il valore artistico di un'immagine e la sua rilevanza in un determinato contesto.
L'altro assunto comune è il superamento del linguistic turn e della testolatria (cioè il culto del testo verbale) e la consapevolezza dell'irriducibilità di iconico e verbale, di visivo e linguistico, che sono due ambiti distinti. E, tuttavia, Mitchell non manca di riconoscere come tutte le arti siano 'composite' (sia testo sia immagine) e che non esistano media visivi puri, in quanto tutti i media sono misti (mixed media). È sostanzialmente questo il significato della sua nozione di Image/Text.

Riferimenti
MITCHELL W.J.T., Pictorial Turn. Saggi di cultura visuale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017.
PINOTTI, A., SOMAINI, A. (a cura di), 2009. Teoria dell’immagine. Il dibattito contemporaneo. Collana Saggi. Milano: Raffaello Cortina.
PINOTTI, A., SOMAINI, A., 2016. Cultura visuale. Immagine sguardi media dispositivi. Collana Piccola Biblioteca Einaudi. Torino: Einaudi.

venerdì 23 ottobre 2020

Diario delle distanze

Vilhelm Hammershøi, Interior from the Home of the Artist


E così ritornò la paura
di respirare il nemico 
che non si vede.
A guardarci misurando le distanze
del pericolo e della cura,
dell'aria che non cede.
Gli occhi reclamano il primato
in questi tempi in cui vietato
è il tocco 
e ogni abbreviatura.

E io son tornata a sognare
la casa dai vani segreti
- palazzo d'un tempo barocco -
che è mia eppure ignota,
teorie di stanze
inutili amuleti
appesi al soffitto dell'usura.

sabato 17 ottobre 2020

Contributo per orientarsi nello studio della fotografia

Elina Brotherus, Artist and Model Reflected in a Mirror 1, 2007

È difficile orientarsi nell'ambito degli studi sulla fotografia. Proverò ora un'ardita semplificazione, con funzione di fornire una schema di orientamento tra le varie e innumerevoli teorie.

La pratica fotografica coinvolge sostanzialmente tre elementi: l'autore (lo chiamiamo Soggetto), la macchina (cioè il dispositivo fotografico) e ciò che viene fotografato (lo chiamiamo Oggetto).

A questi tre elementi ne aggiungiamo un quarto, il Ricevente, cioè il fruitore della fotografia.

Ora, dal punto di vista delle trattazioni teoriche, le posizioni sono sempre molto complesse e variamente articolate. Tentando tuttavia la semplificazione annunciata, possiamo suddividerle in quattro gruppi:

- teorie che privilegiano il ruolo del Soggetto.

- teorie che privilegiano il ruolo dell'Oggetto.

- teorie che privilegiano il ruolo del Dispositivo Fotografico.

- teorie che privilegiano il ruolo del Ricevente.

sabato 3 ottobre 2020

Elina Brotherus. Autoritratti nel paesaggio

Elina Brotherus, Annonciation 30, Last one in my line, 2012


V. IL CORPO POST-UMANO

VI. AUTORIFLESSIONE
- Elina Brotherus. Autoritratti nel paesaggio
- Francesca Catastini
- Petra Collins e il selfie

L’indagine fotografica di Elina Brotherus, artista di origini finlandesi, si muove tra due poli: autoritratti altamente autobiografici da una parte e studi storico-artistici dall'altra. E di questa continua oscillazione tra arte e vita è testimone il fatto che utilizzi quasi sempre se stessa come modella. In alcune serie (Suites Françaises, 12 ans après, Annonciation, Carpe Fucking Diem), consistenti in autoritratti, fotografie di paesaggi e di interni con lei protagonista, esegue delle esplorazioni autobiografiche, attraverso motivi legati alla sua vita personale: un matrimonio fallito, un divorzio e il senso di abbandono, l'integrazione in un paese straniero, il suo desiderio insoddisfatto di maternità (Annonciation). Mette in scena eventi che ha vissuto, rendendo le fotografie estremamente personali, rivelatrici e coraggiose. Ma c'è anche il desiderio di parlare della condizione umana e di fornire agli spettatori uno schermo vuoto, una superficie su cui proiettare i propri sentimenti e desideri. 

venerdì 2 ottobre 2020

Autoritratti allo specchio o in ombra. Vivian Maier


CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 

IV. IL CORPO POST-UMANO


Vivian Maier scattò molti autoritratti, ma lei non li condivise mai con nessuno. La sua ricerca personale, per le strade d’America e del mondo, fu del tutto solitaria. Non stampò la maggior parte dei suoi rullini, ritrovati in modo fortuito da un agente immobiliare e collezionista di Chicago, John Maloof, poco prima che lei morisse in solitudine, sconosciuta al mondo (nel 2009).

Per scattare i suoi autoritratti si serviva spesso di superfici riflettenti: specchi presenti per strada, nei bagni pubblici, nelle vetture di un tram; specchi fortuiti, posti tra le cianfrusaglie ammassate sul carretto di un rigattiere; e poi vetrine, finestre, perfino cerchioni di ruote cromate: insomma tutte le superfici, che le capitassero a tiro, in grado di restituirle la sua immagine riflessa.

Autoritratto di donna velata. Shirin Neshat

Shirin Neshat, “Rebellious Silence”, from the series The Women of Allah (1994). © Shirin Neshat.

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 

Shirin Neshat è una videoartista, regista e fotografa di origine iraniana, le cui opere esplorano il ruolo delle donne nelle società islamiche contemporanee, soprattutto in Iran. Ancora giovanissima, lascia l’Iran e nel 1974 si trasferisce in California per studiare arte. Nel 1989, un viaggio in Iran, dove non era più tornata dalla sua partenza, le provoca un grande shock. All'improvviso scopre l'immenso divario tra i suoi ricordi e la realtà iraniana contemporanea, in cui la rivoluzione islamica di Khomeyni aveva cambiato radicalmente la condizione femminile. Dopo un secolo di leggi e cultura improntate a un certo laicismo (nel 1935, Rezã Chãh Pahlavi, desiderando svolgere una grande azione di modernizzazione e occidentalizzazione del Paese, aveva proibito alle iraniane di indossare il chador), l’avvento della rivoluzione teocratica aveva costretto nuovamente le donne a indossare il velo in pubblico.

mercoledì 30 settembre 2020

Autoritratti in relazione. Anna di Prospero

Anna Di Prospero, Self-portrait with Eleonora, 2011

 

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 


Anna di Prospero indaga soprattutto il rapporto tra sé e lo spazio, sia quello urbano che domestico, ma anche quello tra sé e gli altri. Self-portrait at home (2007/2009) è il suo primo progetto fotografico, dove esplora la sua relazione con lo spazio della casa in cui abita, creando delle corrispondenze tra le geometrie del suo corpo e quelle degli ambienti.

Lavora sull’autorappresentazione in diverse serie, ad esempio in Self-portrait at hometown (2009) e in Urban Self – portrait (2010-2012) dove l’artista usa il proprio corpo come strumento di indagine, ma soprattutto di esperienza attiva dello spazio, ricercando le proporzioni tra le sue forme e quelle degli edifici e costruendo in tal modo un dialogo performativo con l’ambiente urbano.

In Self-portrait with my family, Self portrait with my friends e Self-portrait with strangers, sono invece le relazioni personali ad essere esplorate tramite l’auto-collocamento nella scena insieme a parenti, amici e sconosciuti. In tutti questi casi, il soggetto delle fotografie non è l’autrice, ma la sua relazione con lo spazio, le architetture, le persone.