lunedì 28 settembre 2020

Hannah Wilke, Jo Spence. Il corpo malato

Hannah Wilke, Intra-Venus, 1992

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 
- Gli autoritratti di Vivian Maier
- Sophie Calle e la narrazione di sé
- Nan Goldin. L'autorappresentazione come diario visivo
- Hannah Wilke, Jo Spence. Il corpo malato
- Trish Morrissey
Moira Ricci
- Guia Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni
- Alba Zari
- Shirin Neshat
- Fatma Bucak

IV. IL CORPO POST-UMANO

V. AUTORIFLESSIONE

"La malattia è il lato notturno della vita" ha scritto Susan Sontag in Illness as Metaphor. La malattia aggiunge un altro strato di "alterità" allo status di outsider della femminilità. Eppure non sono poche le donne artiste che hanno raccontato la malattia attraverso il loro corpo.

Diverse sono le opere in cui Frida Kahlo, ad esempio, rappresenta il suo corpo devastato. Nei due autoritratti La colonna spezzata (1944) e Il cervo ferito (1946) si rappresenta come vittima sacrificale. La sua pittura può essere anche (non solo) interpretata come pratica riparativa, come un modo non soltanto per alleviare il dolore, ma anche per visualizzarlo, per trasformarlo, da destino individuale, in tema universale.

Il corpo ferito dalla malattia ritorna nelle opere fotografiche di due artiste che operano negli stessi anni: Hannah Wilke e Jo Spence. 

domenica 27 settembre 2020

Nan Goldin. L'autorappresentazione come diario visivo

Nan one month after being battered 1984

 

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 
- Gli autoritratti di Vivian Maier
- Sophie Calle e la narrazione di sé
- Nan Goldin. L'autorappresentazione come diario visivo
- Hannah Wilke, Jo Spence. Il corpo malato
- Trish Morrissey
Moira Ricci
- Guia Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni
- Alba Zari
- Shirin Neshat
- Fatma Bucak

IV. IL CORPO POST-UMANO

V. AUTORIFLESSIONE

Icona degli anni '80, Nan Goldin ha rivoluzionato la fotografia, trasformando la sua esistenza in arte. Per più di quarant'anni ha fotografato il suo mondo, i suoi amici, i molti momenti di vita quotidiana condivisi e anche quelli privati e intimi: feste, sesso, droga, violenza, gioia, amore, malattia, morte. Il suo lavoro, che ha presentato come un "diario visivo", è diventato la storia di un'intera generazione. I soggetti della Goldin sono il mondo bohemien metropolitano, le drag queen e i transgender, la cultura punk, gli amori etero e omosessuali, la violenza e la droga, l'AIDS, le feste e la solitudine, ma non è l’indagine di fenomeni sociali l’obiettivo della sua fotografia.
Nelle sue opere, e in particolare in The Ballad of Sexual Dependency (1986), ha anche inserito molti autoritratti, che hanno contribuito in maniera determinante a costruire un nuovo modo di rappresentare il sé. Questo dipende dal fatto che tali fotografie di auto-rappresentazione non sono delle messe in scena, delle dichiarazioni identitarie o le tappe di una ricerca intima, ma presentano il carattere di scene di vita colte nella loro cruda verità. Ciò determina, nello spettatore, un turbamento dato dall’identificazione di questi con il soggetto delle fotografie; è come se lo spettatore fosse costretto, attraverso le immagini, a riconoscere le ferite che possiede dentro di sé. 

sabato 26 settembre 2020

Hannah Villiger e il corpo frammentato

Hannah Villiger, Block XIII, 1989

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 
- Gli autoritratti di Vivian Maier
- Sophie Calle e la narrazione di sé
- Nan Goldin. L'autorappresentazione come diario visivo
- Jo Spence
Hannah Wilke
- Sam Taylor-Wood
Ottonella Mocellin
- Trish Morrissey
Moira Ricci
- Guia Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni
- Alba Zari
- Shirin Neshat
- Fatma Bucak

IV. IL CORPO POST-UMANO

V. AUTORIFLESSIONE

Ich fotografiere mich selbst.
Ich bin mein nächster Partner und der mir naheliegendste Gegenstand.
Ich horche in meiner Polaroidkamera an meinem nackten, kahlen Körper entlang, um ihn herum, in ihn hinein, durch ihn hindurch. 

(Io fotografo me stessa. Sono il mio partner più stretto e il mio soggetto più ovvio. Con la mia macchina fotografica Polaroid ascolto il mio corpo nudo e glabro, intorno, dentro, attraverso di esso.)

Hannah Villiger 

L’artista svizzera Hannah Villiger, nonostante si definisse una scultrice (chiamava le sue mostre “sculture”), è riconosciuta a livello internazionale per il suo lavoro fotografico. Dall’inizio degli anni Ottanta fino al termine della sua breve vita (muore nel 1997), abbandona la tridimensionalità della materia plasmabile preferendo la superficie bidimensionale della pellicola impressa. Utilizza la Polaroid per esplorare il proprio corpo, in un dialogo solitario, appassionato e tormentato, con se stessa, anche perché stava già affrontando l'isolamento causato dalla tubercolosi, che aveva contratto a 29 anni.

Un ombrello sulla testa. Happy Days di Samuel Beckett



Nel dramma a due atti Happy Days (1961) di Samuel Beckett, la protagonista Winnie è una donna sepolta in un tumulo di terra fin sopra la vita. Con sé ha solo una borsa, piena di oggetti vari tra cui uno specchio e una pistola, unici legami fisici con il mondo reale che ormai esiste solo nella memoria. 

L'altro oggetto, che svolge un importante ruolo scenico e simbolico, è un ombrello, che finirà incenerito dalla luce del sole.

In questo collage, realizzato con le fotografie di varie rappresentazioni teatrali di Happy Days, la protagonista lo tiene sollevato sulla sua testa, quasi una patetica difesa contro l'assenza di ogni speranza e significato della vita.

Sophie Calle e la narrazione di sé

Copertina del catalogo della mostra M’as-tu vue (Parigi, 2003-2004)

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 
- Gli autoritratti di Vivian Maier
- Sophie Calle e la narrazione di sé
- Nan Goldin. L'autorappresentazione come diario visivo
- Jo Spence
Hannah Wilke
- Sam Taylor-Wood
Ottonella Mocellin
- Trish Morrissey
Moira Ricci
- Guia Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni
- Alba Zari
- Shirin Neshat
- Fatma Bucak

IV. IL CORPO POST-UMANO

V. AUTORIFLESSIONE

Alcuni artisti si servono dell’autoritratto per realizzare delle “narrazioni”, componendo vere e proprie storie in cui giocano il ruolo di protagonisti.

Sophie Calle è un'artista francese, epigono della Narrative Art, che utilizza gli strumenti dell'arte narrativa: principalmente fotografia e testo, ma anche video, performance, installazioni.

Nel 1981 il Centre Pompidou le commissiona un’opera per una mostra dedicata all’autoritratto. Nasce così La Filature (in francese l'espressione 'prendre en filature' significa 'pedinare'), che porta avanti quella spiccata attitudine voyeuristica che caratterizzava già alcuni progetti precedenti, come Les dormeurs (1979), le Filatures parisiennes, Suite vénitienne (il racconto per testo e immagini del pedinamento di uno sconosciuto da Parigi a Venezia, 1980), L'Hôtel (1981).

giovedì 24 settembre 2020

Carrie Mae Weems, Lorna Simpson, Renée Cox. La decostruzione dello stereotipo razziale

 

Renée Cox, Liberation of Aunt Jemima & Uncle B, 1998

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 
Nicole Gravier e i cliché del fotoromanzoVI. AUTORIFLESSIONE

L’autorappresentazione fotografica femminile ha spesso intrecciato le questioni dell’identità di genere con quelle dell’identità culturale e razziale. La fotografia ha, fin dalle sue origini, giocato un ruolo cruciale, ad esempio, nel processo di autoconsapevolezza e autorappresentazione degli afroamericani, divenendo anche un campo di rivendicazione e di lotta per strappare ai bianchi il monopolio di quella rappresentazione, infarcita di stereotipi razzisti.

Già nel 1926, nel suo saggio Criteria of Negro Art, il sociologo e pioniere della teoria della critical race Web Du Bois aveva lanciato un appello agli artisti afroamericani per la creazione di produzioni che ne testimoniassero l’identità, mettendo radicalmente in discussione la visione caricaturale e stereotipata del ‘nero’ che i bianchi avevano prodotto per secoli. 

Raccogliere questa eredità finalizzata alla rappresentazione della propria identità etno-razziale è diventata una priorità per i fotografi afroamericani. Negli anni '70 questo approccio ha subito notevoli cambiamenti, fondendosi con l’istanza concettualista e la performance.

martedì 22 settembre 2020

Suzy Lake e l'invenzione del Sé

Suzy Lake, Miss Chatelaine, 1973-1978

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 
Nicole Gravier e i cliché del fotoromanzo
- Carrie Mae Weems, Lorna Simpson, Renée Cox. La decostruzione dello stereotipo razziale

III. IDENTITA', AUTOANALISI E NARRAZIONE

IV. IL CORPO POST-UMANO

V. AUTORIFLESSIONE

L’artista americana-canadese Suzy Lake indaga il difficile rapporto tra immagine e identità, concentrandosi su alcuni aspetti del femminile in quanto costrutti sociali, mettendo in discussione le aspettative comuni in riferimento all’immagine della donna.

Nella serie Suzy Lake as Gary William Smith (1973-1974), ad esempio, vediamo l'artista trasformarsi gradualmente in un uomo, mentre in Are You Talking to Me? (1979), che cita la famosa scena di De Niro allo specchio nel film Taxi Driver di Martin Scorsese, ci offre numerose espressioni emotive che vanno dalla disperazione e dallo sconforto al panico e alla rabbia.

Le immagini di On Stage sono girate in uno stile diretto, in bianco e nero, simulando lo stile dell’istantanea. In ogni immagine, l’artista impersona un ruolo diverso: la studentessa alla moda, la casalinga alle prese con il trucco, la donna di classe e raffinata, quella sexy ed elegante.

lunedì 21 settembre 2020

Nicole Gravier e i cliché del fotoromanzo

 

Nicole Gravier, Mythes et Clichés. Fotoromanzi (1978)

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 

III. IDENTITA' 

IV AUTOBIOGRAFIA, AUTOANALISI E NARRAZIONE

V. IL CORPO POST-UMANO

VI. AUTORIFLESSIONE

L’opera di Nicole Gravier, artista francese attiva stabilmente a Milano dal 1971, si concentra in particolar modo sulla decostruzione degli stereotipi di genere insiti nel linguaggio e nella comunicazione mediatica, demistificando la rappresentazione del femminile all’interno dei fotoromanzi. Nella serie Mythes et Clichés. Fotoromanzi (1978) l’artista mette a nudo gli stereotipi di questo genere popolare di racconto per immagini, nato in Italia nell’immediato dopoguerra e molto diffuso negli anni Settanta. Nel 1978, in occasione della mostra al Laboratorio in via Maroncelli a Milano, l’artista espone fotografie a colori in cui impersona e mima le protagoniste di questo medium, accanto alle immagini in bianco e nero dei fotoromanzi originali. Il confronto richiama così l’attenzione dello spettatore sui meccanismi di formazione del significato all’interno delle immagini del femminile diffuse nella cultura visiva occidentale, dove il corpo della donna è abitualmente sottoposto a un processo di reificazione. 

Già nel decennio precedente, artiste come Ketty La Rocca e Lucia Marcucci avevano lavorato con le immagini pubblicitarie, sottolineando le disparità di genere da esse veicolate e spacciate come ‘naturali’.