lunedì 6 luglio 2020

Un dramma all'infrarosso. "Virus" di Antoine d'Agata

Antoine d'Agata, Virus, 2020

Tanti progetti fotografici hanno preso vita durante il periodo dell’emergenza Covid-19, al fine di raccontarlo, di descriverlo, di realizzare documenti e narrare storie. Tutti si sono trovati, chi più chi meno, a porsi la stessa domanda: come mostrare, come rendere visibile il nemico contro cui l’intera umanità stava combattendo la propria battaglia se quel nemico restava invisibile agli occhi umani, talmente minuscolo da introdursi subdolamente nei corpi e colonizzarli, come uno spietato invasore?
E’ stata questa la prima sfida che si è presentata davanti a chiunque si sia posto l’obiettivo di mostrare per immagini cosa stava succedendo: il fronte non era un territorio di confine, né un quartiere strategico. Il campo di battaglia non era uno spazio da conquistare o difendere armi in pugno, ma era lo stesso corpo umano, con la sua fragilità, esposto al contagio di un agente invisibile, che non conosce confini.

domenica 14 giugno 2020

La Melencolia di Bernard Voïta

Melencolia IV, 2014

Bernard Voïta, classe 1960, è uno dei più importanti artisti svizzeri della sua generazione.

Nel 2014 realizza una serie fotografica dal titolo Melencolia. È composta da immagini talmente complesse che a prima vista sembrano il frutto di elaborazioni digitali o di minuziose tecniche di collage. In realtà si tratta di registrazioni analogiche di "architetture" abilmente costruite nel suo studio, utilizzando gli oggetti più disparati, e poi fotografate da un punto di vista specifico.

venerdì 12 giugno 2020

Luigi Ghirri e l’orizzonte del mare

Luigi Ghirri, Tellaro, 1980.

Una ringhiera affacciata su un mare placido e azzurro che illanguidisce all’orizzonte, la scritta ‘mare’ in stampatello maiuscolo dello stesso colore, giusto di una tonalità diversa. A parte una minuscola barchetta in basso al centro e un frammento di scogliera verdeggiante sul lato destro, nell’immagine non c’è altro. Solo il mare e la parola che ne costituisce il segno linguistico. Sarà per questo che la fotografia di Ghirri scattata a Tellaro nel 1980 sembra adagiata in una piega di confine: sognante e lirica come una poesia, icastica e tautologica come un’immagine concettuale, senza alcuna possibilità di far prevalere una lettura sull’altra.
La parola che designa e il mondo che è designato sono messi a confronto, in un rapporto così diretto che il senso come l’intelletto ne rimangono ammaliati. Sì, perché mentre la tautologia si impone con tutta la sua evidenza visiva, lo sguardo è già andato oltre, superando la tentazione di farne una pura corrispondenza linguistica. La compresenza di oggetto e segno verbale, infatti, smette subito di essere percepita come una semplice relazione biunivoca di segno e referente e appare, all'opposto, incongrua, chiede ragioni, reclama un senso ulteriore, ben al di là di quello letterale. Provoca, si potrebbe dire, uno sconfinamento.

domenica 31 maggio 2020

Mac Adams e i 'crimini' della percezione



Il lavoro di Mac Adams si innesta nella corrente concettuale degli anni Settanta, in particolare nella Narrative Art, che ha come fondamento il concetto di finzione e di narrazione. Ma, a differenza di molti artisti di quel movimento, che spesso associano immagine e testo, Mac Adams affida solo alla fotografia lo sviluppo delle sue storie.
L’artista di origini gallese e trapiantato negli Stati Uniti crea scene vere e proprie, con attori e un'ambientazione che ricorda spesso quella del cinema noir e dei romanzi polizieschi. “Non è forse vero che ogni punto delle nostre città è il luogo di un delitto?”, scriveva Walter Benjamin nella sua Piccola storia della fotografia. Le installazioni e fotografie di Mac Adams sembrano far propria questa affermazione; infatti sono tali da creare nello spettatore la percezione di star guardando la scena di un crimine.

martedì 5 maggio 2020

La fotografia e il gatto

MICHALS Duane, Madame Schrödinger's Cat (from the series Quantum), 1998.

No, non è un post sulle fotografie di gattini, con cui ormai abbiamo imparato a convivere sui social.
Il gatto cui fa riferimento il titolo è il gatto di un famoso esperimento mentale della fisica quantistica. Il gatto di Schrödinger.

lunedì 4 maggio 2020

CLAUDE CAHUN. LE METAMORFOSI DELL'ANDROGINO

Claude Cahun, Que me veux-tu?, 1928

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE. 
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 

- Claude Cahun. Le metamorfosi dell'androgino


ROTTURA E RIVENDICAZIONE
- Birgit Jürgenssen
- Valie Export
Ana Mendieta
- Cindy Sherman
- Trish Morrissey
Ottonella Mocellin
- Marcella Campagnano
- Nicole Gravier

IDENTITA' 
- Suzy Lake
- Francesca Woodman
- Lorna Simpson
- Fatma Bucak
- Shirin Neshat
- Guia Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni, 
- Anna di Prospero
- Il caso di Vivian Maier

AUTOBIOGRAFIA, AUTOANALISI E NARRAZIONE
- Carrie Mae Weems
- Sophie Calle
- Nan Goldin
- T. Moffatt
- Hannah Villiger e il corpo frammentato
- Jo Spence
Hannah Wilke
- Sam Taylor-Wood
Moira Ricci
- Alba Zari

IL CORPO POST-UMANO
- Orlan
Annegret Soltau
- Isabella Bona
- Sofia Uslenghi

AUTORIFLESSIONE
- Elina Brotherus
- Francesca Catastini
- Petra Collins e il selfie


E’ stato necessario attendere gli anni ’80, il rinnovato interesse per il Surrealismo e per il ruolo delle donne nelle avanguardie tra le due guerre e il dibattito sui temi del gender, affinché questa artista così poliedrica – scrittrice, fotografa, attrice di teatro e saggista — venisse riscoperta. Claude Cahun, nata Lucy Renée Mathilde Schwob, è nota soprattutto per i suoi autoritratti, che sono veri e propri portraits performés. In essi l’artista mette in scena se stessa, il proprio corpo, che incarna molteplici ruoli ricorrendo a giochi di specchi, metamorfosi e travestimenti. Nei suoi autoritratti, nei suoi fotomontaggi, nei suoi oggetti surrealisti così come nei suoi scritti, l’artista interroga le relazioni tra l’identità e l’immagine di sé, il sesso e il corpo, l’individuo e il suo doppio, esplorando le strategie di autorappresentazione.

giovedì 30 aprile 2020

NUOVE DONNE E NUOVA VISIONE

Florence Henri, Autoritratto , 1938.
CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE. 
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 

- Nuove Donne e Nuova Visione
- Suzy Lake
Hannah Wilke
Birgit Jürgenssen
- Vivian Maier
- Cindy Sherman
- Oltre i confini del corpo. Francesca Woodman
- Nan Goldin
- Hannah Villiger e il corpo frammentato
- Carrie Mae Weems
- Jo Spence
- Elina Brotherus
- Trish Morrissey
- Anna di Prospero
- Silvia Camporesi
- Petra Collins e il selfie

Gli anni Venti e Trenta rappresentano un periodo eccezionale per la storia del mezzo fotografico:  grazie ad un più ampio campo di applicazione, a tecniche di riproduzione nuove o migliorate, a dispositivi più leggeri e pellicole più veloci, grazie all'esistenza di vari gruppi d'avanguardia (Costruttivismo, Surrealismo, Bauhaus) e all’esplosione di molti media, incluso il cinema e la pubblicità, la fotografia conosce profondi cambiamenti.
Nasce la 'Nuova Visione', con il suo peculiare vocabolario: primi piani estremi, ritaglio e punti di vista insoliti, fotogrammi, fotomontaggi e altre pratiche sperimentali, linee diagonali, viste dall'alto o dal basso, dispositivi autoreferenziali o autoriflessivi (ad esempio specchi, riflessi, ombre) e celebrazione di tutti i simboli della moderna industria e tecnologia.

domenica 26 aprile 2020

TRE FOTOGRAFE AMERICANE: FRANCES BENJAMIN JOHNSTON, ANN BRIGMAN E IMOGEN CUNNINGHAM

Frances Benjamin Johnston, Self-Portrait (as New Woman), 1896

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 

- Tre fotografe americane: Frances Benjamin Johnston, Ann Brigman e Imogen Cunningham
- Suzy Lake
Hannah Wilke
Birgit Jürgenssen
- Vivian Maier
- Cindy Sherman
- Oltre i confini del corpo. Francesca Woodman
- Nan Goldin
- Hannah Villiger e il corpo frammentato
- Carrie Mae Weems
- Jo Spence
- Elina Brotherus
- Trish Morrissey
- Anna di Prospero
- Silvia Camporesi
- Petra Collins e il selfie


Tre fotografe americane: Frances Benjamin Johnston, Ann Brigman e Imogen Cunningham

Alla fine dell’Ottocento, in un periodo caratterizzato da rilevanti cambiamenti della condizione sociale e culturale della donna e dalla nascita dei movimenti di lotta femministi, cominciamo ad assistere alla produzione, da parte di alcune fotografe, di immagini in cui vengono messi in radicale discussione alcuni tradizionali stereotipi di genere che caratterizzavano la rappresentazione della donna da secoli.
Prendiamo in esame alcuni scatti di tre fotografe americane: Frances Benjamin Johnston, Ann Brigman e Imogen Cunningham, che realizzano degli autoritratti che sconvolgono i canoni della messa in scena della figura femminile.
L’autoritratto più famoso di Frances Benjamin Johnston è quello in cui posa di profilo di fronte a un camino acceso, tenendo in mano due oggetti simbolo di "emancipazione femminile": la sigaretta e il boccale di birra. La posizione apertamente provocatoria del suo cappellino, l’espressione del viso decisa, la postura tipicamente maschile della gamba accavallata sull’altra, che mostra le caviglie e la sottoveste bianca, rivelano l’intenzione della fotografa di scandalizzare la morale comune e le convenzioni rappresentative.

Self-portrait by Johnston, dressed as a man, sporting a fake mustache and holding a bicycle, ca. 1890.

Disordinatamente allineate sulla balaustra del camino le fotografie di alcuni uomini, forse ritratti di membri della sua famiglia rispetto a cui ha dovuto pretendere la propria emancipazione, o forse trofei di passate storie d’amore. I fiori secchi dietro i ritratti sottolineano ancora di più il fatto che ci troviamo di fronte a un interno bohémien, molto diverso dagli interni in cui erano ambientate le scene domestiche tradizionali, in particolare pittoriche, abitate esclusivamente da donne e caratterizzate spesso dalla presenza di vasi colmi di fiori freschi.



Da questa fotografia emerge il ritratto di una donna che ha preso in mano il controllo della sua vita, emancipandosi da norme e restrizioni sociali. Che è esattamente ciò che aveva fatto la stessa Johnston, attraverso una serie di scelte tra cui quella di dedicarsi a una professione allora quasi esclusivamente maschile come la fotografia, incoraggiando persino le altre donne a farlo attraverso un articolo, pubblicato nel 1897 sul Ladies Home Journal, dal titolo What a Woman can do with a Camera. Scelta come membro delegato per rappresentare l'America all'Esposizione Universale di Parigi nel 1900, viene nominata ambasciatrice della nuova fotografia femminile americana.
In altri due autoritratti si traveste da uomo, spostando i confini della definizione di genere.

Anne Brigman, Down

Alcuni storici dell'arte ritengono che Anne Brigman sia stata la prima donna in America a fotografarsi nuda. La novità era rappresentata dagli scenari in cui viene immerso il corpo, che sono i paesaggi naturali, desolati e disabitati della costa californiana. Nelle fotografie eteree di Brigman, rese in una trama morbida e soffusa, le donne non sono raffigurate in casa, ma negli spazi sconfinati dell'ovest americano: le scogliere rocciose e i promontori della Sierra Nevada, tra il ginepro e il pino. In un intreccio visivo di corpo e paesaggio, il nudo femminile è spesso posto tra gli alberi contorti, dove gli arti della donna e i rami sono così strettamente intrecciati da apparire una cosa sola. Le fotografie per Brigman rappresentano un'espressione sublime dell'unità con la terra, un riconoscimento della sacralità del mondo naturale. Benché le messe in scena sembrino ricalcare alcuni stereotipi iconografici dell’arte simbolista e Belle Epoque, tuttavia la forma stessa dell’autoritratto, che non presuppone l’oggettivizzazione del soggetto nel ruolo del modello, sfida le convenzioni del nudo e mette in scena una rudimentale pratica performativa.

Anne Brigman, Soul of the Blasted Pine , 1906.

  

Usa nei titoli nomi di origine latina o greca come Invictus, La driade, mette i veli sull'obiettivo per sfocare i corpi, dipinge i suoi negativi e positivi con colori ad l'olio. Alfred Stieglitz, che la considera uno dei migliori fotografi occidentali, pubblica alcuni dei suoi nudi in Camera Work e le propone di diventare membro della New York Photo Secession, che propugna la fotografia artistica, in funzione di una visione soggettiva che si allontana dalla rappresentazione pedissequa e utilitaristica della realtà.
Negli scatti realizzati in natura, la sagoma di Anne Brigman, ninfa o sacerdotessa, è resa quasi evanescente dallo sfondo fortemente contrastato di rocce, alberi, onde schiumose, cieli nuvolosi. Il paesaggio è espressione della grandiosità, sublime e pura, della natura, in cui la fotografa cerca un rapporto di fusione spirituale. Il corpo nudo ritrova la sua libertà a contatto con gli elementi naturali e l’asprezza del paesaggio, aderendo alle ruvide pareti rocciose, adagiandosi sulla nuda terra o protendendosi tra le chiome degli alberi o tra i tronchi squarciati dai fulmini. Nelle sue parole, questa comunione con la natura prende le fisionomie di una sorta di religione pagana e di un cammino di liberazione, di scoperta della propria energia interiore. Per Stieglitz, le fotografie lussureggianti, oniriche e delicatamente erotiche della Brigman rifuggono da ogni sentimentalismo vittoriano, per offrire un'immagine rivitalizzata della nuova "donna moderna".
Anne Brigman impiegò la fotografia come strumento di emancipazione personale e, sebbene le sue immagini conobbero un totale oblio alla sua morte, prefigurano gran parte dell'arte femminista che sarebbe arrivata decenni dopo e che avrebbe ricercato nelle raffigurazioni del corpo nudo un’espressione di ribellione e di libertà piuttosto che di sottomissione.

Anne Brigman, The Bubble , 1906.



Non fu solo fotografa di fiori, ritratti e nudi - sia femminili che maschili – la grande Imogen Cunningham, che nel 1913 pubblicò Photography as a Profession for Women, un articolo che invitava le donne a intraprendere la professione della fotografia. Curiosa di sperimentare diverse forme di espressione e dotata di una sorprendente capacità di mimetismo, in alcuni autoritratti produce una messa in scena della femminilità. Come in quello del 1906, realizzato a vent’anni, in cui si riprende distesa nuda nell’erba. In un altro autoritratto, di poco posteriore, rivela il suo talento per il travestimento. Si tratta della parodia di un vecchio dagherrotipo, realizzato nel 1840 da John William Draper a sua sorella Dorothy Catherine, la prima donna americana ad essere fotografata. Troviamo la stessa posa vittoriana con l’espressione seria e le mani incrociate sul grembo, un cappellino a tesa larga ornato da una corona di fiori, una camicia dal colletto di pizzo finemente ricamato. Cunningham ironizza sulla figura della donna tradizionale, ricorrendo a un artificio, il travestimento, di cui farà utilizzo anche in futuro.

Imogen Cunningham, Self-Portrait, 1906

Come in tutti gli autoritratti femminili, queste tre femministe attribuiscono grande importanza al corpo, che viene messo in scena in varie modalità, ciascuna artista seguendo la propria strategia. Da vere pioniere, inventano un corpo moderno, a cui attribuiscono un nuovo movimento e una nuova visibilità. Non utilizzano la fotografia per fermare un momento, trasformandolo in un segno del passato, ma la mettono al servizio del progetto di una donna nuova, la donna del futuro, emancipata da costrizioni e condizionamenti, indipendente e padrona del proprio destino. Questi corpi, denudati o travestiti, mostrano che i ruoli possono essere invertiti e che la nudità può essere sottratta al meccanismo di asservimento che lega la modella allo sguardo maschile per essere plasmata da una creatività liberatrice e autonoma.

Imogen Cunningham, Self-portrait in 1863 Costume, 1909.

Imogen Cunningham, Self-portrait in broken mirror