domenica 14 giugno 2020

La Melencolia di Bernard Voïta

Melencolia IV, 2014

Bernard Voïta, classe 1960, è uno dei più importanti artisti svizzeri della sua generazione.

Nel 2014 realizza una serie fotografica dal titolo Melencolia. È composta da immagini talmente complesse che a prima vista sembrano il frutto di elaborazioni digitali o di minuziose tecniche di collage. In realtà si tratta di registrazioni analogiche di "architetture" abilmente costruite nel suo studio, utilizzando gli oggetti più disparati, e poi fotografate da un punto di vista specifico.

venerdì 12 giugno 2020

Luigi Ghirri e l’orizzonte del mare

Luigi Ghirri, Tellaro, 1980.

Una ringhiera affacciata su un mare placido e azzurro che illanguidisce all’orizzonte, la scritta ‘mare’ in stampatello maiuscolo dello stesso colore, giusto di una tonalità diversa. A parte una minuscola barchetta in basso al centro e un frammento di scogliera verdeggiante sul lato destro, nell’immagine non c’è altro. Solo il mare e la parola che ne costituisce il segno linguistico. Sarà per questo che la fotografia di Ghirri scattata a Tellaro nel 1980 sembra adagiata in una piega di confine: sognante e lirica come una poesia, icastica e tautologica come un’immagine concettuale, senza alcuna possibilità di far prevalere una lettura sull’altra.
La parola che designa e il mondo che è designato sono messi a confronto, in un rapporto così diretto che il senso come l’intelletto ne rimangono ammaliati. Sì, perché mentre la tautologia si impone con tutta la sua evidenza visiva, lo sguardo è già andato oltre, superando la tentazione di farne una pura corrispondenza linguistica. La compresenza di oggetto e segno verbale, infatti, smette subito di essere percepita come una semplice relazione biunivoca di segno e referente e appare, all'opposto, incongrua, chiede ragioni, reclama un senso ulteriore, ben al di là di quello letterale. Provoca, si potrebbe dire, uno sconfinamento.

domenica 31 maggio 2020

Mac Adams e i 'crimini' della percezione



Il lavoro di Mac Adams si innesta nella corrente concettuale degli anni Settanta, in particolare nella Narrative Art, che ha come fondamento il concetto di finzione e di narrazione. Ma, a differenza di molti artisti di quel movimento, che spesso associano immagine e testo, Mac Adams affida solo alla fotografia lo sviluppo delle sue storie.
L’artista di origini gallese e trapiantato negli Stati Uniti crea scene vere e proprie, con attori e un'ambientazione che ricorda spesso quella del cinema noir e dei romanzi polizieschi. “Non è forse vero che ogni punto delle nostre città è il luogo di un delitto?”, scriveva Walter Benjamin nella sua Piccola storia della fotografia. Le installazioni e fotografie di Mac Adams sembrano far propria questa affermazione; infatti sono tali da creare nello spettatore la percezione di star guardando la scena di un crimine.

martedì 5 maggio 2020

La fotografia e il gatto

MICHALS Duane, Madame Schrödinger's Cat (from the series Quantum), 1998.

No, non è un post sulle fotografie di gattini, con cui ormai abbiamo imparato a convivere sui social.
Il gatto cui fa riferimento il titolo è il gatto di un famoso esperimento mentale della fisica quantistica. Il gatto di Schrödinger.

lunedì 4 maggio 2020

CLAUDE CAHUN. LE METAMORFOSI DELL'ANDROGINO

Claude Cahun, Que me veux-tu?, 1928

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE. 
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 

- Claude Cahun. Le metamorfosi dell'androgino


ROTTURA E RIVENDICAZIONE
- Birgit Jürgenssen
- Valie Export
Ana Mendieta
- Cindy Sherman
- Trish Morrissey
Ottonella Mocellin
- Marcella Campagnano
- Nicole Gravier

IDENTITA' 
- Suzy Lake
- Francesca Woodman
- Lorna Simpson
- Fatma Bucak
- Shirin Neshat
- Guia Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni, 
- Anna di Prospero
- Il caso di Vivian Maier

AUTOBIOGRAFIA, AUTOANALISI E NARRAZIONE
- Carrie Mae Weems
- Sophie Calle
- Nan Goldin
- T. Moffatt
- Hannah Villiger e il corpo frammentato
- Jo Spence
Hannah Wilke
- Sam Taylor-Wood
Moira Ricci
- Alba Zari

IL CORPO POST-UMANO
- Orlan
Annegret Soltau
- Isabella Bona
- Sofia Uslenghi

AUTORIFLESSIONE
- Elina Brotherus
- Francesca Catastini
- Petra Collins e il selfie


E’ stato necessario attendere gli anni ’80, il rinnovato interesse per il Surrealismo e per il ruolo delle donne nelle avanguardie tra le due guerre e il dibattito sui temi del gender, affinché questa artista così poliedrica – scrittrice, fotografa, attrice di teatro e saggista — venisse riscoperta. Claude Cahun, nata Lucy Renée Mathilde Schwob, è nota soprattutto per i suoi autoritratti, che sono veri e propri portraits performés. In essi l’artista mette in scena se stessa, il proprio corpo, che incarna molteplici ruoli ricorrendo a giochi di specchi, metamorfosi e travestimenti. Nei suoi autoritratti, nei suoi fotomontaggi, nei suoi oggetti surrealisti così come nei suoi scritti, l’artista interroga le relazioni tra l’identità e l’immagine di sé, il sesso e il corpo, l’individuo e il suo doppio, esplorando le strategie di autorappresentazione.

giovedì 30 aprile 2020

NUOVE DONNE E NUOVA VISIONE

Florence Henri, Autoritratto , 1938.
CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE. 
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 

- Nuove Donne e Nuova Visione
- Suzy Lake
Hannah Wilke
Birgit Jürgenssen
- Vivian Maier
- Cindy Sherman
- Oltre i confini del corpo. Francesca Woodman
- Nan Goldin
- Hannah Villiger e il corpo frammentato
- Carrie Mae Weems
- Jo Spence
- Elina Brotherus
- Trish Morrissey
- Anna di Prospero
- Silvia Camporesi
- Petra Collins e il selfie

Gli anni Venti e Trenta rappresentano un periodo eccezionale per la storia del mezzo fotografico:  grazie ad un più ampio campo di applicazione, a tecniche di riproduzione nuove o migliorate, a dispositivi più leggeri e pellicole più veloci, grazie all'esistenza di vari gruppi d'avanguardia (Costruttivismo, Surrealismo, Bauhaus) e all’esplosione di molti media, incluso il cinema e la pubblicità, la fotografia conosce profondi cambiamenti.
Nasce la 'Nuova Visione', con il suo peculiare vocabolario: primi piani estremi, ritaglio e punti di vista insoliti, fotogrammi, fotomontaggi e altre pratiche sperimentali, linee diagonali, viste dall'alto o dal basso, dispositivi autoreferenziali o autoriflessivi (ad esempio specchi, riflessi, ombre) e celebrazione di tutti i simboli della moderna industria e tecnologia.

domenica 26 aprile 2020

TRE FOTOGRAFE AMERICANE: FRANCES BENJAMIN JOHNSTON, ANN BRIGMAN E IMOGEN CUNNINGHAM

Frances Benjamin Johnston, Self-Portrait (as New Woman), 1896

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 

- Tre fotografe americane: Frances Benjamin Johnston, Ann Brigman e Imogen Cunningham
- Suzy Lake
Hannah Wilke
Birgit Jürgenssen
- Vivian Maier
- Cindy Sherman
- Oltre i confini del corpo. Francesca Woodman
- Nan Goldin
- Hannah Villiger e il corpo frammentato
- Carrie Mae Weems
- Jo Spence
- Elina Brotherus
- Trish Morrissey
- Anna di Prospero
- Silvia Camporesi
- Petra Collins e il selfie


Tre fotografe americane: Frances Benjamin Johnston, Ann Brigman e Imogen Cunningham

Alla fine dell’Ottocento, in un periodo caratterizzato da rilevanti cambiamenti della condizione sociale e culturale della donna e dalla nascita dei movimenti di lotta femministi, cominciamo ad assistere alla produzione, da parte di alcune fotografe, di immagini in cui vengono messi in radicale discussione alcuni tradizionali stereotipi di genere che caratterizzavano la rappresentazione della donna da secoli.
Prendiamo in esame alcuni scatti di tre fotografe americane: Frances Benjamin Johnston, Ann Brigman e Imogen Cunningham, che realizzano degli autoritratti che sconvolgono i canoni della messa in scena della figura femminile.
L’autoritratto più famoso di Frances Benjamin Johnston è quello in cui posa di profilo di fronte a un camino acceso, tenendo in mano due oggetti simbolo di "emancipazione femminile": la sigaretta e il boccale di birra. La posizione apertamente provocatoria del suo cappellino, l’espressione del viso decisa, la postura tipicamente maschile della gamba accavallata sull’altra, che mostra le caviglie e la sottoveste bianca, rivelano l’intenzione della fotografa di scandalizzare la morale comune e le convenzioni rappresentative.

Self-portrait by Johnston, dressed as a man, sporting a fake mustache and holding a bicycle, ca. 1890.

Disordinatamente allineate sulla balaustra del camino le fotografie di alcuni uomini, forse ritratti di membri della sua famiglia rispetto a cui ha dovuto pretendere la propria emancipazione, o forse trofei di passate storie d’amore. I fiori secchi dietro i ritratti sottolineano ancora di più il fatto che ci troviamo di fronte a un interno bohémien, molto diverso dagli interni in cui erano ambientate le scene domestiche tradizionali, in particolare pittoriche, abitate esclusivamente da donne e caratterizzate spesso dalla presenza di vasi colmi di fiori freschi.



Da questa fotografia emerge il ritratto di una donna che ha preso in mano il controllo della sua vita, emancipandosi da norme e restrizioni sociali. Che è esattamente ciò che aveva fatto la stessa Johnston, attraverso una serie di scelte tra cui quella di dedicarsi a una professione allora quasi esclusivamente maschile come la fotografia, incoraggiando persino le altre donne a farlo attraverso un articolo, pubblicato nel 1897 sul Ladies Home Journal, dal titolo What a Woman can do with a Camera. Scelta come membro delegato per rappresentare l'America all'Esposizione Universale di Parigi nel 1900, viene nominata ambasciatrice della nuova fotografia femminile americana.
In altri due autoritratti si traveste da uomo, spostando i confini della definizione di genere.

Anne Brigman, Down

Alcuni storici dell'arte ritengono che Anne Brigman sia stata la prima donna in America a fotografarsi nuda. La novità era rappresentata dagli scenari in cui viene immerso il corpo, che sono i paesaggi naturali, desolati e disabitati della costa californiana. Nelle fotografie eteree di Brigman, rese in una trama morbida e soffusa, le donne non sono raffigurate in casa, ma negli spazi sconfinati dell'ovest americano: le scogliere rocciose e i promontori della Sierra Nevada, tra il ginepro e il pino. In un intreccio visivo di corpo e paesaggio, il nudo femminile è spesso posto tra gli alberi contorti, dove gli arti della donna e i rami sono così strettamente intrecciati da apparire una cosa sola. Le fotografie per Brigman rappresentano un'espressione sublime dell'unità con la terra, un riconoscimento della sacralità del mondo naturale. Benché le messe in scena sembrino ricalcare alcuni stereotipi iconografici dell’arte simbolista e Belle Epoque, tuttavia la forma stessa dell’autoritratto, che non presuppone l’oggettivizzazione del soggetto nel ruolo del modello, sfida le convenzioni del nudo e mette in scena una rudimentale pratica performativa.

Anne Brigman, Soul of the Blasted Pine , 1906.

  

Usa nei titoli nomi di origine latina o greca come Invictus, La driade, mette i veli sull'obiettivo per sfocare i corpi, dipinge i suoi negativi e positivi con colori ad l'olio. Alfred Stieglitz, che la considera uno dei migliori fotografi occidentali, pubblica alcuni dei suoi nudi in Camera Work e le propone di diventare membro della New York Photo Secession, che propugna la fotografia artistica, in funzione di una visione soggettiva che si allontana dalla rappresentazione pedissequa e utilitaristica della realtà.
Negli scatti realizzati in natura, la sagoma di Anne Brigman, ninfa o sacerdotessa, è resa quasi evanescente dallo sfondo fortemente contrastato di rocce, alberi, onde schiumose, cieli nuvolosi. Il paesaggio è espressione della grandiosità, sublime e pura, della natura, in cui la fotografa cerca un rapporto di fusione spirituale. Il corpo nudo ritrova la sua libertà a contatto con gli elementi naturali e l’asprezza del paesaggio, aderendo alle ruvide pareti rocciose, adagiandosi sulla nuda terra o protendendosi tra le chiome degli alberi o tra i tronchi squarciati dai fulmini. Nelle sue parole, questa comunione con la natura prende le fisionomie di una sorta di religione pagana e di un cammino di liberazione, di scoperta della propria energia interiore. Per Stieglitz, le fotografie lussureggianti, oniriche e delicatamente erotiche della Brigman rifuggono da ogni sentimentalismo vittoriano, per offrire un'immagine rivitalizzata della nuova "donna moderna".
Anne Brigman impiegò la fotografia come strumento di emancipazione personale e, sebbene le sue immagini conobbero un totale oblio alla sua morte, prefigurano gran parte dell'arte femminista che sarebbe arrivata decenni dopo e che avrebbe ricercato nelle raffigurazioni del corpo nudo un’espressione di ribellione e di libertà piuttosto che di sottomissione.

Anne Brigman, The Bubble , 1906.



Non fu solo fotografa di fiori, ritratti e nudi - sia femminili che maschili – la grande Imogen Cunningham, che nel 1913 pubblicò Photography as a Profession for Women, un articolo che invitava le donne a intraprendere la professione della fotografia. Curiosa di sperimentare diverse forme di espressione e dotata di una sorprendente capacità di mimetismo, in alcuni autoritratti produce una messa in scena della femminilità. Come in quello del 1906, realizzato a vent’anni, in cui si riprende distesa nuda nell’erba. In un altro autoritratto, di poco posteriore, rivela il suo talento per il travestimento. Si tratta della parodia di un vecchio dagherrotipo, realizzato nel 1840 da John William Draper a sua sorella Dorothy Catherine, la prima donna americana ad essere fotografata. Troviamo la stessa posa vittoriana con l’espressione seria e le mani incrociate sul grembo, un cappellino a tesa larga ornato da una corona di fiori, una camicia dal colletto di pizzo finemente ricamato. Cunningham ironizza sulla figura della donna tradizionale, ricorrendo a un artificio, il travestimento, di cui farà utilizzo anche in futuro.

Imogen Cunningham, Self-Portrait, 1906

Come in tutti gli autoritratti femminili, queste tre femministe attribuiscono grande importanza al corpo, che viene messo in scena in varie modalità, ciascuna artista seguendo la propria strategia. Da vere pioniere, inventano un corpo moderno, a cui attribuiscono un nuovo movimento e una nuova visibilità. Non utilizzano la fotografia per fermare un momento, trasformandolo in un segno del passato, ma la mettono al servizio del progetto di una donna nuova, la donna del futuro, emancipata da costrizioni e condizionamenti, indipendente e padrona del proprio destino. Questi corpi, denudati o travestiti, mostrano che i ruoli possono essere invertiti e che la nudità può essere sottratta al meccanismo di asservimento che lega la modella allo sguardo maschile per essere plasmata da una creatività liberatrice e autonoma.

Imogen Cunningham, Self-portrait in 1863 Costume, 1909.

Imogen Cunningham, Self-portrait in broken mirror

sabato 25 aprile 2020

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE. L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA

Wanda Wulz, Io + gatto, sovrimpressione del volto di Wanda Wulz con l'immagine del proprio gatto. Trieste, 1932.

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 

- Tre fotografe americane: Frances Benjamin Johnston, Ann Brigman e Imogen Cunningham
- Suzy Lake
Hannah Wilke
Birgit Jürgenssen
- Vivian Maier
- Cindy Sherman
- Oltre i confini del corpo. Francesca Woodman
- Nan Goldin
- Hannah Villiger e il corpo frammentato
- Carrie Mae Weems
- Jo Spence
- Elina Brotherus
- Trish Morrissey
- Anna di Prospero
- Silvia Camporesi
- Petra Collins e il selfie

Nel corso della storia, l'auto-rappresentazione in immagine - nella forma dell'autoritratto - ha rappresentato per molti gruppi marginali un passaggio alla visibilità e una tappa fondamentale nel processo di costruzione di una propria identità sociale. Uno di questi gruppi è costituito dal genere femminile.
Questo ipertesto prende in esame quelle artiste fotografe che hanno contribuito a modificare e a riplasmare la rappresentazione della donna e, in quest’opera, hanno rivolto l’obiettivo su se stesse, utilizzando soprattutto la forma dell’autoritratto e della messinscena del proprio sé.
Per secoli l'immagine della donna ha subito la definizione e i condizionamenti della cultura patriarcale e dello sguardo maschile. Si trattava, prima di tutto, di emancipare quella immagine dalla pesante sovrastruttura iconografica ereditata dalla tradizione.

mercoledì 22 aprile 2020

LA FOTOGRAFIA E L'INVISIBILE



Sta diventando una ricorrenza comune, in quest'ultimo periodo, trovare, in molti discorsi che parlano di fotografia, l'accostamento con l'aggettivo 'invisibile': "ciò che non può essere visto".
La fotografia mostra l'invisibile, si dice. Ma se lo mostra, allora non è invisibile.
Una fotografia è un oggetto che si vede e contiene qualcosa che chiede di essere visto. E' un luogo finalizzato alla visione.
Allora, come risolviamo l'antinomia?
Ho provato a rifletterci, molto brevemente, e a trarre fuori alcune accezioni di significato del termine 'invisibile' riferito all'immagine fotografica:

1 - la fotografia mostra ciò che è invisibile all'occhio mano. Bene, una verità banale, direi. Sia l'occhio che la fotografia sono due dispositivi della visione, due forme di mediazione ottica tra noi e le cose, ma funzionano in base a meccanismi diversi. Quello della macchina è, per certi versi, molto più capace e performante. Ce ne rendiamo conto ogni volta che andiamo a fare una radiografia. E lo aveva compreso perfettamente Muybridge che fotografava i cavalli al galoppo per capire come muovevano le zampe, visto che l'occhio umano, dalla visione limitata, non riusciva a vederlo. Altri, sempre in quel periodo, cercarono di far catturare alla fotografia altri tipi di invisibile, tipo fantasmi e anime, ma forse in questo caso è meglio sorvolare.

domenica 12 aprile 2020

Insonnia

Magritte, The happy donor, 1966.

Il silenzio di notte è un'altra cosa.
E' un solfeggio lancinante
che si allontana e torna
forse gira in cerchio.
Dovrei imitarlo, certamente,
arrischiare la curva
nel centro del salotto
piuttosto che scavare trincee
tra una finestra e l'altra.
Non so se guardare
il brandello di case fuori
cercare il chiarore spezzato
dalle lame di qualche persiana
l'ombra di un'altra insonnia.
O arretrare dalla linea di confine
sul mio riflesso nel vetro.
Se allineo la testa col lampione
posso fare il miracolo
e svanire nella luce.
Contare le auto nel parcheggio
può aiutare. Non brucano,
ma sono immobili e silenziose.
Ci vorrebbe un pianto prolungato
per stancare finalmente gli occhi
ma le lacrime mi tradiscono da mesi.
Quando finirà questo esilio
nella pace sbiancata delle mura?
Cercare di sopravvivere
nuoce gravemente alla salute.

domenica 5 aprile 2020

Quarantena



Se un giorno finirà
il tempo dello sguardo a strisce
dietro l'inferriata chiusa
ti regalerò queste parole
che non sentono ragioni.
Oggi ho fatto un pane scuro
ma il forno l'ha bruciato.
Il fatto è che il suo timer
era rotto già da prima
che io rompessi il mio.
E' successo qualche giorno fa
ma chi può dirlo?
Non ho più metri di misura
per contare tutti i fili
dei nervi e delle giunture
che il mio corpo
sta sciogliendo uno ad uno.

Ho aperto la porta
e l'ho fatto questa volta
senza chiudere gli occhi:
sono uscita dal tempo.
Non ha più parole per me
il ciliegio fiorito laggiù.
Ora so che non avrà fine
il mio alito ostinato
nel cavo delle mani gelate.
Rispondo a domande
che nessuno mi ha rivolto.
Regalo silenzi
senza volere niente in cambio.
Non conosco più
l'anticipo o il ritardo.
Non mastico più il dolore
dell'attesa senza invito.

Farò in modo che duri ancora
la mia quarantena.

sabato 4 aprile 2020

La wilderness e la fotografia americana di paesaggio

Carleton Watkins, El Capitan, Yosemite Valley, Calif., 1865 ca.

Il termine inglese per paesaggio è landscape, che combina la parola land (terra) con un verbo di origine germanica, scapjan/shaffen (trasformare, modellare). Il termine landscape significa, quindi, grosso modo “territorio trasformato”. Il paesaggio, dunque, non è un puro dato naturale. D'altra parte, il paesaggio non è neanche un dato puramente estetico e psicologico, un romantico stato d’animo individuale, una rappresentazione spirituale, la natura che si rivela esteticamente a chi la osserva e la contempla con sentimento.
Il paesaggio è prima di tutto una costruzione culturale, un processo di rappresentazione, organizzazione e classificazione dello spazio. In esso convergono le simbologie, l’immaginario, le aspettative e le relazioni di una determinata comunità. Un luogo diventa paesaggio perché subisce un processo di trasformazione causato dall’agente culturale.
Non esiste, inoltre, un paesaggio in senso oggettivo e indipendente da un osservatore e dall’azione esercitata dall’uomo. Il paesaggio è sempre un prodotto dell’intervento degli individui e delle comunità, che non si limitano a modificare l’ambiente in senso fisico attraverso la trasformazione del territorio, ma anche attraverso l’elaborazione di connotazioni e di rappresentazioni simboliche complesse.

martedì 31 marzo 2020

Come cominciai ad amare la fotografia

Vista dal Santuario di Supersano

Si fa presto a dire: troppe fotografie in giro! Sfido, voi ci siete nati dentro. Dopo un mese dalla nascita avevate già due album belli pieni, comprese le stampe dell'ecografia prenatale. Eh sì, lo possiamo dire tutti oggi, che ci sono in giro troppe fotografie, perché tutti le facciamo e le condividiamo e ci sembra di esserne sommersi.
Ok, diciamolo pure. E in fondo mi dispiace un po' per quelli che il valore di una fotografia lo devono cercare nella folla, isolare dalla quantità impazzita di immagini che ci circondano.
Io invece ho avuto, si può dire la fortuna?, mah, non credo possa dirsi una circostanza fortunata. Io ho capito il valore di una fotografia non dalla sua presenza, ma dalla sua mancanza. La fotografia che più mi ha parlato di sé è stata una fotografia che non è mai esistita.
Detto così, è una roba da pazzi. Se avete pazienza, ve lo racconto.

lunedì 30 marzo 2020

Rebecca Horn. Il corpo esteso


Rebecca Horn è una performer, scultrice e regista tedesca, che fin dall’inizio porta avanti la sua attività artistica attraverso un ricco ventaglio di forme espressive, che vanno dalla performance al film, dalle sculture e installazioni spaziali ai disegni e fotografie. La sua notorietà è dovuta soprattutto alla creazione di body extension, protesi corporee realizzate in vari materiali che inducono il corpo che le indossa a un nuovo rapporto con lo spazio.
All’età di 19 anni, mentre frequenta l’Accademia di Belle Arti d’Amburgo, inala accidentalmente fibre di vetro e resine artificiali che le danneggiano seriamente i polmoni. Resta così per diciotto mesi ricoverata in un sanatorio e nello stesso periodo subisce la perdita di entrambi i genitori. Costretta a letto, il disegno e la progettazione di estensioni corporee divengono la sua strategia per uscire gradualmente fuori dall’isolamento in cui si trova e di ricollegarsi al mondo.

LA DONNA FETICCIO. LA POUPEE DI HANS BELLMER


Vista con gli occhi di un uomo. Alcuni stereotipi di genere nell’arte dal Rinascimento al Novecento

INDICE DELL'INTERO PERCORSO


La donna feticcio. La poupée di Hans Bellmer

C’è un racconto di Hoffmann, intitolato Der Sandmann (L'uomo della sabbia), in cui si racconta la storia di un giovane di nome Nathanael, che si innamora perdutamente di una ragazza, Olimpia. Con orrore, però, il protagonista scopre che non si tratta di una donna, ma di un automa, la figlia artificiale del Dottor Spallanzani. E la scoperta avviene mentre due uomini, nel contendersela, letteralmente la fanno a pezzi, smembrandola. Questa, e un’altra serie di circostanze, spingeranno il giovane alla pazzia e, infine, al suicidio.

Polvere



Abito questa stanza
in cima al tuo castello
non ricordo da quanti anni
ma se chiudo gli occhi
non so dire il posto delle cose.
Il portagioie di legno è a destra
o a sinistra del gufo impagliato?

Ho provato a pulire, stamattina,
ma la polvere sui piani è ancora là
mi servirà domani
per passarci le dita aperte
e tracciare solchi e parole
per annotare la mia tristezza
che un giorno leggerai.

Si spezzerà questo filo?
Anche il fiore di campo giallino
seccato nel nostro libro di figure
ho macinato nel palmo della mano.
Lo setaccio qui, il piano dove appoggio
i gomiti e la testa qualche volta
nelle pause della mia scrittura.

Una tenda di luce scroscia lieve
nell'aria fino al bordo dei miei piedi
brilla la polvere e danza tutt'attorno
scaglie di pelle, della mia, della tua
unite infine, delle cose morte
che vengono e vanno nella terra
che non temono le ombre della sera.


venerdì 27 marzo 2020

Dei tuoi occhi sepolti nel buio



Dei tuoi occhi sepolti nel buio
non vedo che un guizzo bianco.
Se solo tu mi dessi il permesso
di schiudere l'imposta sulla strada.
C'è luna piena là fuori
in uno strappo di cielo denso.

Non posso voltarmi, come chiedi,
di spalle e far finta di nulla.
Ho bisogno di vedere, lo sai.
Che tormento questi occhi assetati.

Ricordi quella madre sulla soglia scura
con in braccio il suo bambino
attaccato ingordo al piccolo seno.
Mi hai chiesto ancora, sottovoce,
di guardare altrove, lontano.

Eppure lo sai bene
agli occhi non si comanda.
Così ora scelgo di fuggire
e alla luce far pagare la sua pena
perché vedendo il tuo corpo ferito
non ho pianto. L'ho desiderato.

mercoledì 25 marzo 2020

correvi le foglie



Tra i verdi filari
correvi le foglie
amare nel sole
mordevi
le foglie
vischiose. Parole
contro cicale
per acquietare
la pena furiosa
nell'aria
che sale
si posa
la cenere fredda
mio padre
dal tronco scavato
mi chiama
mia madre
nel grembo
si ammanta
di voce di lama.
Correvi le foglie
amare di fiato
e sudore
linfa di pianta
che cola
sul canto chinato
che muore
correvi la terra
s'impanta.
Era bello l'insetto
smaltato
uno specchio
nell'ali serrate
hai guardato
era vecchio
il ciglio del cielo
i tuoi occhi
le fronti bendate
distese
correvi le foglie
inclinate
le labbra rapprese
di gelo.




LE DONNE DI MAN RAY

Man Ray, Le violon d'Ingres, 1924.

Vista con gli occhi di un uomo. Alcuni stereotipi di genere nell’arte dal Rinascimento al Novecento

INDICE DELL'INTERO PERCORSO
Introduzione
I - Passivo oggetto dello sguardo
II - Angelo del focolare
Appendice - Con le mani in mano
III - Femme fatale
IV - Corpi tra metamorfosi e frammentazioni
      - Lo sguardo del Surrealismo sulla donna
      - La figura femminile nella pittura di Magritte
      - Le donne di Man Ray
      - La donna feticcio. La poupée di Hans Bellmer

Potrebbe, a prima vista, sembrare contraddittoria la definizione di fotografia surrealista, cioè l’accostamento tra una pratica che un secolo fa veniva ancora considerata come una registrazione automatica del reale e un movimento artistico che invoca invece la surrealtà, cercandola nella dimensione del sogno e dell’inconscio e ricorrendo ad alcune tecniche, come quella della scrittura automatica. E invece proprio la fotografia, con le sue caratteristiche di taglio, di inquadratura, di rapporto di luce e ombra, può essere a pieno titolo considerata una forma di scrittura. E in tal senso la intendono i surrealisti, che amplificano proprio questo aspetto dell’immagine fotografica, ricorrendo a una serie di pratiche e di artifici che ne enfatizzano la natura di segno, saggiando le possibilità espressive del mezzo fotografico: rayogrammi, solarizzazioni, fotomontaggi, sovraimpressioni, esposizioni multiple, collage, bruciature e pietrificazioni, tecniche di manipolazione che rendono la fotografia un'esperienza al servizio dell'esplorazione dell'immaginario o dell'inconscio, che permettono di realizzare uno stile che tende all’onirismo, al fine di svelare ciò che è celato dietro le apparenze. Tali sperimentazioni sono strettamente correlate ai temi del surrealismo, che privilegiano in particolare il corpo nudo femminile che, come in pittura, subisce processi di ibridazione, frammentazione, distorsione, deformazione, mimetismo, che lo impregnano di una forte carica erotica e che, soprattutto, generano dei ribaltamenti di senso che mettono in crisi le convenzioni percettive del corpo umano, dando vita all’ ‘informe’.

LA FIGURA FEMMINILE NELLA PITTURA DI MAGRITTE

René Magritte, L'invenzione collettiva, 1934.

Vista con gli occhi di un uomo. Alcuni stereotipi di genere nell’arte dal Rinascimento al Novecento

INDICE DELL'INTERO PERCORSO
Introduzione
I - Passivo oggetto dello sguardo
II - Angelo del focolare
Appendice - Con le mani in mano
III - Femme fatale
IV - Corpi tra metamorfosi e frammentazioni
      - Lo sguardo del Surrealismo sulla donna
      - La figura femminile nella pittura di Magritte
      - Le donne di Man Ray
      - Il corpo feticcio. La poupée di Hans Bellmer


L’arte di Magritte si caratterizza come una rappresentazione costantemente instabile, che turba le nostre consuetudini visive e le nostre convenzioni interpretative, nella misura in cui cerca di trasportare la visione dal quotidiano all’inatteso, di evocare l’insolito a partire dalle figure familiari. E cosa c’è di più familiare del corpo umano? Ma proprio questo oggetto familiare viene proposto in svariate soluzioni che lo decontestualizzano, lo liberano dai consueti schemi di utilità e di uso, per farcelo vedere in un modo del tutto nuovo. Magritte emancipa il corpo dalla sua identità socio-culturale, sovvertendo l’immagine abituale che si è sedimentata nel corso dei secoli.
Un consistente numero di quadri dell'autore ci restituisce corpi radicalmente deformati, amputati o frammentati, dis-organizzati, dove l'integrità della figura è violata e riconfigurata. E' il corpo femminile ad essere la figura prevalente, proposto in svariate soluzioni, frantumato in più elementi e ricomposto mediante un'operazione linguistica.

martedì 24 marzo 2020

CORPI TRA METAMORFOSI E FRAMMENTAZIONI

Paul Delvaux, L'aurora, 1937.

Vista con gli occhi di un uomo. Alcuni stereotipi di genere nell’arte dal Rinascimento al Novecento

INDICE DELL'INTERO PERCORSO
Introduzione
I - Passivo oggetto dello sguardo
II - Angelo del focolare
Appendice - Con le mani in mano
III - Femme fatale
IV - Corpi tra metamorfosi e frammentazioni
      - Lo sguardo del Surrealismo sulla donna
      - La figura femminile nella pittura di Magritte
      - Le donne di Man Ray
      - Il corpo feticcio. La poupée di Hans Bellmer


Lo sguardo del Surrealismo sulla donna

Già a partire dall’arte di fine Ottocento si assiste a una messa in causa globale dell’idea classica di bellezza anatomica e dei canoni di proporzione che avevano caratterizzato la rappresentazione del corpo umano per lunghi secoli.
L’arte del ventesimo secolo aggredisce la tradizionale rappresentazione della figura femminile e di quella umana in genere; i movimenti del Cubismo, dell'Espressionismo, del Futurismo ne restituiscono un'immagine dislocata, geometrica, distorta, sfigurata.
Il Surrealismo porta la rappresentazione del corpo umano e della figura femminile in altri territori, che adoperano abbondantemente gli stilemi della frammentazione e dell'ibridazione. Il movimento fondato da Breton trae ispirazione dalla Metafisica di de Chirico e dal Dadaismo di Duchamp, attingendo all’universo del pre-cosciente, del sogno, del mito, delle libere associazioni. La mutazione, la metamorfosi, il paradosso, diventano il terrain vague su cui lo sdoppiamento tra realtà e surrealtà può agire per far emergere le illimitate possibilità dell’inconscio.
L’arte surrealista rappresenta soprattutto corpi ibridi, luoghi di metamorfosi tra uomo e animale o pianta, tra uomo e oggetto inanimato, tra uomo e creatura fantastica, dando vita al “mostro”, al corpo polimorfo, meraviglioso e terribile al tempo stesso, che crea nello spettatore uno shock psichico e visivo, conducendolo nel regno dell’inconscio. Ecco allora le donne-albero di Delvaux, la Sposa-uccello di Max Ernst, i corpi ibridi di Magritte, le Veneri con i cassetti di Salvador Dalì.

sabato 21 marzo 2020

DONNE AL TAVOLO DI UN BAR


Vista con gli occhi di un uomo. Alcuni stereotipi di genere nell’arte dal Rinascimento al Novecento

INDICE DELL'INTERO PERCORSO
Introduzione
I - Passivo oggetto dello sguardo
II - Angelo del focolare
Appendice - Con le mani in mano
III - Femme fatale
      - Donne che uccidono gli uomini
      - La femme fatale della Belle Epoque
      - Donne al tavolo di un bar
IV - Corpi tra metamorfosi e frammentazioni

La donna del XIX secolo non ha il diritto di testimoniare in un processo, di fare testamento, di esercitare la tutela familiare e tanto meno quello di votare. Le sole donne che godessero l’approvazione della società erano sposate e madri, discrete, sobriamente abbigliate, prive di ogni potere, senza diritto di parola. Chi non riveste il ruolo sociale di figlia o di moglie irreprensibile, chi non sottostà alle ferree leggi dello spazio domestico, è invece rappresentata come ‘donna dissoluta' o 'donna perduta’, figura marginale collocata non all'interno dello spazio domestico, in quanto luogo della donna onesta e virtuosa, ma nei ritrovi della mondanità, come bar, caffè, music-hall.
E' a partire dalla seconda metà dell'Ottocento che cominciano a comparire, soprattutto in Francia, alcuni dipinti che rappresentano la donna seduta al tavolino di un bar, davanti a un bicchiere di assenzio, la "fata verde". Fa parte della cornice iconografica del bohemien, figura che si alimenta dei Fiori del male e della cultura decadente di quell'epoca.

venerdì 20 marzo 2020

LA FEMME FATALE DELLA BELLE ÉPOQUE

Lucien Levy-Dhurmer, Eve, 1896.


Vista con gli occhi di un uomo. Alcuni stereotipi di genere nell’arte dal Rinascimento al Novecento

INDICE DELL'INTERO PERCORSO
Introduzione
I - Passivo oggetto dello sguardo
II - Angelo del focolare
Appendice - Con le mani in mano
III - Femme fatale
      - Donne che uccidono gli uomini
      - La femme fatale della Belle Epoque
      - Donne al tavolo di un bar
IV - Corpi tra metamorfosi e frammentazioni


La cultura estetica di fine Ottocento pone la donna al centro del suo universo immaginifico, enfatizzando il mito della femme fatale, che dalle liriche di Baudelaire approda ai romanzi decadenti, al teatro, alle correnti artistiche a cavallo tra i due secoli fino al cinema muto.
La storia è attraversata da figure di donne ambigue, seduttrici e pericolose: Eva, Lilith, Salomé, Jezebel, Dalila della Bibbia, la Maga Circe, Medea, Clitennestra, Elena di Troia dell’antica mitologia greca, Cleopatra, Messalina e Poppea della storia romana, la fata Morgana, la maga Alcina e Armida della letteratura epico-cavalleresca, solo per citare gli archetipi leggendari più noti, a cui aggiungere tutte quelle figure ibride del mito, come la sfinge, le arpie, le sirene da sempre viste come una minaccia per l'uomo.

Contagio



Come posso tenerti lontano
dagli occhi, dalle narici
lontano dai luoghi di accesso
al mio corpo sano?
Non voglio far parte
della trama del contagio.
Contagio, da tangere, toccare.
Contatti da evitare
luoghi contaminati da attraversare.

Se raggiungo la mia casa
sarò al sicuro.
Sigillerò tutte le porte
metterò gli stracci in ogni fessura.
Poi mi stenderò e riderò
di gusto amaro
battendo le mani sul lenzuolo.
Riderò per l'ironia
di un nemico che non si vede.
Ah!, tu che anelavi all'invisibile!
Ecco, è giunto sulla soglia di casa.

La chimica brucia le mani
la pelle si è fatta porpora.
La maschera mi imbavaglia il respiro
che urta la parete di tessuto non tessuto
nelle strade non più strade
in questi giorni non più giorni.
La primavera intorno ride anche lei
ma senza ironia.

Sono ancora io?
il mio corpo mi appartiene ancora
o il mio nemico è già di casa?

Oggi hai proprio voglia di delirio.
Eppure ti sei specchiata
nella penombra della sera.
Era già dentro di te.
Non lo sentivi?
Da quando hai aperto gli occhi
da quando hai guardato
i denti di tua madre.
Da allora ti abita la pelle
caldo simulacro.
Da sempre ha cura di te
il tuo nemico.


giovedì 19 marzo 2020

Nella stanza chiusa



Pulsare del tempo nella casa
una goccia segue l'altra nel sifone
precisa nel centro
di gravità lineare, vettoriale.
Le tapparelle calate a metà
respingono il sole, che resiste
e penetra a strisce la trincea.
Un'ape ottusa percorre la barriera
con le zampette pelose acuminate.
Ti sei imprigionata da sola, piccola idiota.
Cosa cercavi nella mia casa?
Ti fa compagnia una cimice grigia
che si tiene lontana
urtando lo stipite con tonfo opaco
e la cavalletta entrata ieri
è immobile da stamattina.
Cosa pensavate di trovare qui
tra queste pareti bianche?
Tra questo brusio di ventole accese
e specchi bruniti?
Troppe falle in questa barricata.
Non resisterà fino alla fine della guerra.



martedì 17 marzo 2020

DONNE CHE UCCIDONO GLI UOMINI

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Giuditta e Oloferne, 1597, Gallerie nazionali d'arte antica, Palazzo Barberini, Roma.

Vista con gli occhi di un uomo. Alcuni stereotipi di genere nell’arte dal Rinascimento al Novecento

INDICE DELL'INTERO PERCORSO
Introduzione
I - Passivo oggetto dello sguardo
II - Angelo del focolare
Appendice - Con le mani in mano
III - Femme fatale
      - Donne che uccidono gli uomini
      - La femme fatale della Belle Epoque
      - Donne al tavolo di un bar
IV - Corpi tra metamorfosi e frammentazioni


Nel nostro immaginario, anche iconografico, il braccio alzato, nell'atto di colpire, non appartiene in genere a una donna. Eppure la nostra produzione pittorica, a partire dal Medioevo, ha frequentato spesso questo tema, riprendendo in particolare due episodi dell’Antico Testamento, quello di Giuditta e Oloferne e quello di Giaele e Sisara.
Il primo è narrato nel Libro di Giuditta, contenuto nella Bibbia cristiana cattolica, ma non accolto nella Bibbia ebraica. Racconta le gesta della giovane e ricca vedova ebrea, Giuditta, la quale, usando il suo fascino e la sua intelligenza, riesce a sconfiggere la minaccia assira, che da tempo assedia la città giudea di Betulia, ormai ridotta allo stremo e sul punto di arrendersi. Giuditta, la cui virtù, umiltà e fede in Dio ispirano il rispetto di tutti, accompagnata dalla fedele schiava Abra, si reca all'accampamento assiro, dopo essersi purificata e splendidamente abbigliata, portando doni e fingendo di aver tradito il suo popolo. Affascinato dalla sua bellezza e dalle sue parole, il generale Oloferne accoglie la donna. Dopo tre giorni, alla fine del banchetto serale, Giuditta rimane sola in compagnia dell’uomo, completamente ubriaco, che sprofonda rapidamente in un sonno profondo. Afferrata la scimitarra del generale e invocato l’aiuto di Dio, la donna ne taglia la testa, la avvolge in un panno, la mette in un cesto e la affida alla sua serva. In questo modo Giuditta salva il suo popolo dal nemico e per questo viene festeggiata con tutti gli onori, vivendo a lungo, libera e assai rispettata dalla sua gente.

lunedì 16 marzo 2020

APPENDICE: CON LE MANI IN MANO


Vista con gli occhi di un uomo. Alcuni stereotipi di genere nell’arte dal Rinascimento al Novecento

INDICE DELL'INTERO PERCORSO
II - Angelo del focolare
      - Maternità


Richard Burchett era un pittore preraffaellita. Alla metà dell'800 realizzò, traendo le fattezze e l'abbigliamento da quadri rinascimentali, i ritratti a figura intera della Casa di Tudor, da destinare alla Camera dei Lord nel Palazzo di Westminster. Tra i personaggi femminili, anche le sei mogli di Enrico VIII.
Da notare la postura delle figure maschili rispetto a quelle femminili, in particolare la posizione delle mani. Gli uomini esprimono autorità, saggezza e forza, per evidenziare il proprio ruolo di sovrano, condottiero, uomo di potere. Di persona dotata di controllo, su di sé e sugli altri.
Le dame e regine hanno tutte la stessa postura e non recano alcun oggetto che denoti potere o conoscenza. E soprattutto hanno tutte le mani accavallate e posate sul grembo.
In questi ritratti, la figura femminile è generalmente rappresentata in forma passiva e chiusa in sé, in atteggiamenti che ricordano a tutti la sua funzione eminentemente sessuale. La donna è soprattutto grembo, che accoglie il seme dell'uomo e genera la discendenza.