mercoledì 27 luglio 2016

Porte e finestre - Donne alla finestra. Gli spazi del desiderio sessuale nel Rinascimento

Bartolomé Esteban Murillo, Galiziane alla finestra (o Las Gallegas), 1655-60, National Gallery di Washington.


Bartolomé Esteban Pérez Murillo, tra le più importanti figure del barocco spagnolo, ebbe successo in vita per le sue opere di argomento religioso, ma è nei suoi dipinti di scene popolaresche, raffiguranti ragazze e monelli di strada, che mette in luce gli aspetti più personali e geniali del suo linguaggio. In queste sue tele, il mondo picaresco del Seicento spagnolo si rivela in colori e luci del tutto moderni. Murillo subì molti influssi, tra cui sicuramente quello del caravaggismo spagnolo e dell'arte fiamminga. Questo dipinto ritrae due donne, una giovane e l'altra più anziana, affacciate alla finestra: la più giovane sorride, mentre l'altra nasconde il viso dietro uno scialle.
Alcune interpretazioni inquadrano la scena come un momento di corteggiamento, altre invece vedono nelle due donne delle prostitute che esercitano il mestiere, all'epoca un ripiego diffuso tra le donne della Galizia, regione molto povera, che si recavano a Siviglia, città di Murillo, a praticare il meretricio.

Quest'opera ci dà modo di affrontare il tema della rappresentazione delle donne alla finestra dal Rinascimento fin grosso modo al XVIII secolo, e lo faremo a partire da un interessante saggio di Diane Wolfthal, "La donna alla finestra: desiderio sessuale lecito e illecito nell’Italia Rinascimentale". Secondo la Wolfthal, "la finestra era spesso considerata uno spazio di forte carica erotica sia per le prostitute sia per le donne “per bene” (in particolari periodi della loro vita), e questo valeva sia per gli ebrei sia per i cristiani".
Gli edifici del Medioevo e dell'inizio dell'età moderna erano strutturati in modo tale da dividere gli uomini dalle donne, per evitare che la mescolanza suscitasse sentimenti di lussuria. Esaminando gli spazi ripartiti in base al sesso nell’architettura domestica e cittadina, ci si accorge che il posto delle
donne risiedeva nella sfera privata della casa, mentre gli uomini erano liberi di esplorare l'esterno, cioè la città e oltre. E anche nei luoghi pubblici, come le chiese, lo spazio di accesso era ripartito in base al sesso.
Un modo per garantire l’onore di una donna e, per estensione, della famiglia, consisteva nel tenerla chiusa in casa e nell’evitare che gli estranei la vedessero. L'occultamento visivo era importante quanto l’isolamento fisico delle donne. Per questo motivo le finestre e le porte venivano considerate come luoghi potenzialmente pericolosi, dei luoghi di accesso delle tentazioni.
Le finestre e il comportamento sessuale delle donne costituivano dunque un binomio molto forte nell'immaginario comune. Una donna alla finestra, e quindi collocata in uno spazio di confine, ambiguo, né dentro né fuori, era anche una donna di dubbia moralità.
Sebbene lavorassero spesso fuori casa, le donne delle classi più povere comunque subivano l'ideale della clausura come ideale di purezza e rispettabilità.
La casa stessa era vista come una metafora del corpo della donna, e le sue aperture, cioè porte e finestre, erano associate agli orifizi femminili, per cui una casa sbarrata, completamente chiusa, era simbolo di verginità. Era uso, infatti, se si voleva oltraggiare e infangare la reputazione di una donna, insudiciare gli ingressi della sua casa con sangue, inchiostro o escrementi, in una sorta di rituale.
Tale concezione ha effetto anche sull’iconografia religiosa. Beato Angelico e Domenico Veneziano, per esempio, rappresentano la stanza della Madonna ermeticamente chiusa, con le finestre sbarrate, le porte sprangate e alte mura di cinta, a simboleggiare la purezza della madre di Cristo.
Per tutto il Rinascimento le donne non sono dipinte affacciate alla finestra. Solo raramente compaiono sullo sfondo, poggiate sui corrimano di balconi o loggiati, mera parte della scenografia, come testimoniano, tra gli altri, gli affreschi di Paolo Veronese.
Le donne che si mostravano in pubblico venivano associate alle prostitute, che spesso venivano esposte alle finestre per attirare gli sguardi dei potenziali clienti. La cultura dell'esposizione delle merci in vetrina è un fenomeno che si sviluppa proprio agli albori dell'era moderna, per cui l'esibirsi, il mostrarsi, era identificato con il concedersi o il "mettersi in vendita".
Le prostitute facevano esattamente quel che i moralisti condannavano: si affacciavano a porte e finestre. Le meretrici, infatti, facevano delle finestre e dei balconi il loro campo d’azione privilegiato per l'adescamento.
Le “donne per bene” potevano liberamente mostrarsi alla finestra soltanto in alcuni periodi, ma con un abbigliamento che ne denotasse la condizione sociale e che evitasse ogni fraintendimento. Quando raggiungevano l’età da marito, alle giovani era concesso di affacciarsi sulla pubblica via, per attirare lo sguardo dei pretendenti. I davanzali e i balconi divenivano allora meta di pellegrinaggi d’innamorati, luogo di serenate e di fugaci incontri; e questo permesso valeva anche in alcuni periodi dell'anno, come il carnevale.
In sintesi, gli spazi liminari, porte, finestre e balconi, costituivano all'inizio dell'era moderna degli spazi sessualmente connotati. La finestra, situata al confine tra la casa, mondo della sfera privata, e l'esterno, mondo della sfera pubblica, diventava un luogo-limite, investito di una carica erotica, dove uomini e donne potevano incontrarsi, e ciò era valido sia per le prostitute sia, nonostante tutti i divieti morali, per le donne “per bene".


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