sabato 25 aprile 2020

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE. L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA

Wanda Wulz, Io + gatto, sovrimpressione del volto di Wanda Wulz con l'immagine del proprio gatto. Trieste, 1932.

CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 

- Tre fotografe americane: Frances Benjamin Johnston, Ann Brigman e Imogen Cunningham
- Suzy Lake
Hannah Wilke
Birgit Jürgenssen
- Vivian Maier
- Cindy Sherman
- Oltre i confini del corpo. Francesca Woodman
- Nan Goldin
- Hannah Villiger e il corpo frammentato
- Carrie Mae Weems
- Jo Spence
- Elina Brotherus
- Trish Morrissey
- Anna di Prospero
- Silvia Camporesi
- Petra Collins e il selfie

Nel corso della storia, l'auto-rappresentazione in immagine - nella forma dell'autoritratto - ha rappresentato per molti gruppi marginali un passaggio alla visibilità e una tappa fondamentale nel processo di costruzione di una propria identità sociale. Uno di questi gruppi è costituito dal genere femminile.
Questo ipertesto prende in esame quelle artiste fotografe che hanno contribuito a modificare e a riplasmare la rappresentazione della donna e, in quest’opera, hanno rivolto l’obiettivo su se stesse, utilizzando soprattutto la forma dell’autoritratto e della messinscena del proprio sé.
Per secoli l'immagine della donna ha subito la definizione e i condizionamenti della cultura patriarcale e dello sguardo maschile. Si trattava, prima di tutto, di emancipare quella immagine dalla pesante sovrastruttura iconografica ereditata dalla tradizione.

Queste artiste portano l'autoritratto ben oltre la sua definizione classica, facendone uno strumento non solo di indagine della propria identità, ma anche di libertà sperimentale, di riflessione e di verifica delle possibilità del mezzo fotografico e delle sue potenzialità linguistico-espressive.
Osservando gli autoritratti delle artiste nel corso dei secoli, da quello della leggendaria pittrice Marcia (1402), passando per le autorappresentazioni di Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola (1532-1625), Rosalba Carriera (1675-1757), Lavinia Fontana (1552-1614), Elisabetta Sirani fino a quelle di Adélaïde Labille-Guiard e Berthe Morisot, ci si rende conto di trovarsi di fronte, prima di tutto, a delle dichiarazioni di identità professionale.

Artemisia Gentileschi, Autoritratto come allegoria della pittura, ca. 1639

Se in passato l’autoritratto dell’artista esprimeva una richiesta di riconoscimento sociale e di visibilità per il proprio ruolo, nel corso del Novecento l’autorappresentazione attinge una maggiore profondità e complessità, spaziando verso temi ulteriori, come possono testimoniare le produzioni di artiste quali Frida Kalho e Tamara de Lempicka. L’autoritratto diventa anche racconto, riflessione e narrazione, fino a farsi scandalo e provocatoria rottura di tabù iconografici, che infrangono lo stereotipo della passività e trasformano il corpo femminile, da oggetto inerte dello sguardo maschile, a oggetto della propria e consapevole creatività.

Sofonisba Anguissola, Autoritratto al cavalletto che dipinge un pannello devozionale, 1556

Prima di proseguire, è illuminante riportare un brano, scritto dal giornalista e saggista Stefano Casi, sul suo blog, che ben introduce questa ricerca:
L’autoritratto è un mascheramento, non un disvelamento. E in quel mascheramento si disvelano gli altri sé, cioè altre maschere che rendono più evidente, pirandellianamente, quella maschera che tutti indossiamo. Insomma, il ritratto non descrive la forma esteriore di una persona né ne penetra l’essenza. Piuttosto, copre quella forma con un’altra forma ‘controllata’, e costruisce altri sé interiori, come sé immaginati, desiderati, esorcizzati. Se il ritratto rappresenta un processo di avvicinamento dell’artista al suo oggetto, all’altro da sé, il tentativo di cogliere la superficie e la profondità della persona, l’autoritratto – apparentemente così simile – nasconde un processo diverso: la costruzione di una superficie altra, l’immaginazione di una profondità possibile. In altre parole, l’autoritratto rivela un gesto performativo in cui l’artista si è messo in scena, impersonando un altro sé stesso, un alias, in un’azione di depistaggio. E tuttavia l’autoritratto non è realmente una messa in scena, ma semmai il residuo della messa in scena, quando tutto è già avvenuto e tocca all’osservatore ricostruire la presunta azione precedente attraverso la traccia di un’immagine: ricostruire la simulazione in base a una sfumatura di luce e colore, con la consapevolezza di non poter raggiungere la sua autenticità. (https://casicritici.com/2020/02/22/autoritratta/)

Adélaïde Labille-Guiard, Autoritratto con due allievi, 1785.

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