domenica 13 settembre 2020

Valie Export e la ribellione del corpo

Valie Export, Smart Export, Selbsportrait, 1970


CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 


Già a partire dalla fine degli anni Sessanta, in Europa operano diverse artiste che mirano a scuotere le costruzioni culturali della femminilità attraverso il ricorso al proprio corpo. La fotografia consente alle artiste di muoversi su un doppio binario, che comprende istanze decostruttive e insieme costruttive: da un lato ricorrono all'autorappresentazione per individuare e demistificare le ideologie e gli stereotipi della femminilità trasmessi dalla società patriarcale e molto spesso introiettati e fatti propri dalla donna stessa; dall'altro mettono in primo piano il corpo per sondarne potenzialità, limiti e desideri e costruire un'identità non più alienata e libera dai canoni imposti dalla cultura maschile. Adottando uno sguardo che si pone simultaneamente al di qua e al di là dell’obiettivo, la donna cessa di essere l’oggetto dello sguardo e del desiderio altrui e si riappropria del corpo, della sua rappresentazione simbolica, della sua identità.
Come rileva Raffaella Perna (Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta, Postmedia Books, Milano 2013), in questi lavori ciò che emerge "è la centralità assunta dalla realizzazione di azioni o messe in scena create esclusivamente per l’obiettivo fotografico. Eventi in cui la fotografia non è pensata soltanto come uno strumento di supporto alla memoria, né come una registrazione a posteriori, ma è parte integrante del progetto e dell’esistenza stessa dell’opera. La fotografia è già incorporata nell’azione, in quanto il processo di “messa in immagine” è congenito all’azione stessa e ne influenza la concezione e lo svolgimento (oltre che, ovviamente, la diffusione e la commercializzazione)." 
Si tratta di un modo di concepire la fotografia militante e politico, lontano dalla logica dell’immagine rubata o dal paradigma dell’“istante decisivo”, per dare vita piuttosto a contesti narrativi, interlocuzioni, provocazioni nei confronti dello spettatore.

sabato 12 settembre 2020

Birgit Jürgenssen e la decostruzione del corpo domesticato

 

Birgit Jürgenssen, Hausfrauen – Küchenschürze - Grembiule da cucina da casalinghe, 1975


CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 


Birgit Jürgenssen e la critica del corpo domesticato

Birgit Jürgenssen è stata un’artista di origini viennesi molto attiva a partire dagli anni Settanta ed è considerata una delle figure più importanti dell’avanguardia femminista internazionale. La sua produzione comprende molteplici e variegati codici espressivi: disegni, acquerelli, collage, fotografie, dipinti e sculture.

Ottiene il suo primo successo nel 1975, quando Valie Export la invita a partecipare alla mostra MAGNA-Feminismus: Kunst und Kreativität, a Vienna, dove presenta il dittico di fotografie Hausfrauen- Küchenschürze (Casalinga – Grembiule da cucina), in cui l’artista indossa letteralmente una cucina sotto forma di grembiule. La Jürgenssen attua così la sua rivolta contro "la semiotica della cucina" - per usare il titolo di una performance video diventata un classico di Martha Rosler (1975) – contestando, con umorismo sovversivo, i pregiudizi, le funzioni sociali e i modelli di comportamento a cui le donne sono soggette. Il suo dittico diventa un’icona radicale del femminismo, che demolisce – in quanto estremizza - la figura della casalinga identificata totalmente con le proprie funzioni domestiche, e che inoltre – come scrive Silvia Bottani in questo articolo (https://www.doppiozero.com/materiali/birgit-jurgenssen-io-sono) -  “mantiene un sottotesto perturbante, nell’immagine del forno che evoca l’idea della donna-contenitore, il suo essere ridotta a funzione sessuale e riproduttiva.” Qui vediamo la donna non solo imprigionata dall’oggetto domestico di uso quotidiano, ma il suo corpo risulta come fuso con esso. La figura finale è una sorta di ibrido grottesco, il risultato di un processo di metamorfosi tramite il quale la donna è diventata tutt’uno con il suo ruolo di casalinga. 

mercoledì 19 agosto 2020

Architetture immaginarie

Isabel Brison, Wanders of Portugal
Isabel Brison, Maravilhas de Portugal (2008)


Generalmente si pensa che la fotografia possa essere divisa in due macro gruppi: la fotografia di realtà e la fotografia di finzione. Nel secondo caso la ‘finzione’ può derivare dal fatto che l’oggetto della foto sia una messa in scena o l’immagine stessa sia frutto di manipolazione.

Tralasciando qui il primo gruppo così come il tema del rapporto della fotografia con ciò che definiamo reale e di come sia labile e permeabile il confine tra i due gruppi citati, focalizziamo brevemente l’attenzione sul concetto di 'finzione', rilevando innanzitutto come questo termine, nella nostra cultura gravata dall'eredità platonica, non riesca a liberarsi di una sfumatura che denota 'falsità' e 'inganno'. A questo proposito, è utile fare una distinzione importante, quella tra fingere (pretend) e far finta (make believe). Se pretend ha un'accezione che significa volontà di ingannare, di dare l'illusione del vero (la pretesa dell'arte condannata da Platone), make-believe significa invece fingere senza intenzione di ingannare, dar vita a un tipo particolare di attività immaginativa.

Fatta questa premessa, il tema di questo articolo intende essere quello della fotografia di architettura che non restituisce immagini di costruzioni e di paesaggi urbani esistenti, ma di finzioni nel senso di make-believe.

Queste produzioni, per comodità, sono state divise in due gruppi: le immagini di architettura derivate da manipolazioni e fotomontaggi digitali e le fotografie vere e proprie di modelli architettonici in miniatura realizzati in studio.

martedì 28 luglio 2020

Rephotography. Finestre aperte sul presente e sul passato

Hebe Robinson, Echoes of Lofoten, 


I progetti di Found Photography in genere riattualizzano fotografie appartenenti a un passato più o meno lontano, inserendole in nuovi contesti narrativi o concettuali o di altro tipo.
Ci sono progetti che utilizzano photo trouvé in modo singolare. Si tratta di quella che viene definita Rephotography, la quale consiste nel fotografare un paesaggio naturale o un paesaggio urbano nel suo stato attuale e confrontarlo con vecchie fotografie. Le immagini, per lo più, non vengono affiancate, ma in genere sono sovrapposte l'una sull'altra dando luogo a una fusione che mostra lo stesso spazio ma due diverse dimensioni temporali.
 Le finalità per cui la rephotography viene impiegata possono essere varie: alcuni progetti mostrano cambiamenti sociali oppure infrastrutturali o addirittura ambientali; altri semplicemente collocano degli eventi storici nel presente.
Questa pratica ha origini antiche, risalendo addirittura al 1850 con lo scopo di ottenere delle evidenze scientifiche. In particolare, si utilizzava un processo chiamato photogrammetry finalizzato a registrare variazioni negli ambienti ecologici. Anche adesso, benché sia una pratica ormai ampiamente utilizzata in campo artistico, la ri-fotografia viene impiegata per registrare e documentare le variazioni nell'ambiente e ottenere misurazioni accurate che forniscono dati scientifici su erosione, movimento glaciale e altri parametri ambientali.

lunedì 27 luglio 2020

This person does not exist. Il fondo oscuro di una tecnologia moderna



Se fate clic su questo sito https://thispersondoesnotexist.com/ vi troverete di fronte a quello che, a prima vista, vi sembrerà un ritratto in tutto e per tutto.
Penserete dunque che si tratta dell'immagine di una persona che vive ed abita da qualche parte del mondo, una persona che un giorno è nata e ha vissuto una sua storia, che ha una famiglia e delle relazioni. Ma il nome del sito parla chiaro: this person does not exist.
Si tratta, infatti, di ritratti sintetici, molto credibili, elaborati da sistemi di machine-learning, algoritmi alquanto sofisticati che elaborano dati provenienti da archivi vastissimi formati da ritratti veri, milioni di ritratti che anche noi, ogni giorno, affidiamo ai social o ad applicazioni come Faceapp. E, via via, tali sistemi 'apprendono' il modo di sintetizzare e generare ritratti in maniera sempre più perfetta e credibile. 
Qual è la particolarità di questo sito?
Quella che ad ogni refresh della pagina si origina un ritratto unico, che non si ripeterà mai più (come irripetibili siamo noi esseri umani, che tuttavia - a differenza di questi ritratti - preesistiamo alla nostra immagine).
Pertanto, il ritratto che avete sotto i vostri occhi, lo vedete solo voi e nessun altro potrà mai vederlo, a meno che voi stessi non decidiate di salvarlo e condividerlo.
Le immagini offerte da questo sito, dunque, non sono preesistenti e non sono oggetto di condivisione. Non sono salvate in alcun supporto e i ritratti a cui date vita con il tasto del refresh non sono stati visualizzati da nessun altro, prima di voi. Voi ne siete gli evocatori, a guisa di quegli antichi sciamani che facevano apparire le immagini sulle superfici d'acqua, e gli unici destinatari.
Ma possiamo dire di più.

sabato 18 luglio 2020

Fotografare i sogni. Dream Collector di Arthur Tress



Ricordate i vostri incubi ricorrenti di quando eravate bambini? Probabilmente sono sensazioni e immagini che ci portiamo dietro per tutta la vita.
Arthur Tress ne ha fatto il soggetto di una serie di fotografie, dal titolo Dream Collector, realizzata nei primi anni Settanta. In un'epoca dominata dalla fotografia documentaria e dalla ricerca dell'istante decisivo, Tress mette in scena immagini surreali e inquietanti. L'idea era venuta partecipando a uno dei laboratori che l'amico ed educatore per l'infanzia Richard Lewis realizzava ogni anno con dei bambini. Il tema, in quell'occasione, era costituito dai sogni e ai piccoli era stato chiesto di raccontarli e di disegnarli. Fu così che a Tress venne l'idea di usare la fotografia. Dopo aver ascoltato i racconti dei loro incubi, conduceva i bambini in luoghi della città dove potevano trasformare le loro idee in fotografie. The Dream Collector si è evoluto da queste immagini.

giovedì 16 luglio 2020

OMBRE SOSPESE, di Andrea Taschin

Andrea Taschin, Ombre Sospese, 2020

Tra i tanti progetti fotografici realizzati nei mesi di lockdown, uno in particolare ha attratto la mia attenzione, per la sua solidità concettuale, per la sua essenzialità e nello stesso tempo efficacia visiva (e perché tratta del tema dell’ombra, uno dei miei interessi da anni) .
Si tratta di Ombre sospese, di Andrea Taschin.
(A questo link il suo sito: qui)

Di seguito, invece, le mie riflessioni su Ombre Sospese.

L'ombra è un'immagine in negativo di noi, o meglio del nostro corpo che, in quanto formato di massa opaca, è in grado di assorbire la luce. È attaccata ai nostri piedi dalla nascita e ci segue o ci precede senza che ci si possa sbarazzare di lei. E se ciò accade, se la nostra ombra si stacca da noi come nelle favole, allora potrebbe diventare il nostro doppio (Doppelgänger), l’alter ego che ci perseguita, come avviene nella fiaba di Andersen intitolata, appunto, L'ombra, oppure trasformarsi in un folletto dispettoso e riottoso come quella smarrita da Peter Pan.

NOMADELFIA, di Enrico Genovesi

Enrico Genovesi, da Nomadelfia.

Chi di noi, almeno per un giorno, non ha sognato di cambiare vita? Di trovarsi in un mondo nuovo, regolato da rapporti umani diversi; un mondo lontano dal nostro, così contratto dall’ansia del guadagno e del consumo, dove ci è estraneo persino il vicino che abita a due metri di distanza, al di là di una parete tanto sottile quanto impenetrabile?
Ebbene, un mondo così esiste. Ed è qui in Italia, nelle campagne di Grosseto. Si chiama Nomadelfia, un nome composto da Nòmos e Adelphìa e che significa 'la Legge della Fraternità'. Si tratta di una comunità evangelica fondata nel 1948 da un sacerdote, Don Zeno, per accogliere gli orfani e i bambini abbandonati, così numerosi all’indomani della guerra. E a quel tempo si scelse di insediarsi nel luogo che era stato un cupo teatro dell’orrore, il più lontano da ogni Adelphìa: il campo di Concentramento di Fossoli.