L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA
domenica 13 settembre 2020
Valie Export e la ribellione del corpo
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA
sabato 12 settembre 2020
Birgit Jürgenssen e la decostruzione del corpo domesticato
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| Birgit Jürgenssen, Hausfrauen – Küchenschürze - Grembiule da cucina da casalinghe, 1975 |
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA
Ottiene il suo primo successo nel 1975, quando Valie Export la invita a partecipare alla mostra MAGNA-Feminismus: Kunst und Kreativität, a Vienna, dove presenta il dittico di fotografie Hausfrauen- Küchenschürze (Casalinga – Grembiule da cucina), in cui l’artista indossa letteralmente una cucina sotto forma di grembiule. La Jürgenssen attua così la sua rivolta contro "la semiotica della cucina" - per usare il titolo di una performance video diventata un classico di Martha Rosler (1975) – contestando, con umorismo sovversivo, i pregiudizi, le funzioni sociali e i modelli di comportamento a cui le donne sono soggette. Il suo dittico diventa un’icona radicale del femminismo, che demolisce – in quanto estremizza - la figura della casalinga identificata totalmente con le proprie funzioni domestiche, e che inoltre – come scrive Silvia Bottani in questo articolo (https://www.doppiozero.com/materiali/birgit-jurgenssen-io-sono) - “mantiene un sottotesto perturbante, nell’immagine del forno che evoca l’idea della donna-contenitore, il suo essere ridotta a funzione sessuale e riproduttiva.” Qui vediamo la donna non solo imprigionata dall’oggetto domestico di uso quotidiano, ma il suo corpo risulta come fuso con esso. La figura finale è una sorta di ibrido grottesco, il risultato di un processo di metamorfosi tramite il quale la donna è diventata tutt’uno con il suo ruolo di casalinga.
mercoledì 19 agosto 2020
Architetture immaginarie
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| Isabel Brison, Maravilhas de Portugal (2008) |
Generalmente si pensa che la fotografia possa essere divisa in due macro gruppi: la fotografia di realtà e la fotografia di finzione. Nel secondo caso la ‘finzione’ può derivare dal fatto che l’oggetto della foto sia una messa in scena o l’immagine stessa sia frutto di manipolazione.
Tralasciando qui il primo gruppo così come il tema del rapporto della fotografia con ciò che definiamo reale e di come sia labile e permeabile il confine tra i due gruppi citati, focalizziamo brevemente l’attenzione sul concetto di 'finzione', rilevando innanzitutto come questo termine, nella nostra cultura gravata dall'eredità platonica, non riesca a liberarsi di una sfumatura che denota 'falsità' e 'inganno'. A questo proposito, è utile fare una distinzione importante, quella tra fingere (pretend) e far finta (make believe). Se pretend ha un'accezione che significa volontà di ingannare, di dare l'illusione del vero (la pretesa dell'arte condannata da Platone), make-believe significa invece fingere senza intenzione di ingannare, dar vita a un tipo particolare di attività immaginativa.
Fatta questa premessa, il tema di questo articolo intende essere quello della fotografia di architettura che non restituisce immagini di costruzioni e di paesaggi urbani esistenti, ma di finzioni nel senso di make-believe.
Queste produzioni, per comodità, sono state divise in due gruppi: le immagini di architettura derivate da manipolazioni e fotomontaggi digitali e le fotografie vere e proprie di modelli architettonici in miniatura realizzati in studio.
martedì 28 luglio 2020
Rephotography. Finestre aperte sul presente e sul passato
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| Hebe Robinson, Echoes of Lofoten, |
lunedì 27 luglio 2020
This person does not exist. Il fondo oscuro di una tecnologia moderna
sabato 18 luglio 2020
Fotografare i sogni. Dream Collector di Arthur Tress
Ricordate i vostri incubi ricorrenti di quando eravate bambini? Probabilmente sono sensazioni e immagini che ci portiamo dietro per tutta la vita.
Arthur Tress ne ha fatto il soggetto di una serie di fotografie, dal titolo Dream Collector, realizzata nei primi anni Settanta. In un'epoca dominata dalla fotografia documentaria e dalla ricerca dell'istante decisivo, Tress mette in scena immagini surreali e inquietanti. L'idea era venuta partecipando a uno dei laboratori che l'amico ed educatore per l'infanzia Richard Lewis realizzava ogni anno con dei bambini. Il tema, in quell'occasione, era costituito dai sogni e ai piccoli era stato chiesto di raccontarli e di disegnarli. Fu così che a Tress venne l'idea di usare la fotografia. Dopo aver ascoltato i racconti dei loro incubi, conduceva i bambini in luoghi della città dove potevano trasformare le loro idee in fotografie. The Dream Collector si è evoluto da queste immagini.
giovedì 16 luglio 2020
OMBRE SOSPESE, di Andrea Taschin
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| Andrea Taschin, Ombre Sospese, 2020 |
Tra i tanti progetti fotografici realizzati nei mesi di lockdown, uno in particolare ha attratto la mia attenzione, per la sua solidità concettuale, per la sua essenzialità e nello stesso tempo efficacia visiva (e perché tratta del tema dell’ombra, uno dei miei interessi da anni) .
Si tratta di Ombre sospese, di Andrea Taschin.
(A questo link il suo sito: qui)
Di seguito, invece, le mie riflessioni su Ombre Sospese.
L'ombra è un'immagine in negativo di noi, o meglio del nostro corpo che, in quanto formato di massa opaca, è in grado di assorbire la luce. È attaccata ai nostri piedi dalla nascita e ci segue o ci precede senza che ci si possa sbarazzare di lei. E se ciò accade, se la nostra ombra si stacca da noi come nelle favole, allora potrebbe diventare il nostro doppio (Doppelgänger), l’alter ego che ci perseguita, come avviene nella fiaba di Andersen intitolata, appunto, L'ombra, oppure trasformarsi in un folletto dispettoso e riottoso come quella smarrita da Peter Pan.
NOMADELFIA, di Enrico Genovesi
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| Enrico Genovesi, da Nomadelfia. |
Chi di noi, almeno per un giorno, non ha sognato di cambiare vita? Di trovarsi in un mondo nuovo, regolato da rapporti umani diversi; un mondo lontano dal nostro, così contratto dall’ansia del guadagno e del consumo, dove ci è estraneo persino il vicino che abita a due metri di distanza, al di là di una parete tanto sottile quanto impenetrabile?
Ebbene, un mondo così esiste. Ed è qui in Italia, nelle campagne di Grosseto. Si chiama Nomadelfia, un nome composto da Nòmos e Adelphìa e che significa 'la Legge della Fraternità'. Si tratta di una comunità evangelica fondata nel 1948 da un sacerdote, Don Zeno, per accogliere gli orfani e i bambini abbandonati, così numerosi all’indomani della guerra. E a quel tempo si scelse di insediarsi nel luogo che era stato un cupo teatro dell’orrore, il più lontano da ogni Adelphìa: il campo di Concentramento di Fossoli.







