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sabato 16 dicembre 2017

La porta di un altro mondo

Maurits Cornelis Escher, Mano con sfera riflettente (Autoritratto allo specchio sferico), 1935.

L’autore di quest’opera del 1935 è l'olandese Maurits Cornelis Escher. Non è un surrealista, non ha mai aderito a nessun movimento artistico, la sua produzione ha sempre stentato ad essere riconosciuta come arte, eppure, come i surrealisti, anche lui è noto per le sue immagini impossibili, un'impossibilità che non risulta immediatamente, ma solo dopo che la percezione ha avviato il suo processo di interpretazione.
In questa litografia è raffigurata una sfera di vetro tenuta in mano da Escher, sulla quale si riflette la sua figura e tutto il resto della stanza in cui si trova. Il periodo di realizzazione di quest'opera coincide con un radicale cambiamento nella produzione artistica dell'autore, che passa dall'interesse naturalistico e figurativo a una meditazione matematica per immagini sullo spazio.

Probabilmente, nella composizione di questo autoritratto, Escher si ispirò a famose opere di maestri del passato, come l'autoritratto in uno specchio convesso del Parmigianino e all'uso dello specchio convesso nell'arte fiamminga (si ricordi, uno fra tutti, Il ritratto dei coniugi Arnolfini di Van Eyck). L'artista concepisce l'immagine in modo da provocare un'immedesimazione dello spettatore, in quanto collocato nella stessa posizione in cui si trovava l'artista mentre ritraeva (sembra infatti a chi guarda l'opera che sia la propria mano sinistra a reggere la sfera), rendendolo partecipe in qualche modo dell'opera. Anche il centro dell'immagine sicuramente non è casuale: esso è rappresentato dagli occhi dell'artista, esattamente fissi nello sguardo di chi lo osserva.
La descrizione in terza persona che l'autore ci offre del suo autoritratto è a questo proposito significativa: "Sulla mano del disegnatore c'è una sfera riflettente. In questo specchio egli vede un'immagine molto più completa dell'ambiente circostante, di quella che avrebbe attraverso una visione diretta. Lo spazio totale che lo circonda - le quattro pareti, il pavimento e il soffitto della sua camera - viene infatti rappresentato, anche se distorto e compresso, in questo piccolo disco. La sua testa, o più precisamente, il punto fra i suoi occhi, si trova nel centro. In qualsiasi direzione si giri, egli rimane il punto centrale. L'ego è invariabilmente il centro del suo mondo" (M.C.Escher, Grafica e disegni, cit., p. 13).
In questa litografia lo specchio agisce come strumento di compenetrazione di mondi simultanei, con passaggi di dimensione: in questo caso si passa dal reale tridimensionale, al riflesso speculare, allo spazio bidimensionale del foglio. Per Escher il problema fondamentale era costituito proprio dalla spazialità, intesa come conflitto tra tridimensionalità e bidimensionalità. La percezione che si ha della realtà passa continuamente, senza grandi problemi, dagli oggetti alla loro rappresentazione su un foglio o al loro riflesso, perché le immagini riescono a ricreare il senso di profondità e spazialità anche su una superficie piana. Tutta la ricerca di questo artista è rivolta proprio a risaltare la simulazione di spazi e volumi sullo spazio bidimensionale.
In quest'opera, la sfera di vetro cattura il riflesso della realtà, così che essa sembra racchiudere dentro di sé un altro mondo, come se un intero universo dalle dimensioni infinite possa essere contenuto in quella sfera di dimensioni finite.

Maurits Cornelis Escher, Natura morta con specchio sferico, 1934.

L’artista è specchio vivente e contiene nella sfera del suo occhio l’immagine dell’intero universo, concentrando in sé tutto ciò che vede. Diventando specchio, l’artista rispecchia il proprio riflettere.
Qui due mondi sono presenti in modo simultaneo, la stanza e la sfera che la riflette. Questo innesca, all'interno della litografia, una dialettica tra ciò che sembra "reale" e ciò che invece è virtuale. Gli autoritratti con sfere di vetro di Escher sono molteplici, e non sono le sole sue opere in cui compaiono superfici riflettenti e in cui si realizza l'idea della compenetrazione tra più luoghi e più punti di vista. Si pensi ad esempio a Natura morta con specchio del 1934, dove in uno specchio piano posato su un mobiletto all'interno di una stanza, si riflette una strada con degli edifici.
Riassumendo, lo specchio è un elemento di connessione, capace di rappresentare, all'interno di una stessa immagine, delle realtà simultanee e di far convivere, con un gioco di riflessi, due o più luoghi nello steso luogo e nello stesso tempo. Come il foglio, anche lo specchio è uno spazio bidimensionale, e tuttavia, entrambi, sono in grado di trasmettere l'illusione della tridimensionalità. In questo caso, inoltre, lo specchio convesso porta un'ulteriore complessità, perché in grado di restituire un punto di vista particolare, che amplia e deforma la realtà riflessa.
Lo specchio è un occhio dalle potenzialità infinite che cattura corpi e oggetti e li connette in un unico spazio, estendendo il raggio d'azione dell'occhio e amplificando la capacità normale di vedere. In un'unica immagine emerge quindi una realtà complessa; i punti di vista si moltiplicano e forniscono un quadro più completo della scena, a volte contraddittorio e allo stesso tempo razionale: lo specchio osserva per noi e crea nel disegno un'apertura e una tensione verso ciò che sta fuori, verso qualcosa che non si mostra in modo diretto ma che entra nella rappresentazione.

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