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sabato 16 dicembre 2017

Gli specchi deformanti di André Kertész


André Kertész, Distorsion n°40, Paris, 1933.

Il fotografo André Kertész, ungherese di nascita (Budapest, 1894), francese d'adozione, era considerato da Henry Cartier-Bresson il padre della fotografia contemporanea e da Brassai il proprio maestro. Se i suoi costanti mutamenti di stile, temi e linguaggio da un lato ci impediscono di collocare il suo lavoro in un ambito estetico esclusivo, dall’altro ne dimostrano lo sguardo poliedrico e la costante ricerca. La sua fotografia va dal lirismo umanista all'astrattismo costruttivista, dalle sperimentazioni surrealiste al fotogiornalismo e alla fotografia di strada, pur dichiarandosi sempre indipendente da quasiasi movimento artistico.

Nel 1933 la rivista satirica francese Le sourire gli offrì cinque pagine da riempire in piena libertà. In particolare il Direttore chiese a Kertesz di «produrre immagini di nudo capaci di rinnovare drasticamente il genere» Per l’occasione il fotografo ungherese affittò due specchi deformanti, uno concavo e uno convesso, da un circo e nel suo studio realizzò una serie di fotografie di due modelle nude in pose diverse, o meglio dei loro riflessi distorti dagli specchi. La serie, conosciuta con il nome di “Distorsioni”, comprende 200 foto che sono delle immagini surreali del corpo umano. In alcuni casi, l'immagine delle modelle è così distorta che solo alcuni arti o elementi del corpo sono riconoscibili nella foto. Kertesz è affascinato dalle alterazioni del corpo, da quelle "aberrazioni" prospettiche che implicano la possibilità di creare nuove forme del reale, in grado di sovvertire gli stereotipi consolidati. Il corpo, grazie alle distorsioni operate dagli specchi e all'azione della luce, abbandona la sua forma consueta per contoncersi o diluirsi, contrarsi o espandersi nello spazio, fino addirittura a scomparire, lasciando intravedere solo alcune parti come una gamba o un braccio, elementi disarticolati che chiamano in causa la capacità di immaginazione dello spettatore, obbligato a confrontarsi con questa dialettica di "presenza" e "assenza", per cercare di rintracciare in quelle parti il richiamo alla forma originaria.


Alcune di queste immagini sono piene come sculture, altre sembrano liquefarsi; alcune risultano grottesche, altre terrificanti, altre ancore pregne di una sensualità conturbante, per quanto inconsueta e perversa. Qualcuno le ha definite dei corpi chimerici in bilico tra bellezza e mostruosità.
Emerge in questa opera una concezione antinaturalistica e antidescrittiva della fotografia, che, a partire da un elemento reale come il corpo, apre la porta a una realtà diversa, che va oltre quella comunemente nota (surrealtà) e che per questo è stata associata alle metamorfosi surrealiste.
Alcune di queste foto fanno venire in mente certi dipinti di Magritte, come "Entr'acte" (1927) o "Gli esercizi dell'acrobata" (1928), in cui si vedono corpi deformati o frammenti di corpi. In Entr'acte, il corpo come punto di riferimento unitario è del tutto assente; vediamo solo degli arti che paiono animati, come dotati di vita propria. Sia quelle di Magritte che quelle di Kertesz sono immagini che destabilizzano lo spettatore, che lo privano del punto di vista abituale e convenzionale, obbligandolo a interrogarsi sull'ambiguo rapporto tra realtà e apparenza.


L’interesse di Kertész per le distorsioni era nato già nel 1917, osservando la figura di suo fratello Jano mentre nuotava sott'acqua (Nuotatore sott'acqua, 1917).
Solo nel 1976 Le Distorsioni saranno pubblicate in libro, che ne decreterà finalmente il successo internazionale.

Per una analisi più dettagliata e ricca di immagini, si rimanda a questo sito:
http://ilcassetto.forumcommunity.net/?t=51626387&st=30


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