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venerdì 8 dicembre 2017

I "luoghi non comuni" di Stephen Shore

Stephen Shore, US 97, South of Klamath Falls, OR, July 21, 1973.

Il 21 luglio 1973 il newyorkese Stephen Shore, il pioniere della fotografia a colori, mentre viaggiava lungo le strade dell’Oregon, riprese questa immagine, che avrebbe poi pubblicato nel suo celebre “Uncommon Places” (1982).
Si vede inquadrato un grande cartellone pubblicitario, che rappresenta un paesaggio curiosamente molto simile a quello in cui l'immagine è collocata.
L'effetto fotografia-nella-fotografia ricorda un po' quello che caratterizza un'opera quadro-nel-quadro del pittore surrealista Magritte, La condizione umana, dove il paesaggio che fa da sfondo non è che il prolungamento del paesaggio raffigurato su una tela, poggiata su un cavalletto.

Si tratta di una fotografia che riassume bene la prospettiva post-romantica che caratterizza la visione del paesaggio americano che Shore condivide con gli altri esponenti del “New Topographics”. Non più le viste maestose, selvagge o solenni, che nel tempo avevano proprosto i vari Timothy O'Sullivan, Carleton Watkins, Edward Weston, Ansel Adams e Minor White. L'obiettivo di questi era stato quello di documentare e di celebrare la wilderness americana, cioè l’idea della natura selvaggia e primordiale, della terra vergine e incontaminata che i primi pionieri avevano trovato al loro arrivo nel nuovo mondo, un'idea che aveva costituito l'elemento identitario e fondante della cultura americana. Questa fotografia di Shore, al contrario, ci dà un'immagine della natura emarginata ed estromessa dalla sua stessa rappresentazione. Risulta ormai impossibile avere un'esperienza autentica della natura: ogni percezione è inevitabilmente mediata dalle immagini.
Se si osserva bene la fotografia, l'immagine che ci restituisce la natura idealizzata del mito è quella presente nel cartellone pubblicitario, mentre il paesaggio in cui questo è collocato presenta evidenti segni antropici come recinti e pali della luce. In realtà qui si va molto oltre la semplice rappresentazione del territorio geografico: l'obiettivo è mettere in evidenza come la percezione sia mediata dall'immagine e dalle sue strutture comuni e stereotipate.
Questa fotografia fa parte di quello che è forse il lavoro più celebre di Shore, “Uncommon Places”, risultato di una serie di viaggi per gli Stati Uniti compiuti tra il 1973 e il 1981, all'indomani dell'uscita di “American Surfaces”.
“Uncommon Places” è un progetto concepito da Shore come un diario di viaggio, non solo fisico ma soprattutto orientato a esplorare l'essenza della visione. Rispetto al lavoro precedente, infatti, in Uncommon Places si assiste a un'evoluzione formale dovuta al passaggio al grande formato: la natura del diario visivo si trasforma, l'approccio diventa meno immediato e più studiato, i risultati presentano maggiore nitidezza e trasparenza oltre a una straordinaria quantità di particolari.
Con fredda obiettività e un personale uso dei colori e della luce, con uno stile sobrio e privo di enfatizzazione, Shore mostra le trasformazioni che la moderna cultura del consumo e dell'immagine ha causato al paesaggio americano, dove pali e fili elettrici, insegne al neon e cartelli pubblicitari hanno per sempre compromesso il mito tradizionale della wilderness. Le sue fotografie, che ritraggono soggetti all'apparenza banali e scene di vita quotidiana, documentano il paesaggio alterato dall'uomo, eroso dallo sviluppo industriale e dall'espansione delle città.
Le immagini, quasi sempre svuotate della presenza umana, spesso assumono un'aura archetipa: è la costruzione di una nuova visione mitica, di una nuova frontiera, quella del ventre un po' desolato dell'America di periferia, con le sue zone suburbane, le strade, i motel, i grandi parcheggi e le insegne pubblicitarie, le stazioni di servizio e i drugstore, che segnerà in modo indelebile l’evoluzione della fotografia americana.
Come ha scritto Robert Venturi, per l'occasione, «Shore cattura l'essenza del panorama americano fotografando il particolare, gli elementi ordinari che si rivelano universali e straordinari. Il punto di vista del suo obiettivo non è mai speciale. È quello dei nostri occhi distratti, che vagano attraverso luoghi familiari facendo cose ordinarie - aspettando un autobus o concentrati su un incarico. Negli scatti di Shore, scopriamo immagini smarrite che abbiamo ignorato per la loro familiarità o rifiutato per la loro banalità. La nostra mente cosciente cerca scene più o meno interessanti: vette alpine o piazze italiane; nell'arte di Shore confrontiamo ciò che usualmente non notiamo, strade e facciate che ben conosciamo e vagamente, mediamente ricordiamo e mediamente dimentichiamo. Shore è l'arte dell'impassibile - rifiutando composizioni esotiche, abilmente artefatte o di facile interpretazione. Egli accetta la logora banalità dello scenario americano, fino agli stanchi talloni dei nostri panorami rurali e la rilassatezza spaziale delle nostre città, ricatturandone l'intimità, rendendola intensa, coerente, pressoché amabile».

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