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venerdì 15 dicembre 2017

Finestre dello Spirito. La Cappella Rothko

Rothko Chapel, 1964-71, Houston.

Oggi voglio parlarvi di un luogo totalmente privo di finestre, intese come aperture che mettono in comunicazione un interno con un esterno, perché questo luogo è stato progettato per mettere in comunicazione mistica l’individuo con un aldilà spirituale. La Cappella Rothko è una cappella aconfessionale che si trova a Houston (Texas), voluta dai collezionisti John e Dominique de Menil. Colpiti dalle immense tele che l’artista di origini russe Mark Rothko stava realizzando per il ristorante Four Seasons (e che poi avrebbe invece donato, in parte, alla Tate Gallery, dov’è tuttora presente un’installazione permanente progettata dallo stesso Rothko), decisero di commissionargli alcuni grandi quadri per la cappella che volevano farsi costruire nei pressi della St. Thomas Catholic University di Houston, dove Dominique insegnava alla facoltà d’arte. Fu Rothko stesso a deciderne la forma ottagonale che rimanda visivamente agli antichi battisteri e pone il visitatore in uno spazio circolare circondato e avvolto dai dipinti. Nessuna finestra, niente altro se non la luce che cade dal grande lucernario e schermata da veli, otto semplici panche mobili e i testi sacri delle maggiori religioni del mondo.
E’ un luogo tanto profondamente mistico da essere segnalato dal National Geographic come uno dei primi dieci posti più dispensatori di pace dell’intero globo. Un’architettura sobria, un minimalismo francescano, l’assenza di qualsiasi immagine sacra. E il vuoto. E in questo vuoto, alle pareti, tre trittici e cinque quadri singoli dai colori cupi, il nero opaco, il marrone, il viola scuro, l'indaco, un po' di rosso su un unico pannello, davanti ai quali sedersi in silenzio come di fronte a vere e proprie finestre che immettono in un mondo ultraterreno.


La luce naturale che piove dall'alto muta con il mutare della luminosità esterna, e stare lì dentro non è come visitare un museo, è un'esperienza dello spirito, un viaggio all'interno di se stessi. Infatti questo posto consacrato scatena sui frequentatori delle reazioni divergenti: c'è chi medita sul suo Dio, chi sull'universo, sulla vita, sulla morte, sul nulla, qualcuno trova la pace interiore, qualcuno si abbandona al pianto e c'è chi fugge perché trova emotivamente insostenibili l’impatto visivo, il silenzio o il senso di angoscia. Ma per la maggior parte di coloro che superano quella porta, avviene di entrare in uno stato meditativo al di là dello spazio e del tempo.

Lo spazio è studiato nel suo insieme e così il suo apparato iconografico: le tele sono parte del tutto ed è l’insieme a restituire il senso di un’atmosfera sospesa e contemplativa, che scava dentro, che immette nel mistero. Le stesse piccole porte ricavate sulle pareti laterali sono pensate in relazione all’intera tensione emotiva e psicologica della cappella; di fatto non sembrano più porte, ma si collegano visivamente al circolo delle tele. La cappella è chiusa in sé, abbandona il mondo, immerge in un altro universo. Lo sguardo è come intrappolato tra le presenze cieche e mute che sono i pannelli murali, che sembrano delle finestre aperte sulla notte.
Pare che l’artista abbia tratto ispirazione, per la Cappella e per la sala Rothko alla Tate Modern, dal vestibolo della Biblioteca Laurenziana, un capolavoro architettonico di Michelangelo costruito fuori dal chiostro di San Lorenzo a Firenze. Rothko era stato colpito dalle finestre cieche che decorano cupamente questa stanza e che, invece di lasciar entrare la luce, chiudono il visitatore in uno spazio claustrofobico.


Gli stessi committenti avevano suggerito all’artista l’idea di una cappella ecumenica, ma l’opera nel suo complesso interpreta piuttosto un invito ad un viaggio personale, al di là di ogni confessione. Per Rothko l’arte possiede un’intima sacralità. Egli considera il quadro come un tramite quasi mistico in grado di mettere il pittore in comunione con lo spettatore (a differenza con l’ Action Painting, tutta centrata sull’espressione di sé). L’opera è universo che esiste in funzione dell’osservatore, è pensata dall’artista perché esso ne faccia parte e possa compiervi un’avventura d’anima. Sicché l’intera esperienza dell’artista è tesa a predisporre tale avventura. Lo spettatore è chiamato a essere in qualche misura comprimario non della redazione dell’opera ma di un comune progetto spirituale.
Certo è che l’arte di Rothko ha un suo cammino di progressiva essenzializzazione che non riguarda solo l’aspetto stilistico, ma che attiene al senso stesso della sua opera e della stessa arte. Alcune opere conclusive, soprattutto i neri, i colori scuri comunque uniformi, sono la testimonianza non di una povertà di espressione sopraggiunta nel tempo della crisi ma di una personale sintesi del linguaggio maturata sul filo di una ricerca estrema, drammatica e definitiva.
Rothko dipinse i 14 pannelli della Cappella tra il 1964 e il 1967. Il 25 febbraio 1970, dopo una lunga battaglia con la depressione, si tolse la vita tagliandosi le vene nel suo studio di New York.
“Le forme sono sospese in un equilibrio precario, sempre sull’orlo della rottura. La violenza è l’humus dei miei quadri e l’unico equilibrio possibile è quello precario che precede l’istante del disastro. Rimango sempre sorpreso nel sentire che i miei dipinti comunicano un’impressione di pace. In realtà sono una lacerazione. Nascono dalla violenza”. (Mark Rothko)
La Cappella Rothko è diventata un centro mondiale ampiamente ecumenico, un posto sacro aperto a tutte le religioni, ma che non appartiene a nessuna. È diventato un centro per scambi culturali, religiosi e filosofici internazionali, per seminari e rappresentazioni e di promozione dei diritti umani e civili. Ed è diventato un posto per la preghiera e la meditazione di individui di ogni fede.
Davanti alla Cappella è posizionata una scultura di Barnett Newman, il Broken Obelisk, dedicata a Martin Luther King.
A questa cappella si è anche ispirata una canzone di Peter Gabriel, Fourteen Black Paintings e il cantante-cantautore indipendente David Dondero ha intitolato un'ode alla Rothko Chapel.

Dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale, l’arte si stacca dal mondo per farsi espressione di un pessimismo individuale. Il caos e l’insensatezza che sembrano governare la realtà vengono rappresentati dall’ “informe” e da un’arte vissuta come esperienza. L’opera non nasce da un progetto a priori, ma in un processo d’improvvisazione, il cui risultato si compie solo a posteriori. La guerra non solo aveva portato morte e distruzione in Europa, ma aveva, anche in seguito all’esodo di artisti europei che sfuggivano alla guerra, spostato la capitale artistica da Parigi a New York e in generale dall’Europa all’America.
Con il termine Espressionismo astratto si connota l’arte americana degli anni Quaranta. Il critico Clement Greenberg ne definì gli aspetti:
1. Grande dimensione delle opere, ereditata dal Muralismo.
2. Piattezza della superficie, intesa in due sensi: a. abolizione di prospettiva e di ogni illusione di profondità- b. superficie dipinta senza rilievi.
3. Grande importanza del gesto. Gesto come espressione diretta dell’esperienza dell’artista.(arte gestuale).
La grande esperienza creativa dell’Espressionismo astratto comprende due correnti principali: l’Action Painting (Pittura d’azione) da un lato, e la Color Field Painting (Pittura a campitura di colore) dall’altro. A questo secondo movimento (anche se il termine è improprio) appartiene Mark Rothko.

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