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sabato 16 dicembre 2017

I corpi deformati di Francis Bacon.

Come dichiarava lo stesso autore nelle interviste, l'obiettivo della attività artistica di Francis Bacon è quello di produrre veri e propri shock visivi. Le sue opere infatti rappresentano la condizione esistenziale dell'uomo moderno attraverso immagini deformate di persone e animali. Distorsioni che raccontano del tormento dell'uomo solo che lotta con se stesso.

Francis Bacon, Ritratto di George Dyer allo specchio, 1968, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza.

George Dyer, il soggetto di questo quadro, è stato a lungo il compagno dell’autore e morì suicida nel 1971, alla vigilia dell'inaugurazione della trionfale personale dell'artista al Grand Palais di Parigi. Qui Bacon lo ritrae davanti a uno specchio dall'incongruo colore azzurro cielo. E' vestito in giacca e cravatta, seduto su una sedia girevole, in una posizione disinvolta, la sigaretta accesa in una mano, con lo sguardo rivolto allo specchio. Una linea diagonale bianca taglia il corpo in due parti, delle quali la sinistra risulta deformata e sfocata, come sottoposta a delle pressioni che hanno schiacciato alcune parti e rigonfiato delle altre, spostando i volumi e creando un disarmonico sovrapporsi di masse. Anche il volto sembra essere stato sottoposto a una misteriosa forza centrifuga che ha limato i rilievi consueti del viso. Il riflesso nello specchio completa la lacerazione del corpo, mostrandoci il volto che nell'immagine riflettente è assente perché mutilato, un volto visto di profilo, lacerato in due come un foglio di carta. Qui non è lo specchio deformante, convesso o concavo, ad alterare e sformare il corpo. La deformazione è la condizione esistenziale dell'uomo e lo specchio non fa che rifletterne la devastazione.


Francis Bacon, Figure Writing Reflected in Mirror, 1976.

Bacon era stato colpito dal cubismo di Picasso. Era stato in seguito alla visita di una sua mostra che aveva deciso di mettersi a dipingere. Ma qui non c'è nulla della scomposizione spaziale cubista, quanto piuttosto la sua estrema torsione che costringe i corpi a una mutazione. Come può un pittore raccontare l'intima frantumazione dell'uomo moderno? Non ha a disposizione il tempo, che permette una narrazione. Allora utilizza lo spazio, uno spazio minimo e dalla falsa prospettiva, in cui i corpi vengono scarnificati, dilaniati, deformati, sezionati. Gli ambienti dei suoi quadri hanno spesso l'atmosfera asettica e la luce livida di certi laboratori in cui si pratica la vivisezione o l'autopsia.
Il corpo umano è uno scrigno, che nasconde e prefigura la sua decomposizione. Esso è costantemente conteso da forze invisibili che ne minano l'integrità, quelle forze che in alcune sue opere ha personificato nella Furia delle tragedie di Eschilo.

Francis Bacon – Study for Three Heads, 1962.

Nato a Dublino nel 1909, omosessuale dalla personalità molto complessa, maestro pioniere della cosiddetta Nuova Figurazione inglese nata in seno ad una interpretazione più esistenziale del surrealismo, Bacon indaga la condizione esistenziale del suo tempo, accanendosi nella rappresentazione della figura e del volto, mentre nel resto del mondo impazza l'astrattismo.
Lo dimostrano i suoi Studi, i suoi ritratti e autoritratti, la serie delle rivisitazioni del Ritratto di papa Innocenzo X di Velázquez, tema con cui Bacon si confronterà per quasi una vita, sfigurando e disfacendo l'immagine perfetta dell'artista spagnolo, nel tentativo di reinterpretare l'immagine del pontefice in un modo compatibile con il tormentato ventesimo secolo. Opere che fanno ormai di Bacon il maestro indiscusso della "defigurazione", pittore dell'atrocità della condizione umana.
«Non c'è tensione in un quadro», scrisse nel 1955, «se non c'è lotta con l'oggetto». E da questa lotta l'oggetto, l'immagine dell'uomo, escono distorti e sfigurati.

Figure distese allo specchio, Francis Bacon 1971.

Le sue figure sono spesso ammassi di carne in deliquio, senza neanche la reminiscenza delle simmetrie del corpo e dei rapporti armonici tra le sue parti, le teste appaiono contorte, le figure sono isolate, ingabbiate nella tensione centripeta del corpo, le mani sono serrate in uno spasmo, la bocca spalancata in un urlo senza voce. La figura è totalmente decostruita: solo masse e volumi senza relazioni.
Bacon non indaga le cause delle deformazioni; ne illustra con fredda e spietata lucidità gli effetti, offrendo alla vista la mostruosità di corpi da cui sembra sia stata estratta l'anima, presi da atroci e sfiguranti convulsioni. E la condizione di queste figure appare senza speranza, senza via di uscita, una prigionia di terrore, solitudine e sofferenza forse mai espressa con tanta lucida disperazione.


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