sabato 12 ottobre 2019

Progetto Monades



Stava calando la nebbia sul pomeriggio di quella grigia giornata di fine ottobre. I raggi di un sole malato proiettavano stanche ombre sul freddo marmo delle guglie, degli archi e delle statue del Duomo, che si innalzava nella piazza simile a un gigantesco ologramma tridimensionale, proiettato lì per far convivere nello stesso spazio due diversi mondi temporali. Tutt’intorno si ergevano, come imponenti sentinelle, enormi edifici in vetro oscurato e acciaio, che sembravano inghiottire anche la luce.
Escher, in cima alla terrazza più alta del Duomo, girò lo sguardo a centottanta gradi. Aveva voluto salire fin lì per guardare dall’alto la città, per cercare di placare la continua ansia che lo attanagliava, con la visione delle mura e dei bastioni che circondavano la metropoli. La foschia però gli impediva di avere un’immagine nitida; volse lo sguardo a sud, dove s’intravedeva il profilo malfermo di una delle quattro torri più alte, quelle che controllavano i punti cardinali. Quella visione non riusciva ad attenuare minimamente la sua inquietudine e, quando un improvviso alito di vento lo fece rabbrividire, provò una specie di vertigine e si sentì come un animale braccato che sta per essere ghermito da un predatore alato. “Loro” erano là, oltre quelle mura e prima o poi avrebbero sferrato l’assalto. Era solo questione di tempo. La città si preparava all’assedio. Un nuovo brivido gli acuì il senso di minaccia. Per un attimo gli si appannò la vista e vacillò. Tutt’intorno era una danza ondeggiante di guglie, statue e archi rampanti. Trattenendo la nausea, si avviò verso l’ascensore, deciso a ridiscendere giù.

Non era più abituato a trovarsi in ambienti aperti. Quel pomeriggio, uscito dall’ufficio, invece di dirigersi come al solito verso la metropolitana, si era diretto verso la piazza del Duomo, a soli due isolati di distanza. Vi era stato attirato da uno strano messaggio che aveva trovato nella sua casella di posta elettronica. Anche il nome del mittente l’aveva incuriosito: “Arianna”. Era sicuro di non conoscere nessuna donna con quel nome. Il messaggio era una frase di poche parole, in latino: Non me Praxiteles, sed Marc’ finxit Agrat. Aveva avviato il motore di ricerca sulla rete e digitato le parole. Un elenco lunghissimo di siti rimandava a un unico oggetto: una statua presente all’interno del Duomo, la statua del San Bartolomeo scorticato, opera di uno scultore del XVII secolo. Cosa significava quel messaggio? Aveva deciso di vincere la repulsione a variare la sua routine quotidiana e si era diretto verso la Cattedrale. Aveva trovato la statua e il messaggio in latino scolpito ai suoi piedi, ma non era successo niente. Poi era stato preso alla gola da un improvviso senso di soffocamento e aveva deciso di salire in cima alla terrazza.
Una volta ridisceso, si immise di nuovo all’interno dell’immenso edificio. Sospirò di sollievo quando si ritrovò nella penombra asciutta di quel luogo, che teneva fuori l’aria malsana che si respirava all’esterno. I mosaici delle grandi finestre filtravano la luce torbida di quella giornata, trasfigurandola in raggi di colore vivo e palpitante. Con passo lento, attraversò il transetto e raggiunse il fondo della navata di destra. Su un alto piedistallo stava la statua inquietante del San Bartolomeo scorticato. Ebbe una strana impressione di déjà vu. Si sforzò di scavare nei ricordi, ma questi si perdevano in una profondità oscura, inaccessibile. Stette ad esaminare i segni scolpiti nel petto e nell’addome del Santo; l’abile mano dello scultore aveva scarnificato le carni e scoperto tutti i muscoli, e i vasi sanguigni e i rilievi delle ossa sotto di essi. Il corpo martoriato era avvolto da una stola raccapricciante: la sua stessa pelle, che ricadeva morbida sulle spalle. Lo sguardo ripercorreva ogni centimetro di marmo, si soffermava su ogni muscolo, su ogni arteria con compiaciuta e spietata perizia. La meticolosa visione lo stava sprofondando in uno stato di rapimento ipnotico.
Improvvisamente, con la coda dell’occhio, avvertì un’ombra alla sua destra. Si girò e una visione lo atterrì. Nel vano della porta fluttuava in controluce una figura spettrale avvolta in un lungo velo bianco. Sembrava un antico spirito orientale, dai lunghi capelli neri ondeggianti e dai lineamenti affilati. Escher dapprima vacillò, poi si immobilizzò in una maschera di orrore. I suoi occhi non riuscivano a distogliersi da quella vista paralizzante. Lo spirito avanzava verso di lui con il volto diafano privo di espressione; tuttavia la bocca si muoveva, sembrava ripetere lo stesso breve messaggio, ma non emetteva nessun suono. Nel suo stato di atterrita immobilità, Escher non aveva neanche la forza di tentare di comprendere.
Quando si riscosse dal suo stato catatonico, la visione era svanita e si ritrovò nella penombra sospesa della cattedrale, di fronte alla statua di marmo. Si portò una mano sugli occhi, li strizzò più volte di seguito, convinto di essere stato vittima di un’allucinazione. Uscì all’esterno e sostò sul sagrato. La piazza grandeggiava intorno a lui. Un tempo era sempre affollata di turisti e di colombi. Dopo lo scoppio della pandemia gli uccelli erano quasi tutti morti e poca gente circolava frettolosa, pochi visi anonimi dietro la mascherina e gli occhiali scuri. Degli antichi palazzi rimaneva poco; al loro posto, per motivi di sicurezza, erano stati innalzati giganteschi edifici in acciaio e vetro blindato. Tutt’intorno decine e decine di telecamere sorvegliavano la piazza e le strade che da essa si diramavano, occhi discreti e instancabili che vigilavano sulla sicurezza della città e dei suoi abitanti. Sullo schermo gigante posto in fondo all’angolo destro della piazza trasmettevano il telegiornale. Veniva documentata una notizia del giorno prima sull’attacco terroristico all’interno di un centro commerciale. Il reporter descriveva solerte le immagini di locali sventrati e cadaveri carbonizzati. Escher si sentì lo stomaco stringere in una morsa. Sullo schermo alla sua sinistra andava in onda la pubblicità di un prodotto igienizzante: spruzzato negli ambienti chiusi, era efficace anche contro il virus B10, assicurava un distinto signore col camice bianco. Gli schermi alle sue spalle erano collocati fuori dal suo campo visivo, ma ne avvertiva i suoni e il riflesso sui vetri dei palazzi di fronte. Quando sul grande orologio che campeggiava di fronte al Duomo scoccarono le 17.00, tutti gli schermi terminarono di colpo le loro trasmissioni. Una sola immagine dominò su tutti: il volto rassicurante del Padre, che allo scadere di ogni ora mandava il suo messaggio dagli schermi collocati in tutta la città. Alla sua vista, Escher provò un senso di sollievo e di benessere. Tutti coloro che percorrevano la piazza si fermarono e volsero all’unisono i loro occhi verso uno degli schermi. Lo sguardo bonario e gli occhi fermi, le parole del Padre risuonavano pacate e insieme risolute.
«Oscure forze nemiche minacciano la nostra sicurezza e tentano di portare il caos, il terrore e la morte fin nelle nostre case». Il tono della voce modulava la gravità del messaggio. Ci fu una breve pausa, poi il Padre continuò, sollevando una mano verso il viso: «La nostra civiltà rappresenta il punto più alto del progresso umano; i nostri valori sono sacri e inviolabili. Non c’è prezzo che non si possa e non si debba pagare per salvaguardarli. Voi avete riposto la vostra fiducia in me, perché sapete che il nostro è un fine comune». Il tono si alzò e divenne ancora più risoluto, la fronte si increspò, la mano si strinse in un pugno. «Dobbiamo difendere la nostra città dalle forze del male che sia dall’esterno che dall’interno minacciano la nostra vita e la nostra intera civiltà». Tacque un secondo e riprese, con espressione più calda e morbida: «Lo so che vi sentite in pericolo, ma sappiate che noi siamo qui per proteggervi. Confidate in noi, che siamo i vostri custodi. Noi siamo la forza del bene, che vincerà sul caos e sul terrore. Insieme rimuoveremo tutti i contrasti e abbatteremo tutti gli ostacoli, perché il nostro fine ultimo è l’armonia di tutta la città».
Quando sugli schermi sfumò la figura del Padre e comparve, come di consueto, il simbolo della città, il cerchio perfetto di un serpente che si morde la coda, la piazza era immersa nel silenzio. I visi di tutti rimanevano fissi e immobili, con le labbra schiuse di chi non ha ancora placato la propria sete.
All’improvviso una voce stridula di donna recise l’aria sospesa e una piccola pioggia di  foglietti di carta ricadde in un angolo della piazza. Dalla balaustra di una scalinata che s’innalzava ai piedi di uno dei palazzi di fronte al Duomo, un ragazzo e una ragazza, senza mascherina sul viso, lanciavano dei volantini, urlando frasi come “No ai lager di stato”, “Riprendiamoci la nostra libertà” e “Giù la maschera del tiranno”. I presenti si riscossero e, come un meccanismo prima inceppato si rimette in moto, la maggior parte di essi riprese a camminare nella direzione iniziale, volgendo appena uno sguardo a quello spettacolo fuori programma. Escher non ebbe nemmeno il tempo di considerare il fatto che una pattuglia di Cor.Vi.S, i Corpi di Vigilanza Speciale, fece irruzione nella piazza da una strada laterale. I vigilanti in divisa color grigio scuro e maschera antigas correvano stretti in ranghi verso la scalinata. A poca distanza da questa si fermarono e puntarono le armi verso i ragazzi che stavano scendendo precipitosamente giù per le scale. Si udì una raffica di colpi. Il ragazzo barcollò e rotolò sui gradini, atterrando sul marciapiede. Aveva il viso tumefatto dalla caduta e una macchia di sangue si allargava sul torace. La ragazza dietro di lui si arrestò, tenendosi  al bordo della balaustra; con gli occhi sbarrati contemplò il corpo del ragazzo che, le braccia distese sul selciato, era scosso da deboli  sussulti. Poi emise un urlo acuto e si precipitò giù per le scale. Le mani forti di due uomini in divisa l’afferrarono e la trascinarono via, mentre gli altri rimuovevano il cadavere dal marciapiede.
Escher distolse un attimo gli occhi. La vista del sangue gli fece ritornare il senso di nausea. Le urla della donna, stridule e convulse, gli provocavano invece disagio, quasi fastidio. Egli sentiva che tutto ciò che si stava svolgendo sotto i suoi occhi aveva un che di ineluttabile, di necessario. Chi non si conforma è un pericolo per la città e va eliminato oppure reso inoffensivo. La sicurezza e la sopravvivenza della civiltà esigono i loro tributi. Quale prezzo è troppo alto se la posta in gioco è così grande? Scacciò via quel turbamento negli angoli più nascosti della sua mente; da tempo aveva rinunciato a confrontarsi con la sua coscienza.
Si diresse verso la fermata della metropolitana. Lo sguardo vitreo del serpente curvato ad anello lo fissava da ogni angolo, da ogni cornicione, da ogni manifesto attaccato ai muri. Per terra, davanti all’imbocco delle scale, un piccione agonizzante roteava nel vuoto l’occhietto stupito. Afferrò una copia del giornale del pomeriggio e scese giù; il treno si fermò con uno stridìo e ripartì, emettendo il solito gemito che si prolungava nel crescendo di due note. Gli accadimenti di quel pomeriggio lo assalirono con un vortice di immagini che gli turbinavano nel cervello: la statua del San Bartolomeo, la visione dello spettro, il ragazzo morto con le braccia allargate sul selciato. Cercò ancora una volta di respingerle, ma esse si rincorrevano frenetiche nella sua mente, si impadronivano di lei, sovrastando e pulsando come un martello contro le sue tempie.
Sfogliò il quotidiano. Come ogni giorno in prima pagina campeggiava il comunicato dell’invasione imminente da parte della moltitudine dei NoMen che si stava organizzando oltre le mura. Le pagine interne rigurgitavano di notizie di attentati e sabotaggi da parte di gruppi di NoMen penetrati all’interno per terrorizzare la città, propagare il contagio e sovvertire l’ordine. Le forze di governo assicuravano il mantenimento del controllo e il dispiegamento in massa delle forze di sicurezza. Nelle pagine centrali venivano riportati quotidianamente i bollettini di diffusione dell’epidemia di B10 e gli appelli a denunciare alle autorità competenti chiunque mostrasse i sintomi della malattia, affinché fosse isolato nelle apposite strutture di quarantena. Il proclama del governo era chiaro: chi non avesse adempiuto all’ordinanza, sarebbe stato condannato alla pena capitale con l’accusa di “attentato alla sicurezza della città”. Escher si guardò intorno: ognuna delle persone presenti nel vagone era un possibile portatore del virus. Si sistemò la mascherina, facendola aderire bene alla pelle intorno alla bocca e al naso. Poi girò gli occhi da un lato: qualcosa aveva attirato la sua attenzione. L’uomo che sedeva alla sua destra reggeva in una mano un libro, scritto in caratteri per lui incomprensibili, e lo leggeva dondolandosi leggermente avanti e indietro, mentre con l’altra mano si teneva la folta barba scura. Era chiaro che pregava e tuttavia sembrava in preda a una forte agitazione. Escher si sentì afferrare alla gola da una scossa di adrenalina, che gli bloccò il respiro. Aveva sentito dire che molto spesso i terroristi pregavano prima di farsi saltare in aria e la minaccia di un attentato alla metropolitana era nell’aria da settimane. Rimase immobile; il battito cardiaco e la sudorazione accelerarono bruscamente. Nella sua testa lampeggiavano i fotogrammi della strage: l’immagine dell’uomo con la barba che si alza in piedi, si apre la giacca e aziona il detonatore. Poi l’esplosione, le urla, i morti e i feriti. Escher faceva fatica a rimanere seduto. Guardò la leva per l’arresto di emergenza. Doveva alzarsi e ruotarla? Valutò i pro e i contro. Il rischio era troppo alto. La mossa giusta era quella di scendere alla fermata successiva e di avvertire una pattuglia di vigilanza. Guardò dai finestrini. Il treno stava imboccando la stazione. L’uomo con la barba si alzò. Escher rimase paralizzato al suo posto. Sentiva di non avere più scampo. Con uno stridio acuto e prolungato, il treno si arrestò e si aprirono le porte. Chiuse gli occhi, in attesa dell’inevitabile. Il segnale acustico intermittente che emette il veicolo in sosta scandiva monotono ogni attimo di quella attesa. Poi il suono vibrò, dilatandosi in una nota più alta e le porte si richiusero. Escher riaprì gli occhi. L’uomo con la barba non c’era più.
Il suo alloggio era al terzo piano di un grande edificio quadrato. Per strada non c’era nessuno e la nebbia densa aveva gettato su tutto la sua veste ambigua. Sentì avvicinarsi il rombo di un motore. Era un mezzo blindato dei Cor.Vi.S in servizio di vigilanza. Affrettò il passo. Tra non molto sarebbe scattato il coprifuoco. Chiuse a chiave dietro di sé la porta del suo appartamento, versò un po’ di mangime nell’acquario e accese il computer. Da molto tempo i suoi rapporti privati si limitavano a pochi scambi epistolari con alcuni utenti della rete. Scorse la breve lista dei messaggi. Un nome catturò immediatamente la sua attenzione: Arianna. Fece clic sul link e sullo schermo si compose l’immagine di un dipinto, il Cristo morto di Andrea Mantegna. Chi era questa Arianna? Perché gli inviava quelle immagini? Stette a fissare la strana prospettiva di quel corpo ritratto. Come per la statua del San Bartolomeo, anche per quest’opera sentiva una strana familiarità,  come se quel dipinto avesse per lungo tempo fatto parte della sua vita. Si sforzò di recuperare i ricordi, ma il suo tentativo si infranse di nuovo contro barriere insormontabili. Esaminava quel volto senza vita, quello delle donne piangenti a sinistra del corpo. Ripensò al volto del ragazzo abbattuto nella piazza del Duomo e a quello della ragazza  portata via dalle forze di sicurezza. Si sentiva turbato.
Alcuni rumori lo riscossero. Tese l’orecchio. Erano delle voci concitate e smorzate nello stesso tempo. Poi udì una specie di tramestio e dei passi per il corridoio. Dallo spioncino riuscì a intravedere solo la testa di un uomo; gli sembrò quella del suo vicino. Qualche volta gli era capitato di incrociarlo per le scale o in ascensore. Abitava nell’appartamento accanto al suo con la moglie e una figlia di pochi anni. Sentì una specie di urlo, un “no” soffocato provenire dall’altra parte del muro. Stette per qualche secondo in ascolto, poi accese il televisore.
Il giorno dopo si svegliò molto presto. Era sabato e sarebbe rimasto in casa tutta la mattina. Si avviò come al solito alla scrivania del computer. Sentì un telefono squillare nell’appartamento a fianco. Involontariamente allertò il suo udito. Una voce di donna parlava con tono agitato, poi sentì singhiozzare. Quel pianto lo opprimeva. Allora si alzò e si vestì, deciso ad uscire. Aperta la porta di casa, si trovò di fronte il suo vicino con in braccio la figlia. Lo vide trasalire e fermarsi bruscamente nel corridoio. Aveva impressa sul viso, sotto la mascherina, un’ombra di cupo terrore. Con la mano premeva delicatamente sulla testa della bambina, coperta da un cappuccio, spingendola contro la propria spalla. Escher ebbe la sensazione che volesse nasconderla alla sua vista.
In quel mentre la madre uscì dall’appartamento e chiuse la porta a chiave. Quando alzò la testa, anche lei trasalì e si paralizzò, mentre un urlo le si strozzava nella gola. La bambina si divincolò e girò la testa. Aveva sul viso pallido e sulle braccia i segni del contagio. Escher, a quella vista, arretrò inorridito, spinse indietro le braccia e inciampò nell’anta della porta.  La madre si avvicinò e si frappose tra lui e il marito, come a voler difendere la figlia con il suo corpo. «La prego, non ci denunci», lo supplicò. «Guardi, noi stavamo andando via di qui. Stiamo portando la bambina a casa di mio padre, che è un medico. Lui sa come curarla. Se lei ci denuncia, verranno a prenderci e ci porteranno tutti in uno di quegli orribili posti di quarantena. Ma quelli sono luoghi in cui non si cura la gente. Nessuno è mai tornato indietro da lì». Le labbra della donna tremavano, gli occhi supplicavano e tuttavia lo sguardo non si abbassò, ma rimase ben fisso su quello dell’uomo di fronte, da cui dipendeva il loro destino.
Escher si era sentito vacillare. Sì, l’aveva sentito dire anche lui: i “Centri di rimozione del contagio” altro non erano che dei campi di eliminazione dei contagiati e di tutti coloro che erano entrati a stretto contatto con essi. Esitò per qualche secondo, poi riacquistò la posizione eretta e, con voce atona, replicò: «Conoscete le leggi. Bisogna impedire che il contagio si propaghi».
«Io la comprendo. Non vogliamo mettere a repentaglio la vita di nessuno. La preghiamo solo di darci una possibilità. Solo questo». Escher sentiva mancargli il terreno sotto i piedi. Non riusciva a distogliere gli occhi dal volto della donna. Nella sua testa si affollarono le stesse immagini della sera prima. Sollevò lo sguardo al di sopra della testa di lei e incontrò gli occhi arrossati e umidi della bambina. Li fissò per alcuni istanti, poi si sorprese ad allungare un braccio verso le scale. «Va bene, andate pure. Non vi denuncerò». L’uomo e la donna lo guardarono con riconoscenza e guadagnarono velocemente la rampa. Escher chiuse gli occhi turbato. Che strano! Aveva infranto le leggi, ma non si sentiva un traditore. Quando li riaprì, si ritrovò dinanzi la stessa visione che lo aveva terrorizzato nel Duomo il pomeriggio precedente. Lo spettro avanzava verso di lui, muoveva le labbra sottili, gli era così vicino da sfiorarlo con le lunghe dita evanescenti.  Escher emise un urlo e perse i sensi.

«Si svegli la prego. Non abbiamo tempo. Dobbiamo andar via di qui!». La voce, dall’accento stentato, gli arrivava all’orecchio come un’eco liquida e informe. Sentiva tutte le membra intorpidite, la bocca impastata, la testa stretta in una morsa opprimente.
«Ricorda il suo nome?». L’uomo aprì gli occhi, ma stentava a mettere a fuoco le immagini. Quando ci riuscì, intravide un viso di donna che lo guardava con sollecitudine. Aveva i tratti delicati delle donne orientali, incorniciati da lunghi capelli neri.
«Chi è lei?». L’uomo si guardò intorno, senza riconoscere il luogo. Era una stanza piccola e disadorna. La penombra avvolgeva gran parte delle pareti. Capì di essere disteso su un letto; alla sua destra intravedeva il flebile bagliore di numerose lucine di vari colori. Girò la testa da quel lato e vide una specie di grosso computer con un monitor acceso. Sentì un dolore al braccio sinistro. La donna gli stava sfilando un ago collegato a un tubicino che pendeva da una sacca mezza piena di liquido. Era dunque in un ospedale.
«Cosa mi è successo?», domandò, ma la donna, che a giudicare dal camice bianco doveva essere un medico o un’infermiera, non accennava a rispondergli. Portò una mano alla testa e le dita gli restituirono una sensazione di liscio e di metallico.
«Aspetti un momento», disse lei, mentre gli sfilava dal capo una sorta di casco.
«La prego, mi dica cosa è successo», chiese l’uomo con voce flebile e incerta.
«Ora non c’è tempo. Dobbiamo andare via di qui». La donna gli sfiorò la bocca con un dito per impedirgli di continuare; poi lo aiutò ad alzarsi. Lui l’assecondava frastornato e incapace di opporre un qualsivoglia accenno di volontà. Barcollò sulle gambe malferme. Sentiva i muscoli molli riluttanti ai comandi del suo cervello. Attraversò il corridoio reggendosi alla donna. L’edificio sembrava deserto.  In un attimo furono nell’ascensore e poi nel parcheggio sotterraneo. Lei lo fece entrare in una macchina, poi si sedette al posto di guida e mise in moto, dirigendosi verso la periferia della città.
L’uomo guardò il cielo. Man mano che si allontanavano dal centro abitato, si potevano distinguere più chiaramente le luci delle stelle. Ebbe la sensazione che l’ultima volta che aveva visto un cielo come quello era stato tanto tempo fa, forse in una vita precedente. Per alcuni momenti stette così, seduto immobile a guardare fuori. Poi uno sciame di pensieri si affollò nella sua mente. Spezzoni di immagini incoerenti scorrevano senza nessuna logica. La voce della donna lo riportò alla realtà. Allora si accorse che lei aveva fermato l’auto in una piazzola. Da un lato lo sguardo si perdeva nell’intrico di un folto bosco, dall’altro si estendeva  l’aperta campagna.
«Ricorda chi è, come si chiama? », gli chiese.
A quella domanda lui sentì la testa svuotarsi completamente. Guardò la donna smarrito: «Io sono …». Si bloccò di colpo, come se avesse afferrato dei frammenti troppo dolorosi per essere pronunciati. Aveva l’espressione di colui che è alle prese con uno sforzo disumano.
«Il suo nome è Iacopo Merisi. È un docente di antropologia e appassionato di storia dell’arte. Abita a Milano… Riesce a ricordare?». L’uomo tacque. «Io sono la dottoressa Tanaka. Faccio parte di un’equipe medica dell’Istituto Neuropsichiatrico dove lei è stato di recente ricoverato per problemi di depressione, in seguito alla malattia e alla morte… di sua moglie». Mentre la donna parlava, Iacopo continuava ad annaspare tra le ombre della sua mente.
«Lei è stato sottoposto a un programma sperimentale. A sua insaputa», proseguì asciutta.
«Un esperimento? Che tipo di esperimento?». L’uomo si scosse. Poi si passò una mano sugli occhi. «Non capisco», mormorò confuso. «Sento solo un gran vuoto nella mia testa».
«Non si agiti. Ciò che sto per rivelarle è qualcosa per cui qualcuno è anche disposto a uccidere». Esitò davanti agli occhi sperduti dell’uomo; dietro di essi intuiva tutta la sua ansia repressa.  «Si tratta di un esperimento segreto, il “Progetto Monades”.»
«Progetto ... Monades?», balbettò l’uomo. «Non capisco …»
«Alcuni anni fa l’equipe medica di cui faccio parte aveva elaborato un protocollo sperimentale che serviva a coadiuvare la terapia comportamentale delle persone autistiche. Si trattava di un programma che faceva uso della realtà virtuale e della somministrazione di ansiolitici al fine di incoraggiarle a una maggiore apertura sociale. Innanzitutto si cercava di attenuare il loro senso di angoscia per ogni cambiamento, proponendo loro, in modo controllato e graduale, piccole variazioni simulate della routine giornaliera».
«Continuo a non capire. Cosa ha a che fare tutto questo con me?», balbettò lui.
«Mi lasci continuare.». Respirò a fondo. «Il progetto sperimentale iniziava a dare i primi successi, quando qualcuno dell’equipe cominciò a chiedersi cosa sarebbe successo se il programma fosse stato invertito e usato su soggetti non affetti dalla sindrome autistica. Come avrebbe risposto, cioè, alle variazioni della propria routine un soggetto normale sottoposto a massicce dosi di ansia e di paura? Da questa ipotesi è nato il “Progetto Monades”. Alla persona sottoposta all’esperimento viene somministrata giornalmente una dose graduale di un composto sintetico, il KL51, in grado di agire sugli ormoni corticosteroidi e provocare un continuo stato di angoscia, oltre che la rimozione temporanea dei ricordi. Il soggetto viene contemporaneamente collegato a un computer, che è in grado di effettuare delle connessioni neuronali con un essere umano e di interagire con la sua mente.
«Lei mi sta dicendo che io sono stato collegato a una macchina che è in grado di leggere i miei pensieri?», esclamò l’uomo. L’espressione del suo viso oscillava tra l’incredulità e la collera.
«In un certo senso sì. Il simulatore interattivo ha una specie di scenografia di base, ma poi si sviluppa secondo le sensazioni e la volontà della mente umana ad esso collegata. Attraverso questa interazione, il software costruisce ambienti e situazioni di realtà virtuale ed è in grado di proiettare a video le immagini mentali, in modo tale che si possano analizzare dal di fuori. Le variazioni alla routine elaborata dal soggetto vengono invece apportate dall’esterno, da chi conduce l’esperimento, per studiare le reazioni. Si è visto che, sotto l’effetto del KL51, la percezione degli imprevisti è sempre distorta, cioè ogni elemento estraneo viene vissuto come una minaccia; e soprattutto viene visto come una minaccia qualsiasi individuo che appare diverso o manifesta comportamenti insoliti e, nella gran parte dei casi, viene eliminato dal soggetto».
L’uomo stette a lungo in silenzio, le mani premute contro le tempie. Nel buio della sua mente, un debole chiarore cominciava a rischiarare un’incredibile verità.
«Comincio a capire», mormorò. «I ragazzi che lanciavano i volantini…, l’uomo sulla metro… e anche la bambina ammalata…». La donna annuiva. «…erano solo delle variabili…». Iacopo continuava a scuotere la testa. «È pazzesco», continuò. «Era tutto un’illusione!…». Avvicinò la testa a quella di lei, piantandole contro gli occhi sgranati. «Lei mi sta dicendo che quel mondo da incubo era solo la creazione di una macchina e della vostra mente malata?»
«No. Glielo ripeto. Noi le abbiamo solo iniettato una massiccia dose di KL51. Il resto l’ha fatto tutto da solo, elaborando le sue sensazioni, i suoi desideri …»
«…le mie paure. Quel mondo era soprattutto frutto delle mie paure», continuava a ripetere l’uomo, tenendosi la testa tra le mani. «Era come se mi avessero fatto il lavaggio del cervello! Avevo delegato la mia volontà a un potere assoluto, che avevo creato io!».
«In termini tecnici si chiama “regressione”. L’assunto su cui si basa è semplice: più si racconta la favola dell’uomo nero, più forte il bambino stringe la mano del suo genitore».
«Ma perché? Perché fare un esperimento del genere? A chi può interessare? ». Iacopo non riusciva ancora a capacitarsi di tutta quella assurda storia.
«Non intuisce? L’isolamento e la paura dell’altro, del diverso, sono gli strumenti più potenti di controllo. E di potere, naturalmente. Chi crede che stia finanziando questo progetto? Alcune forze di governo si sono mostrate subito molto interessate all’esperimento».
L’uomo tacque a lungo. Le ombre della sua mente andavano diradandosi e i suoi occhi riprendevano a brillare di una crescente consapevolezza. Alzò la testa e guardò la donna. «Credo di doverla ringraziare. In un certo senso, mi ha salvato. Ha impedito che mi sottomettessi completamente alla mia paura».
«Non mi ringrazi. Io non ho questi meriti». Frugò nella sua borsa e ne trasse fuori un libro; sulla copertina nera biancheggiava l’immagine della Pietà Rondanini. L’uomo sorrise. Era il libro che lui aveva scritto qualche anno prima, ma gli sembrava che fossero passati dei secoli. Rilesse il titolo e le labbra gli si incresparono in una smorfia di sorriso: La visione della pietà. L’apporto dell’arte alla comprensione del dolore. All’interno numerose raffigurazioni di pitture e sculture presenti nelle chiese e nei luoghi d’arte di Milano e provincia. Un capitolo intero era dedicato alla statue, ai mosaici e ai dipinti del Duomo di Milano. Tra le illustrazioni, quella del San Bartolomeo Scorticato di Marco D’Agrate, quella del Cristo morto del Mantegna, e poi Bramante, Dossi, Bellini, Crivelli...
«Io credo che lei si sia salvato da sé, perché ha saputo ritrovare la cultura a cui appartiene, una cultura che sa riconoscere e condividere la sofferenza del proprio simile».
L’uomo aggrottò la fronte assorto. «Arianna... I messaggi nella posta elettronica…».
La donna lasciò cadere le braccia. «Sì, lo confesso. Quelle, diciamo così, “variazioni” sono opera mia. Sono state il mio piccolo esperimento personale».
«Il suo esperimento personale? ». Il tono dell’uomo tradiva insofferenza. «E mi dica, cosa voleva dimostrare? », chiese tra l’ironico e l’amaro.
«Capisco il suo risentimento. Tutta questa faccenda, fin dall’inizio, mi ha suscitato solo ribrezzo. Ma per viltà, o forse solo per ambizione, ho accettato di collaborare al progetto. Poi ho letto i suoi lavori e mi è diventato sempre più difficile vederla così indifeso e vulnerabile. Inviandole quelle immagini, quei frammenti del suo passato ho voluto provare che anche nelle condizioni più difficili, ognuno può riuscire a ritrovare la propria identità e la propria dignità, attingendo a quello che l’umanità ha prodotto per dimostrare di essere tale. È ciò che lei scrive nell’introduzione. Ecco, qui in questo passo». Trovò una pagina sottolineata e lesse: «“La specificità della condizione umana è quella di saper riconoscere il volto che soffre, una capacità che si sublima nell’opera d’arte. Ed è da questa forma di conoscenza che nascono i sentimenti tutti umani della pietà e della comprensione”». Sfogliò rapidamente il libro e si soffermò su un altro passo. «Qui, a proposito del San Bartolomeo, lei scrive: “La relazione empatica implica far propri i vissuti, i punti di vista e le emozioni altrui: è un po’ come gettarsi addosso la pelle di un altro”. Questo mi ha permesso di capirla, di conoscerla… e mi ha spinto a fare questo passo. Ora sono disposta ad assumermi le mie responsabilità».
L’uomo scuoteva la testa china. «Conoscermi? Sono io che non mi riconosco più». Alzò gli occhi cupi. «Ma chi sono io veramente? Forse sono solo un folle paranoico. Che ne pensa, eh?». Si interruppe. «Ho costruito con le mie mani un mondo disumano, fatto di paura, di indifferenza, dove ogni diversità andava eliminata. Altro che comprensione!». Serrava i pugni con l’espressione di uno che proprio non riesce a capacitarsi di qualcosa che ha appena scoperto. «Io … io stavo per denunciare quella famiglia. Ero sul punto di consegnare quella bambina a una sorte orribile!», esclamò con profonda desolazione, portandosi le mani sul viso.
La dottoressa Tanaka gli posò delicatamente una mano sulla spalla. «Ma non l’ha fatto», sussurrò con gentilezza. Stettero così per un po’, poi l’uomo alzò la testa. Sembrava aver ritrovato la calma. Guardò la donna negli occhi e le restituì un mesto sorriso.
«Sa una cosa? », disse, «in quel mondo virtuale avevo cambiato il mio nome con quello di… Escher». Poi le prese una mano e gliela strinse, con espressione grata.
Fuori l’aurora rischiarava il cielo con delicate tinte di rosa e di giallo. Senza parlare, si volsero entrambi a guardarlo, assaporando il piacere di condividere quello spettacolo.
«Che giorno è oggi? », chiese Iacopo.
La dottoressa Tanaka diede un’occhiata al suo orologio da polso. «È domenica venticinque aprile», rispose. La donna vide un lampo guizzare negli occhi grigi dell’uomo. Rimasero a lungo a osservare quelle sfumature delicate, poi finalmente il sole spuntò.

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