mercoledì 16 ottobre 2019

"Non lasciarmi" di Kazuo Ishiguro



Ho apprezzato alcuni elementi del libro: lo sforzo dell’ambientazione, che cerca di darci sempre l’impressione di uno spazio costretto, separato, racchiuso, invalicabile oltre che desolato, facendo spesso ricorso a immagini di siepi, reticolati, steccati, paludi, campi incolti e fangosi di contro un cielo grigio ma immenso. L’autore si lascia però sfuggire l’occasione di far decollare la metafora spaziale, per esempio perdendosi in dialoghi di un minimalismo snervante in occasione della visita alla barca arenata nella palude, che invece era suscettibile di uno sviluppo meraviglioso. Va a segno invece il progressivo scadere e farsi sempre più desolato del paesaggio in cui è ambientata via via la storia, a mano a mano che si fa luce nei protagonisti e nel lettore la consapevolezza della verità: dal ridente e verdeggiante (seppure con i suoi angoli ambigui e i boschi lontani e inquietanti) di Hailsham, alla fredda e fangosa campagna che circonda i cadenti Cottages, fino alla desolazione di Kingsfield.


Siamo abituati alle costruzioni di distopie fantascientifiche, in cui si realizza la graduale presa di coscienza di una realtà separata, cioè la rivelazione sia ai personaggi che al lettore che la realtà che fino ad allora si riteneva tale, in realtà è solo una costruzione più o meno virtuale e artificiosa, e quasi sempre orribile. Ciò che manca in questo romanzo è il minimo afflato a rompere lo schermo, a liberarsi dalla costrizione disumana di un sistema tirannico e ipertecnologico, anzi manca proprio la percezione di un sistema con queste caratteristiche. Manca la percezione delle proprie catene e dei propri carcerieri, che sono del tutto assenti.

Il vero orrore di questo romanzo è l’assenza di orrore. Si viene a scoprire piano piano la verità, strato dopo strato, anche attraverso un impiego un po’ confuso di flashback, ma senza mai un vero colpo di scena, e anche il lettore, pagina dopo pagina, è come se si impaludasse in un’accettazione passiva di quel sistema di valori che nessuno accenna a contestare. L’orrore emerge in una veste agghiacciante e totalmente asettica di normalità. Ma neanche i protagonisti cloni fanno eccezione. Kathy è di una disumanità disarmante e a volte irritante. Una che percorre tutti i giorni miglia su miglia, che ha letto tanti libri, il meglio della letteratura mondiale, e non prova minimamente il desiderio di ribellarsi e fuggire. Assoluta mancanza di desiderio, che sia di cambiamento o di libertà, in pratica assoluta disumanità. Come potrebbe infatti una persona umana fare l’assistente per tanto tempo, a contatto con un orrore come quello, accettandolo passivamente, senza metterlo minimamente in discussione? Questo l’ho trovato più disumano del sistema che ha generato quegli orrori. Molto lontano dalle distopie con speranza di riscatto di 1984 o di Fahrenheit 451. E credo che lo scopo dell’autore è proprio questo: dimostrare che non c’è scampo. Ognuno accetta il proprio destino di carne da macello senza obiettare, senza un minimo accenno di ribellione.

A mio avviso l’autore ha anche mancato un altro obiettivo. Se questi “studenti” sono solo pezzi di ricambio, avrebbe dovuto sottolineare maggiormente la loro fisicità, il loro essere corpi, e invece questo elemento è quasi del tutto assente, manca qualsiasi descrizione fisica, preferendo l’autore indugiare su una psicologia spicciola di sensazioni interiori. Un libro che sicuramente lascia il segno, o quanto meno un senso di gelido e di vuoto.

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