venerdì 21 febbraio 2020

Vista con gli occhi di un uomo. Alcuni stereotipi di genere nell’arte dal Rinascimento al Novecento


Jean-Auguste-Dominique Ingres, La Grande Odalisca, 1814, Louvre.

Vista con gli occhi di un uomo. Alcuni stereotipi di genere nell’arte dal Rinascimento al Novecento

INDICE DELL'INTERO PERCORSO
Introduzione
I - Passivo oggetto dello sguardo
      - Il sonno
      - Il bagno
      - La toilette e lo specchio
      - Il serraglio
      - L'estasi mistica
      - La violenza
II - Angelo del focolare
      - Maternità
      - Donne che uccidono gli uomini
      - Lo sguardo del Surrealismo sulla donna
      - La figura femminile nella pittura di Magritte
      - Le donne di Man Ray
      - Il corpo feticcio. La poupée di Hans Bellmer

Introduzione

Nel 1985, durante il vernissage di una mostra al MoMA, New York si ritrovò tappezzata di manifesti gialli, con l’immagine del corpo nudo della Grande Odalisca di Ingres con una maschera da gorilla sul viso e accanto la frase: "Le donne devono essere nude per entrare nei musei d'arte? Meno del 5% degli artisti del Metropolitan Museum di New York sono donne, ma l'85% dei nudi sono femminili”. Infatti la mostra metteva insieme le opere dei migliori artisti internazionali, 169 in tutto, dei quali solo 13 erano donne.
Era così nato il movimento di femministe delle Guerrilla Girls, che si batte contro le discriminazioni di genere nel campo delle arti e della cultura popolare. Sono le “cattive ragazze dell’arte” che irrompono ormai da trent’anni nei musei con la maschera da gorilla per protestare contro la quasi assenza di donne artiste nelle gallerie e nei musei degli Stati Uniti. Nascondono la loro identità dietro alla maschera da gorilla per rimanere anonime, affinché l’attenzione di chi ascolta il loro messaggio non venga distolta dall’aspetto fisico.

venerdì 7 febbraio 2020

I MOSTRI DEL MEDIOEVO


ORIGINE DEI BESTIARI FANTASTICI MEDIEVALI
La rappresentazione di creature fantastiche zoomorfe, immaginarie e mostruose, è un tema molto comune nell’arte, ma nel Medioevo fu particolarmente presente, costituendo un motivo costante all’interno e all’esterno delle cattedrali, nei mosaici, nei bestiari, nelle miniature e nelle cosmografie di tutti i paesi d’Europa.
Una così ricca varietà iconografica non può certamente nascere dal nulla, ma attinge a una lunga tradizione secolare che ne ha lentamente definito le caratteristiche, radicandosi in tutti gli strati della popolazione.

sabato 4 gennaio 2020

Fotografie come relique. L’estetica della morte nella "Morgue" di Andres Serrano

Andres Serrano, Infectious Pneumonia

Malgrado l’istintiva reazione di repulsione suscitata, la morte è sempre stata un tema frequentato dall’arte occidentale, sia come figura allegorica (rappresentata dall’essere scheletrico dotato o meno di lunga falce o dal teschio come simbolo di memento mori) sia come evento del corpo, mostrato nel suo stato di cadavere (A questo link è possibile un excursus molto veloce sulla rappresentazione della morte nell’arte, intesa nella seconda accezione: https://www.spettakolo.it/2016/03/28/la-morte-nellarte-astenersi-impressionabili/). Dopotutto l’arte sacra cristiana trova gran parte della sua espressione nella raffigurazione del corpo di Cristo, morto sulla croce o deposto sulle ginocchia della madre, e di quello dei santi martiri, sottoposti a orribili supplizi.
Con il tema della morte, d’altra parte, prende familiarità fin dalla sua nascita anche la fotografia, sia come messa in scena (un esempio è l’immagine del finto annegamento di Bayard), sia come cattura dell’estrema sembianza prima della perdita definitiva, nelle fotografie post mortem.
Nelle fotografie di morte, il corpo si mostra come tale, non più come apparenza, come involucro e maschera esteriore di un’interiorità celata. Di fronte al cadavere, la fotografia mette alla prova la sua funzione. Non si tratta di congelare un istante decisivo, perché qui la fotografia ferma ciò che è già fermo, anche se il cadavere resta un’entità ancora sottoposta al tempo, che continua ad agire sulla carne, trasformandola radicalmente.

mercoledì 1 gennaio 2020

John Coplans. Frammenti di un corpo senza volto

John Coplans, HandsHolding Feet, 1985

John Coplans, critico d’arte e curatore, fondatore della rivista Artforum, passati i sessant’anni, impugna la macchina fotografica e rivolge l’obiettivo verso un medesimo soggetto: il proprio corpo. Ma lo fa non nel modo tradizionale dell’autoritratto; ogni fotografia, infatti, cattura parti del corpo isolate e ritagliate, frammentate e ingigantite, ricche di particolari lontani da ogni estetica accademica (peli, calli, vene varicose, segni della pelle). Per oltre 20 anni esegue questi ‘autoritratti’, come l’autore li definisce, formati da immagini di dettagli del corpo nudo, esposte in dimensioni monumentali, spesso accostate a formare dittici e pannelli compositi.
Body of Work è il titolo del suo primo libro d’artista. Utilizzando il suo corpo invecchiato come oggetto, l’autore ci invita a vivere un'esperienza paradossale, nello stesso tempo autobiografica e impersonale. In altre parole, l'esperienza proposta dalle opere di Coplans è costruita sia a livello intimo, in quanto presenta immagini del suo corpo nudo, sia a un livello che astrae dalla dimensione individuale per mostrare forme pure e assolute. Régis Durand sottolinea questa peculiarità delle fotografie di Coplans, cioè la loro capacità di sfuggire al carattere personale dell'autoritratto, per trasformarsi in qualcosa di universale.

domenica 29 dicembre 2019

L'iconografia della Madonna del Latte



La rappresentazione della Virgo Lactis (o Maria lactans), cioè della Madonna che allatta, è una delle più antiche dell’arte sacra cristiana e risale ai primi secoli (alcune raffigurazioni sono state rinvenute nelle catacombe romane, forse con richiami all’antica iconografia egizia della dea Iside in trono che allatta Horus).
Una delle prime testimonianze iconiche del culto mariano, d’altra parte, sarebbero alcune statuette votive rinvenute nella località di Abu Mena, a sud di Alessandria d’Egitto, risalenti al IV o V secolo d.C., che rappresentano Maria con il seno prominente e il ventre gonfio, a testimonianza del fatto che le donne in gravidanza hanno sempre visto nella Madonna la protettrice del parto e della fertilità. In tal senso, il culto mariano si inseriva perfettamente in quel panorama di divinità femminili, legate alla sfera della riproduzione e della fertilità, le cui origini si perdono nelle profondità dei tempi.

venerdì 27 dicembre 2019

Robert Mapplethorpe. Trasgressione e classicità

Robert Mapplethorpe, Derrick Cross, 1985

“L’eros domina il mondo e le fotografie di Robert Mapplethorpe ne glorificano la potenza e la moltiplicazione; solo non lo identificano nel predominio di un unico e univoco sesso, maschile o femminile, ma lo esaltano per la pluralità delle sue espressioni, per il suo muoversi irregolare e diverso, per il disordine che esso crea nell’identità degli individui”.
Così si apre il capitolo che Germano Celant dedica a Mapplethorpe nel suo libro Fotografia maledetta e non e che cerca di mettere in luce come l’opera del fotografo americano, plasmata intorno allo studio del corpo nudo,  si caratterizzi proprio per l’ equilibrio che riesce ad ottenere tra l’espressione di una potente e inarrestabile pulsione erotica da una parte e il rigore e l’armonia di una forma estetica attinti alla scultura classica e rinascimentale dall’altra. Mapplethorpe celebra il corpo umano, l’energia sessuale che lo anima, ma contenendolo nei contorni di linee e volumi ben definiti. Nelle immagini, i modelli cessano di essere individui e si trasformano in statue. Lo stesso artista, d’altra parte, ipotizzava che, se fosse nato in un'epoca precedente, avrebbe potuto essere uno scultore piuttosto che un fotografo. Nella sua produzione, egli tende a sottolineare la potente presenza fisica e le proporzioni perfette dei suoi modelli con un'attenzione ossessiva ai dettagli, alla precisione delle loro pose statuarie, alla raffinatezza tecnica dell'illuminazione. Nella fotografia di Mapplethorpe sono presenti una certa tattilità e un’illusione di fisicità che la rendono scultorea, come se si potesse allungare il braccio e muovere la mano sui corpi ritratti. Anzi, dirà l’artista che la fotografia è solo il modo perfetto di fare una scultura.

martedì 24 dicembre 2019

Corpi da indossare. La figura della donna nelle fotografie di Helmut Newton

Helmuth Newton, Sie kommen, 1981.

Helmut Newton ha costruito la sua carriera come fotografo di moda, ma le sue immagini durano nel tempo ben oltre ogni moda che hanno illustrato. Le sue fotografie, infatti, hanno già dagli anni Settanta valicato il confine delle riviste di settore per trovare posto all’interno di libri fotografici, gallerie ed esposizioni museali (sulla permeabilità tra fotografia artistica e moda cfr. il saggio di Claudio Marra https://zmj.unibo.it/article/view/9460/9502).
Molta parte della sua produzione si fonda sulla dialettica corpo vestito – corpo nudo, e questo potrebbe apparire paradossale, visto che materia prima della moda sono gli indumenti, mentre il nudo è dato dalla loro assenza. Il rapporto tra moda e nudo, tuttavia, parte da lontano, almeno dagli anni Trenta, quando la nudità filtrata dall’occhio del fotografo di moda rappresentava il soggetto da cui partire. Negli anni Sessanta, in alcune riviste come Vogue ed Harper’s Bazaar, il nudo è definitivamente sdoganato; tale fotografia condivide con quella artistica l’interesse verso un corpo che incarna i canoni estetici dell’epoca. Nella produzione di Newton, a partire dalla metà degli anni Settanta, è possibile ammirare una  nudità sempre più esplicita e audace. La critica considera, generalmente, la figura femminile che emerge dalle sue fotografie non più come quella della donna remissiva e sottomessa all’uomo o del manichino da rivestire, ma come amazzone e dominatrice, provocatrice e conscia del suo potenziale di sensualità e seduzione.

mercoledì 18 dicembre 2019

La Madonna con il bastone (e anche con il manganello)



Si sa che la Madonna è persona molto buona e misericordiosa, ma non fatela arrabbiare, perché può anche menare di Santa (è il caso di dirlo) ragione. E infatti, in una certa iconografia, la troviamo mentre brandisce un bastone, con il quale percuote il suo nemico storico, il diavolo, che insidia una bambina (o un bambino).
Questo lato battagliero della Vergine Maria riscatta un po’ l’immagine remissiva della donna che si è sedimentata nei secoli. Ma, come tutte le iconografie, ha i suoi lati contraddittori.
La Madonna che brandisce il bastone è la classica rappresentazione di un appellativo di Maria, quello di Madonna del Soccorso (Succurre Miseris). Il culto ebbe inizio a Palermo nel 1306, fondato da alcuni monaci agostiniani e ben presto si diffuse in Calabria (a Lamezia Terme in particolare) e Sicilia. Il centro di maggior devozione è però San Severo di Puglia, ma qui la Madonna del Soccorso ha un aspetto diverso: è una Madonna nera, fatta di legno e riccamente agghindata, e nelle mani regge un mazzetto di spighe e un rametto d’ulivo. Niente bastoni.
Centri di culto sono presenti anche in Campania e nell’Italia Centrale. Soprattutto da queste zone provengono le rappresentazioni che compongono il collage. Il fatto che i loro autori siano perlopiù personalità minori della storia dell’arte, fa presupporre che questo culto appartenga a una tradizione popolare.