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lunedì 21 agosto 2023

The Claude mirror



Lo specchio di Claude, un dispositivo per la visualizzazione del paesaggio, è uno strumento ottico pre-fotografico ampiamente utilizzato nei secoli XVIII e XIX. La sua popolarità è strettamente legata all'ascesa del movimento pittoresco. Tale movimento fu al centro della scoperta del paesaggio britannico a metà del diciottesimo secolo. L'instabilità politica di questo periodo rendeva difficile viaggiare in Europa, così il turista, che altrimenti avrebbe intrapreso il Grand Tour, rivolse la sua attenzione verso la Gran Bretagna, nella speranza che le aree relativamente inesplorate del paese regalassero esperienze estetiche simili a quelle che avrebbero trovato nel continente.

domenica 31 maggio 2020

Mac Adams e i 'crimini' della percezione



Il lavoro di Mac Adams si innesta nella corrente concettuale degli anni Settanta, in particolare nella Narrative Art, che ha come fondamento il concetto di finzione e di narrazione. Ma, a differenza di molti artisti di quel movimento, che spesso associano immagine e testo, Mac Adams affida solo alla fotografia lo sviluppo delle sue storie.
L’artista di origini gallese e trapiantato negli Stati Uniti crea scene vere e proprie, con attori e un'ambientazione che ricorda spesso quella del cinema noir e dei romanzi polizieschi. “Non è forse vero che ogni punto delle nostre città è il luogo di un delitto?”, scriveva Walter Benjamin nella sua Piccola storia della fotografia. Le installazioni e fotografie di Mac Adams sembrano far propria questa affermazione; infatti sono tali da creare nello spettatore la percezione di star guardando la scena di un crimine.

martedì 24 dicembre 2019

Corpi da indossare. La figura della donna nelle fotografie di Helmut Newton

Helmuth Newton, Sie kommen, 1981.

Helmut Newton ha costruito la sua carriera come fotografo di moda, ma le sue immagini durano nel tempo ben oltre ogni moda che hanno illustrato. Le sue fotografie, infatti, hanno già dagli anni Settanta valicato il confine delle riviste di settore per trovare posto all’interno di libri fotografici, gallerie ed esposizioni museali (sulla permeabilità tra fotografia artistica e moda cfr. il saggio di Claudio Marra https://zmj.unibo.it/article/view/9460/9502).
Molta parte della sua produzione si fonda sulla dialettica corpo vestito – corpo nudo, e questo potrebbe apparire paradossale, visto che materia prima della moda sono gli indumenti, mentre il nudo è dato dalla loro assenza. Il rapporto tra moda e nudo, tuttavia, parte da lontano, almeno dagli anni Trenta, quando la nudità filtrata dall’occhio del fotografo di moda rappresentava il soggetto da cui partire. Negli anni Sessanta, in alcune riviste come Vogue ed Harper’s Bazaar, il nudo è definitivamente sdoganato; tale fotografia condivide con quella artistica l’interesse verso un corpo che incarna i canoni estetici dell’epoca. Nella produzione di Newton, a partire dalla metà degli anni Settanta, è possibile ammirare una  nudità sempre più esplicita e audace. La critica considera, generalmente, la figura femminile che emerge dalle sue fotografie non più come quella della donna remissiva e sottomessa all’uomo o del manichino da rivestire, ma come amazzone e dominatrice, provocatrice e conscia del suo potenziale di sensualità e seduzione.

domenica 1 dicembre 2019

La fotografia è una relazione

Lee Friedlander, New York City, 1966.

Ebbene sì, ho un debole per questo tipo di fotografie, quelle dove compaiono specchi, ombre, pezzi di corpo del fotografo, soggetti che guardano in macchina.
Insomma, tutte quelle fotografie che mettono in scena qualcosa che fa parte della natura stessa di questo medium: il suo essere, cioè, prima di tutto non un oggetto, ma una 'relazione'.
Pittura, scultura, letteratura possono nascere nel chiuso di una stanza. Parole, pennellate e colpi di scalpello scaturiscono dalle mani dell'autore, che segue il flusso dei suoi pensieri, della sua ispirazione, del suo tempo interiore.
La fotografia no.
La fotografia non è come Atena, che viene fuori tutta intera dalla testa del padre Giove.
Il fotografo sa bene che deve, per agire in quanto tale, costruire un rapporto. Con la macchina, prima di tutto, con la quale condivide l'atto creativo e che possiede un suo sapere e una sua 'personalità'. Con il mondo, poi, perché prima di fotografare idee, ciò che si inquadra, ciò di cui si preleva il riverbero luminoso, sono le cose che esistono intorno a noi. Ed esistono indipendentemente da noi che le guardiamo.

giovedì 17 ottobre 2019

Donne davanti a uno specchio



Esistono centinaia, probabilmente migliaia, di rappresentazioni in cui l'immagine della donna viene sdoppiata in due da uno specchio. Al confronto, il numero di analoghe rappresentazioni maschili è insignificante. L'immaginario figurativo, dunque, ha configurato nei secoli l'identità femminile come doppio, come territorio interpretativo problematico e sfuggente.

Il rapporto della donna con lo specchio si perde nella notte dei tempi. Forse non tutti sanno che il simbolo del femminile, cioè ♀, è la rappresentazione stilizzata della mano della dea Venere che sorregge uno specchio (mentre quello maschile, convenzionalmente rappresentato con il simbolo ♂, è la raffigurazione stilizzata dello scudo e della lancia del dio Marte).
Lo specchio è un oggetto estremamente ambivalente, che si è storicamente prestato ad essere associato a varie attività e situazioni umane, le più disparate: la conoscenza, la magia, il vizio, l’eros, l’introspezione (l’identità e il rapporto con se stessi),  ecc.
I dipinti raffiguranti donne davanti a uno specchio sono migliaia. E’ lecito affermare che si tratti di uno stereotipo iconografico di genere, dato che il numero di  rappresentazioni di soggetti maschili ritratti in relazione con uno specchio è davvero insignificante se paragonato a quello che caratterizza le rappresentazioni femminili.
In genere il soggetto femminile viene mostrato in un interno, di schiena o di profilo, seduto o in piedi.
Queste raffigurazioni abbracciano le epoche e gli stili più vari, e dunque veicolano anche messaggi estetici, culturali e sociali diversi.

sabato 28 settembre 2019

Gli specchi di Duane Michals

Duane Michals, Alice's Mirror , 1974.

Questa sequenza si intitola Alice's mirror ed è di Duane Michals. Come già in Things are queer, anche qui l'obiettivo di Michals è di dimostrare un assunto di base della sua posizione filosofica: la fotografia non riesce a cogliere la realtà. Per assolvere l'obiettivo è consapevole che non basta una sola immagine; occorre una serie ordinata. E anche in questa sequenza, come nell'altra citata, il racconto esprime non un accadere lineare ma uno sguardo che si distanzia, e man mano che si allontana rivela la fallacia della percezione dell'immagine precedente.
Così si sviluppano entrambi questi lavori di Michals: ogni frame della serie nega e riconfigura quello precedente. L'immagine si definisce in quanto rigetta se stessa, abolendo i propri confini e trasformandosi in pensiero.

lunedì 23 settembre 2019

Autoritratti allo specchio. Uno strano rapporto a tre


L'autoritratto allo specchio è un'azione che si sviluppa dalla relazione fra tre soggetti: l'uomo, la macchina fotografica e lo specchio.

Gli autoritratti fotografici allo specchio si possono dividere in tre gruppi.
Il primo comprende quelle fotografie in cui è visibile il soggetto con la macchina, ma non la cornice dello specchio. Si tratta, pertanto, di immagini un po' ambigue. E' lo spettatore che deduce la presenza dello specchio, sebbene la sua superficie costituisca il contenuto dell'immagine. In questo tipo di fotografie, nonostante la presenza della fotocamera che svela l'atto di produzione, predomina l'espressione identitaria del soggetto. L'inquadratura è troppo ristretta, per cui non si percepisce alcuna frattura spaziale.

giovedì 13 settembre 2018

Teatro di specchi. "Las Meninas" di Velasquez

Diego Velázquez, Las Meninas, 1656, olio su tela, cm 318 X 276. Madrid, Museo del Prado.

Il Seicento è il secolo del teatro, della maschera, dell’idea che le apparenze dissimulano la verità delle cose: in arte si moltiplicano gli specchi, i trompe-l’oeil, le illusioni prospettiche, le costruzioni en abyme.
In questo contesto prende vita uno dei dipinti più studiati di tutti i tempi, Las Meninas di Velázquez, uno dei massimi vertici dell’arte occidentale.
Innanzitutto ci troviamo nell’atelier del pittore, collocato presso il palazzo del sovrano di Spagna, e “las meninas” sono le damigelle d’onore; infatti sulla tela compare in primo piano l’Infanta di Spagna circondata dalle sue dame di compagnia. A destra ci sono inoltre due nani di corte, un cane e altri personaggi; a sinistra, davanti a una grande tela di cui noi vediamo solo il retro, troviamo autoritratto lo stesso Velasquez che sta dipingendo, mentre in fondo, nel punto di fuga dell’opera, c’è un altro Velasquez, un maresciallo di palazzo omonimo del pittore che ha aperto la porta e scostato la tenda e attende guardando dalla nostra parte.

lunedì 10 settembre 2018

Assorbimento e teatralità. I Light box di Jeff Wall

Jeff Wall, Picture for Women (1979)

La fotografia di Jeff Wall si dedica principalmente alla rappresentazione del reale e del quotidiano attraverso la loro analisi, ricostruzione e ricomposizione. Lo sguardo dell’autore non si limita a far da testimone alle esperienze ordinarie, ma se ne distanzia per passare alla riflessione, analisi e interpretazione del fatto. L’evento è pertanto riallestito e rappresentato, come un’immobile scena teatrale o come il fotogramma di un film.
Mutuando il tipo di “esposizione” dell’immagine dalla cartellonistica pubblicitaria, Wall presenta le sue fotografie come grandi stampe montate in lightbox retroilluminati. La grande dimensione e la scala a grandezza naturale consentono allo spettatore di entrare in relazione corporea con l’immagine, coinvolgendolo attraverso la presentazione e la messa in scena di una realtà.

martedì 10 aprile 2018

Specchi di cielo

Anish Kapoor, Cloud Gate, Chicago, 2004, Acciaio inossidabile.

Abbiamo già incontrato gli specchi convessi, superfici capaci di rimandare immagini deformate e sorprendenti e in grado di riflettere come una lente grandangolare, cioè rimandando una porzione di spazio molto più ampia rispetto a uno specchio piano.
Questo enorme specchio curvo di forma ellittica, chiamato Cloud Gate, è opera dello scultore e architetto britannico di origini indiane Anish Kapoor e si trova al centro della AT&T Plaza nel Millennium Park a Chicago. E' stato costruito fra il 2004 e il 2006 ed è soprannominato "The Bean" per la sua forma a fagiolo. Composto di 168 piastre di acciaio inox saldate insieme, il suo esterno è completamente lucido e non presenta tracce di cuciture di alcun genere. Il disegno è stato ispirato dal mercurio liquido. La superficie riflette distorcendo lo skyline della città tutto intorno, gli spettatori sono liberi di ammirarla anche passandoci sotto visto che l’altezza dell'arco, sotto cui si trova l'<omphalos> (ombelico), è di 3,7 metri. L'omphalos è una "dimensione raggrinzita di spazio fluido", una camera concava che curva e moltiplica i riflessi. Lì sotto i turisti amano scattare le loro sorprendenti fotografie.
Quest’opera è stata scelta durante un concorso di progettazione. Inizialmente ci si preoccupò molto a proposito delle tecnologie che si potevano usare per la saldatura e anche dopo nacquero ulteriori perplessità riguardo la manutenzione o la tenuta della struttura al variare delle stagioni e delle temperature. Graffiti, escrementi di uccelli e le impronte digitali erano tra i potenziali problemi da affrontare.
Nonostante le iniziali perplessità, l’opera è stata costruita. Inaugurata ufficialmente il 15 maggio 2006, in poco tempo è divenuta un importante monumento di arte pubblica ed è oramai un simbolo della città. Kapoor ha fatto sapere che la sua opera dovrebbe durare intorno ai mille anni.
L'artista aveva cominciato a lavorare con le superfici riflettenti negli anni novanta, usando soprattutto specchi convessi che deformano l'immagine, arrivando addirittura ad annullarla. Quest'opera racchiude molti dei suoi temi principali di ricerca, in particolare quelli legati alla destrutturazione dello spazio empirico, per avventurarsi nelle varie possibilità dello spazio astratto.
I giudizi intorno al Cloud Gate oscillano tra il riconoscimento di una monumentale attrazione per turisti e la celebrazione di una forma di arte astratta. Di fatto, gli effetti percettivi sono sorprendenti. Come è stato dichiarato, "quando la luce è quella giusta, non si riesce a capire dove finisca la scultura e dove inizi il cielo". La scultura sfida la percezione distorcendo e deformando le architetture che vi stanno attorno, mentre la forma curva e perfetta, priva di saldature, dà l'impressione di un solido che, sotto l'effetto della luce, si trasforma in un oggetto fluido. La scultura distorce inoltre la percezione del tempo del visitatore in quanto altera la velocità di movimento.
Secondo l'artista, che nel 1979 aveva fatto un viaggio in India, l'opera realizza un nuovo livello della realtà, una sorta di transustanziazione della materia, in quanto oggetto che emerge da forme materiali per diventare immateriale.
Di sicuro, essendo a cielo aperto, è un oggetto capace di offrire spettacoli mutevoli e straordinari al variare della luce e delle stagioni, un fantasmagorico parco dei divertimenti aperto a tutti, adeguato al bisogno voyeuristico e ludico dei nostri tempi. E infatti è tra le architetture più fotografate degli ultimi anni.


domenica 17 dicembre 2017

LO SPECCHIO NELL’ARTE – TRA VANITAS E PRUDENTIA


Pochi oggetti racchiudono una così grande moltitudine di significati simbolici come lo specchio. Nel corso della storia esso è stato rappresentato come allegoria della vanità e della superbia; come simbolo di prudenza e di conoscenza oppure di inganno; come il luogo in cui si forma l’io e la coscienza di sé e contemporaneamente avviene lo sdoppiamento tra il soggetto reale e la sua immagine ideale o il suo doppio diabolico; come una porta di passaggio tra il mondo della realtà e un mondo immaginario.
L’utilizzo dello specchio nelle arti visive ha permesso la contrapposizione tra l’occhio e lo sguardo, tra il vedere e il comprendere, tra l’esteriorità e l’interiorità. Esso inoltre ha consentito di dilatare lo spazio svelando ciò che non si vede e non è presente nel campo figurativo rappresentato, ma diventa visibile allo spettatore solo tramite il riflesso dello specchio.

Donne allo specchio

Christoffer Wilhelm Eckersberg, Woman standing in front of a mirror, 1841.

Il rapporto della donna con lo specchio si perde nella notte dei tempi. Forse non tutti sanno che il simbolo del femminile, cioè ♀, è la rappresentazione stilizzata della mano della dea Venere che sorregge uno specchio (mentre quello maschile, convenzionalmente rappresentato con il simbolo ♂, è la raffigurazione stilizzata dello scudo e della lancia del dio Marte).
I dipinti raffiguranti donne davanti a uno specchio sono tantissime, decine e decine. Abbracciano le epoche e gli stili più vari, e dunque veicolano anche messaggi estetici, culturali e sociali diversi.
Molti di essi sono dotati di indubbio fascino, ma di certo l'ingente mole di queste rappresentazioni, soprattutto a partire dall'Ottocento, fa nascere la domanda sul perché questo soggetto sia stato per secoli e continua ad essere così tanto raffigurato. Nelle epoche passate la significazione allegorica legata allo specchio era senza dubbio prevalente. Dalla fine del Settecento in poi, però, assistiamo a un cambiamento radicale. Nel frattempo molte cose sono mutate. E' l'epoca dell'ascesa della classe borghese, che rivendica l'importanza di una dimensione privata distinta da quella pubblica dell'esistenza, e la centralità fisica e morale dell' individualità. La casa borghese, in quanto "regno" della sfera privata, acquista un valore quasi sacro di regno inviolabile della famiglia e dell'individuo. Per quanto riguarda gli oggetti di uso quotidiano, inoltre, i progressi della tecnologia hanno mutato radicalmente l'aspetto delle case borghesi. Lo specchio, in particolare, prodotto su più larga scala, è diventato un oggetto accessibile a una parte più ampia della popolazione, grazie al prezzo più contenuto rispetto al passato. Nell'Ottocento si diffonde in quasi tutte le case, per cui il guardarsi allo specchio diventa un gesto usuale, quotidiano, espressione di quella intimità privata che avviene dentro l'ambiente domestico.
Ma cosa vediamo realmente davanti a queste opere di donne allo specchio? Potremmo dire che ciò a cui assistiamo spesso in questo tipo di rappresentazioni è solo l'atmosfera raccolta e appartata di una donna sola con se stessa, nell'atto di riappropriarsi della propria intimità, strappandola allo sguardo indiscreto del mondo, nello stesso momento in cui a quello sguardo viene esposta impudicamente. Infatti, di contro, possiamo anche obiettare che ciò che si vede è il processo di trasformazione della donna in immagine, "perseguitata" fin nella sua più profonda intimità ed esposta al voyeurismo maschile e contemporaneamente alla sua pruderie. E probabilmente questi due aspetti sono entrambi inscindibili da ogni discorso sull'argomento.

Tra tutti i dipinti di cui si diceva, ho scelto questa Donna allo specchio del pittore danese Christoffer Wilhekm Eckersberg, oggi conservato alla Hirschprung Collection di Copenhagen.
La filosofia estetica di Eckersberg tendeva ad unire la classicità con l'attenzione alla realtà e alla natura, principio a cui si attiene in tutti i suoi dipinti, compreso questo, nel quale il nudo di donna esce fuori dal mondo sublime e lontano delle pitture storico-mitologiche e assume atteggiamenti più reali e quotidiani. In questa rappresentazione non c'è nessuna traccia di affettazione, nessun mascheramento nei personaggi dei miti e delle leggende della classicità o dell'iconografia religiosa. C'è solo una giovane donna, intenta ad acconciarsi i capelli alla moda del tempo, colta in un momento di intimità, ignara di essere vista, quasi spiata di nascosto, sorpresa in un momento di quotidiana vita domestica, nella stanza di una casa borghese. Nonostante impegnata in un atto del tutto ordinario, la figura rivela una grazia straordinaria, accentuata dalla posizione del braccio destro che nasconde la parte inferiore del suo viso. Questo non toglie nulla alla sua bellezza, anzi l'accresce, isolando ed enfatizzando la dolcezza degli occhi. La luce fredda del nord fa il resto, donando al quadro quella luminosità che contribuisce al suo tono di composta sobrietà. Come si è lontani da certe rappresentazioni di nudo ostentato e frivolo. In questa serena e silenziosa intimità domestica sta tutto il fascino del dipinto, capace di restituire, libera da ogni sovrastruttura, un’immagine femminile di pura e nuda bellezza.

A questi link si possono ammirare decine di rappresentazioni di donne allo specchio. Il secondo rimanda al primo di sei video, riguardanti questo tema

https://bjws.blogspot.it/2011/02/preparing-to-meet-morning-at-mirror.html


Lo scudo di Perseo

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Scudo con testa di Medusa,1597 circa, Galleria degli Uffizi di Firenze.

Nei tanti post dedicati allo specchio abbiamo visto i vari significati estetici o metaforici che quet'oggetto assume in varie espressioni d'arte. Lungo i secoli, allo specchio è stato attribuito il significato allegorico della Vanitas, della Prudentia, della Verità; poi abbiamo visto specchi che riflettono, che duplicano, che deformano, che sconfinano, che mentono, che predicono il futuro, che rimangono muti. Specchi davanti ai quali ci interroghiamo sul senso della vita e su chi siamo. Di sicuro ci è rimasta l'impressione di un oggetto ambiguo ed enigmatico.
La nostra cultura è sovraffollata di specchi, perché viviamo nell'epoca del narcisismo. Camminiamo in città che riflettono o catturano continuamente la nostra immagine, per non parlare della nuova moda dei selfie, senza dubbio anch'essi una forma di specchiamento.
Il rischio che si corre è che nello specchio non vediamo più noi stessi, ma il modello vincente a cui tendiamo a somigliare. Il nostro io è sempre più fuori di noi e il rapporto con noi stessi è sempre più problematico. Ma lasciamo questi temi agli esperti.
Da parte mia desidero parlarvi del mio specchio preferito, o meglio della sua metafora.
Nel mito di Perseo, l'eroe raggiunge il giardino delle Esperidi per uccidere la Gorgone Medusa, il cui sguardo ha il potere di impietrire chi lo guarda. Perseo riesce a decapitare Medusa guardandola riflessa in uno scudo lucente e finemente istoriato, che gli era stato donato da Atena. Dal collo reciso della Gorgone spunta fuori Pegaso, il cavallo alato.
Lo sguardo diretto di Medusa è mortale. L'orrore non può essere guardato in faccia, ma deve essere mediato da uno specchio che lo riflette. Questo mito ha sempre esercitato su di me un grande fascino. Ho sempre visto in quello scudo tutto il complesso di simboli che l'uomo ha elaborato nei secoli per interpretare la realtà, perché solo attraverso di essi riusciamo a guardarla senza impietrire dall'orrore.
Cos'è infatti un simbolo? Un simbolo è un segno concreto che evoca l’invisibile, cioè qualcosa che è al di là di se stesso. Sono i simboli che stabiliscono un rapporto tra mondo visibile e mondo invisibile, tra il mondo degli oggetti e il mondo dei significati. Esso può essere costituito da parole, immagini, suoni.
Poesia, Letteratura, Pittura, Scultura, Musica, Cinema, Fotografia, non sono altro che universi di simboli che fungono da specchio per guardare la crudezza del mondo, senza rimanere pietrificati da quella visione. Solo in questo modo riusciamo a reggerne lo sguardo, proprio come, nel rito di iniziazione al culto dionisiaco, il novizio poteva scorgere la terribile maschera del Sileno soltanto riflessa in uno specchio d'acqua.


sabato 16 dicembre 2017

La porta di un altro mondo

Maurits Cornelis Escher, Mano con sfera riflettente (Autoritratto allo specchio sferico), 1935.

L’autore di quest’opera del 1935 è l'olandese Maurits Cornelis Escher. Non è un surrealista, non ha mai aderito a nessun movimento artistico, la sua produzione ha sempre stentato ad essere riconosciuta come arte, eppure, come i surrealisti, anche lui è noto per le sue immagini impossibili, un'impossibilità che non risulta immediatamente, ma solo dopo che la percezione ha avviato il suo processo di interpretazione.
In questa litografia è raffigurata una sfera di vetro tenuta in mano da Escher, sulla quale si riflette la sua figura e tutto il resto della stanza in cui si trova. Il periodo di realizzazione di quest'opera coincide con un radicale cambiamento nella produzione artistica dell'autore, che passa dall'interesse naturalistico e figurativo a una meditazione matematica per immagini sullo spazio.

Lo specchio rotto di Mino Ceretti

Mino Ceretti, Uomo allo specchio rotto (1956)

Di un mondo in sfacelo parla anche la pittura di Mino Ceretti.
Abbiamo visto finora specchi infedeli che riflettono secondo leggi contrarie alla fisica, specchi che moltiplicano l'immagine all'infinito, specchi che la distorcono. Qui vediamo invece uno specchio rotto, che riflette un uomo a pezzi. Il ritratto, la storica rappresentazione del sé, si rifrange in una moltitudine di frammenti.
Anche nel quadro di Bacon l'immagine era a pezzi, ma qui c'è un elemento in più: è lo stesso specchio che è distrutto. Forse qui l'autore vuole andare oltre la rappresentazione della condizione esistenziale dell'uomo contemporaneo, che non riesce più a trovare un significato unitario di se stesso. Qui forse il pittore vuole dirci anche qualcosa a proposito della capacità della pittura, e dell'arte in genere, di riuscire a dare una rappresentazione più o meno unitaria e coerente della realtà umana.

I corpi deformati di Francis Bacon.

Come dichiarava lo stesso autore nelle interviste, l'obiettivo della attività artistica di Francis Bacon è quello di produrre veri e propri shock visivi. Le sue opere infatti rappresentano la condizione esistenziale dell'uomo moderno attraverso immagini deformate di corpi umani. Distorsioni che raccontano del tormento dell'uomo solo che lotta con se stesso.

Francis Bacon, Ritratto di George Dyer allo specchio, 1968, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza.

George Dyer, il soggetto di questo quadro, è stato a lungo il compagno dell’autore e morì suicida nel 1971, alla vigilia dell'inaugurazione della trionfale personale dell'artista al Grand Palais di Parigi. Qui Bacon lo ritrae davanti a uno specchio dall'incongruo colore azzurro cielo. E' vestito in giacca e cravatta, seduto su una sedia girevole, in una posizione disinvolta, la sigaretta accesa in una mano, con lo sguardo rivolto allo specchio. Una linea diagonale bianca taglia il corpo in due parti, delle quali la sinistra risulta deformata e sfocata, come sottoposta a delle pressioni che hanno schiacciato alcune parti e rigonfiato delle altre, spostando i volumi e creando un disarmonico sovrapporsi di masse. Anche il volto sembra essere stato sottoposto a una misteriosa forza centrifuga che ha limato i rilievi consueti del viso. Il riflesso nello specchio completa la lacerazione del corpo, mostrandoci il volto che nell'immagine riflettente è assente perché mutilato, un volto visto di profilo, lacerato in due come un foglio di carta. Qui non è lo specchio deformante, convesso o concavo, ad alterare e sformare il corpo. La deformazione è la condizione esistenziale dell'uomo e lo specchio non fa che rifletterne la devastazione.

Gli specchi deformanti di André Kertész


André Kertész, Distorsion n°40, Paris, 1933.

Il fotografo André Kertész, ungherese di nascita, francese d'adozione, era considerato da Henry Cartier-Bresson il padre della fotografia contemporanea e da Brassaï il proprio maestro. Se i suoi costanti mutamenti di stile, temi e linguaggio da un lato ci impediscono di collocare il suo lavoro in un ambito estetico esclusivo, dall’altro ne dimostrano lo sguardo poliedrico e la costante ricerca. La sua fotografia va dal lirismo umanista all'astrattismo costruttivista, dalle sperimentazioni surrealiste al fotogiornalismo e alla fotografia di strada, pur dichiarandosi sempre indipendente rispetto a qualsiasi movimento artistico.
Nel 1933 la rivista satirica francese Le sourire gli offrì cinque pagine da riempire in piena libertà. In particolare il Direttore chiese a Kertész di «produrre immagini di nudo capaci di rinnovare drasticamente il genere». Per l’occasione il fotografo ungherese utilizzò alcuni specchi deformanti da Luna Park, sia concavi che convessi, e nel suo studio realizzò una serie di fotografie di due modelle in pose diverse, o meglio dei loro riflessi negli specchi, che restituivano immagini distorte dei corpi. La serie, conosciuta con il nome di Distorsioni, comprendeva 200 foto: ciò che all’inizio doveva essere un servizio all’interno di una rivista umoristica, finirà per essere una serie tra le più apprezzate di fotografia artistica del Novecento.

Gli specchi ambigui di Magritte

René Magritte, La réproduction interdite (portrait d'Edward James), 1937.

Quella che vedete in questa foto è una riproduzione dell'opera "La riproduzione vietata (Ritratto di Edward James)", di René Magritte.
Un uomo di spalle, vestito elegantemente e con i capelli accuratamente tagliati, è in piedi di fronte a uno specchio. La resa pittorica è molto accurata e la precisione quasi fotografica. Ogni elemento è reso molto realisticamente: il marmo della mensola, la cornice dello specchio, i capelli impomatati, la copertina del libro, di cui riusciamo persino a leggere titolo e autore. Le nostre convenzioni percettive vorrebbero subito farcelo riconoscere come un normale ritratto allo specchio, ma le nostre aspettative sono spiazzate. Contro ogni logica, il volto non si vede. Rimaniamo disorientati, in preda all'inquietudine: l'immagine nello specchio ci restituisce ancora le spalle dell'uomo. Il titolo dell'opera ci dice che si tratta del ritratto di Edward James, ma il suo volto, la sua identità visibile restano nascosti. E' un cortocircuito sensoriale, una contraddizione in termini: un ritratto che nega l'essenza stessa del ritratto.

Chi c'è nello specchio?


Quante volte, vedendo un thriller o un horror, davanti a una scena con lo specchio, ci prepariamo al peggio? E infatti, una scena davanti allo specchio in questo genere di film anticipa sempre un balzo sulla sedia dello spettatore. Ce lo dice la musica, che prende toni di suspence, ce lo dice il cliché di genere. E anche se lo spettatore è preparato, il regista bravo sa come prenderlo ugualmente di sorpresa, giocando sui tempi, e attentare ai suoi nervi.
Mostri, demoni, fantasmi, possibili assassini, proiezioni di paure o di personalità multiple, personaggi conosciuti e fidati fino ad allora e che in genere, in questo tipo di scene, cominciano a rivelare il proprio lato nascosto, ambiguo e pericoloso.

Gerald Leslie Brockhurst, Adolescence.

Gerald Leslie Brockhurst, Adolescence, 1932.

Gerald Leslie Brockhurst (1890-1978) è considerato uno dei migliori ritrattisti del XX secolo. Nato a Birmingham, operò prima in Inghilterra e dal 1939 negli Stati Uniti. Era specializzato nel ritrarre le belle donne, personaggi spesso famosi come Marlene Dietrich e la duchessa di Windsor.
Fu anche un abile e meticoloso incisore.
Questa acquaforte, dal titolo "Adolescence", del 1932, è considerata il suo capolavoro, una delle migliori opere di incisione del XX secolo. Ritrae la sua modella e amante di 15 anni, Kathleen Nancy Woodward, dal pittore chiamata Dorette, la relazione con la quale scatenò molto scandalo in Inghilterra.