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sabato 22 aprile 2017

Specchi - Gli specchi di Vivian Maier

Vivian Maier – Autoritratto (senza data).

Vivian Maier scattò molti autoritratti, quelli che oggi chiamiamo self, ma lei non li condivise mai con nessuno. La sua ricerca personale, per le strade d’America e del mondo, fu del tutto solitaria. Non stampò la maggior parte dei suoi rullini, ritrovati in modo fortuito da un agente immobiliare e collezionista di Chicago poco prima che lei morisse in solitudine, sconosciuta al mondo.
Per fare i suoi ritratti si serviva spesso di superfici riflettenti: specchi presenti per strada, nelle camere, nelle vetrine, specchi fortuiti, persi tra le tante cianfrusaglie ammassate sul carretto di un rigattiere, oppure messi uno di fronte all’altro per creare l’effetto di mise en abyme; e poi vetrine, finestre, perfino cerchioni di ruote.

Vorrei poter postare tutti questi meravigliosi autoritratti, così talmente intensi e perfetti, che sembra impossibile credere che sono tutti frutto di un unico scatto, perché Vivian Maier non ripeteva mai due volte la stessa foto. Non potendo inserirli tutti, ne ho selezionato alcuni, tra i più significativi per il tema trattato.

Vivian Maier, “Anaheim, California, September 10” (1995).

Guardandoli, non si può non chiedersi: cosa cercava questa donna nei suoi autoritratti? Lei viveva un’esistenza solitaria, riservata, appartata, senza amici, facendo la tata per famiglie benestanti. Ha anche girato il mondo da sola, fotografando i soggetti più disparati per le strade di vari paesi. Ma cosa cercava nei riflessi della sua immagine negli specchi o nelle vetrine?
Considerando la sua storia, viene da dire che lei avesse effettivamente una doppia vita: da una parte baby-sitter alle dipendenze delle famiglie dei bambini che accudiva, dall’altra fotografa indipendente ed autonoma, perfettamente padrona del resto del suo tempo e in grado di guardare il mondo con occhi liberi, curiosi, emancipati.
Cercava forse se stessa? Con la sua Rolleiflex nelle mani, fotografava la sua immagine più profonda, quella che le restituiva meglio l’essenza di sé?
In questa foto si vede intorno alla sua figura riflessa una sorta di alone, come un riverbero che crea uno sdoppiamento dell’immagine. Un effetto che si potrebbe prendere a metafora della sua vita, chiusa, solitaria e nello stesso tempo così aperta alle molteplici cose del mondo.

Vivian Maier, Self-portrait, Undated.

Vivian Maier è una delle esponenti più apprezzate di quel genere fotografico oggi generalmente definito “fotografia di strada” (street photography). Nacque nel 1926 a New York ma trascorse diversi anni in Francia, prima di tornare negli Stati Uniti nel 1951. E’ morta nel 2009 a Chicago, dove si era trasferita nel 1956. Si formò da autodidatta, specializzandosi in un genere, la street photography, favorito dalla diffusione di nuove macchine fotografiche, più semplici da usare e meno ingombranti da trasportare.
Pare che come tata non avesse un carattere proprio dolce (i bambini a lei affidati, in una intervista da adulti, hanno dichiarato che non è il caso di immaginarsi Mary Poppins), eppure era molto attenta alla loro educazione. In particolare si preoccupava che quei bambini privilegiati vedessero coi propri occhi il mondo reale; ad esempio li portava a visitare i ranch vicini a Chicago perché si rendessero conto da dove veniva la carne che arrivava nei loro piatti.

Self-Portrait; October 18, 1953, New York, NY

La Maier fotografava spesso anche la sua ombra. In questo scatto eccezionale abbiamo un doppio autoritratto: quello costituito dal suo riflesso sulla superficie riflettente di un irrigatore da giardino e quello formato dalla sua ombra cupa che si allunga sull’erba. Io continuo a vederci la metafora della sua enigmatica vita, difficile da inquadrare, schietta e misteriosa, luminosa e oscura al tempo stesso.
La Maier non guardava quasi mai nell’obiettivo, non vedeva se stessa, non incrociava il suo sguardo. Riprendeva la sua immagine esattamente come riprendeva gli altri soggetti che inquadrava. Nella sua ricerca ossessiva di catturare il proprio riflesso in qualsiasi superficie riflettente le capitasse a tiro non c’è narcisismo, ma la volontà ostinata di uno sguardo indagatore, lo stesso con cui osservava e riprendeva gli estranei. Nei suoi autoritratti emerge la capacità che aveva di guardare se stessa dall’esterno, senza velleità intimistiche, in modo crudo, distaccato, inclemente.

A questo link, molti dei suoi eccezionali autoritratti. Chi vede queste foto, e le altre della Maier, vive la consapevolezza di aver fatto un’esperienza unica:
http://www.vivianmaier.com/gallery/self-portraits/#slide-31

Vivian Maier, Self-Portrait, 1954

Le foto di Vivian Maier sono, per certi versi, dei paradossi.
Se il fine di una foto è quello di comunicare, in quanto la fotografia è una forma di linguaggio, come ci regoliamo con le foto della Maier, che non solo non aveva nessuna voglia di farle vedere a qualcuno (e quindi di comunicare), ma addirittura teneva le stampe e i rullini chiusi gelosamente a chiave?
Lei non faceva foto per comunicare. Non ha mai lasciato scritta neanche una frase che ci dicesse qualcosa, una sua idea della fotografia o il perché passasse tutto il suo tempo libero a riprendere frammenti di mondo.
Eppure, nonostante sia assente qualsiasi volontà di “comunicare”, le sue foto riescono a farlo benissimo. Qualcuno direbbe: potenza dell’immagine! Lei aveva un enorme talento naturale: equilibrio e armonia delle composizioni, taglio delle inquadrature mai banale, attenzione ai dettagli, resa della profondità. E’ stato tuttavia constatato che dalle centinaia di migliaia di foto che ha lasciato non emerge uno stile personale, ma un modo di operare troppo multiforme e vario da poterlo attribuire a una persona sola. Questo ha dato vita a un certo dibattito intorno al “caso Vivian Maier”.
Sull’alone di mistero legato a questa figura così impenetrabile rinvio al bell’articolo di Fotografia – Il nuovo Cassetto, dove c’è anche postato un altro straordinario self-portrait, con la figura tagliata in due dall’ombra: https://www.facebook.com/548631371872117/photos/a.548637705204817.1073741828.548631371872117/806134329455152/

Vivian Maier, “Untitled” (1959), (all images © Vivian Maier/Maloof Collection, courtesy Howard Greenberg Gallery).

Accettiamo come autentica la storia del ritrovamento fortuito e che tutti gli scatti siano di Vivian Maier. Il mistero resta. Chi c’è dietro quello sguardo impenetrabile? Perché non stampava i negativi? Perché ha lasciato tanti rullini non sviluppati? Chi di voi è appassionato di fotografia cerchi un attimo di fare mente locale: al tempo in cui riprendevate con la pellicola, ma anche adesso che usate il digitale, come misurate il vostro grado di trepidazione o semplicemente di aspettativa che caratterizzano l’intervallo di tempo che separa l’atto dello scattare da quello in cui riuscite a vedere finalmente la resa delle vostre immagini stampate (o visualizzate a schermo intero)?
Vivian Maier no. C’è anche il caso analogo di Winogrand, che ha lasciato migliaia di rullini non sviluppati, ma stiamo parlando di un fotografo che ha scattato più di cinque milioni di fotografie. Nel caso della Maier, qualcuno ha anche ravvisato nel suo modo di essere e di comportarsi, come anche nella sua particolare attenzione per i dettagli e in altri elementi che emergono dalle suo foto, dei tratti al limite dell’autismo. Questa ipotesi potrebbe offrire uno spunto di spiegazione, ma chiaramente è solo un’ipotesi che lascia il tempo che trova. Come sa chi conosce i caratteri di questo disturbo, che non è una malattia ma un modo di essere della persona, per molti autistici il pensiero è visivo.


Leggendo i libri di una autistica famosa ad altissimo funzionamento, Temple Grandin, possiamo capire come funzioni la sua mente, capace di registrare tutte le sue percezioni come fossero gli elementi di un archivio fotografico mentale, perfettamente catalogato e usufruibile esattamente come se fosse uno schedario costituito da foto. La mia ipotesi è che attraverso il fotografare anche la Maier costruiva un proprio archivio fotografico mentale, rispetto al quale la stampa successiva sarebbe stata del tutto superflua, visto che l’obiettivo non era quello di fare delle immagini un medium espressivo nei confronti degli altri. La macchina fotografica per la Maier ha la funzione di mediare il suo personale rapporto con il mondo, e il fotografare è in questo senso una catalogazione mentale di volti, emozioni, oggetti, scorci, dettagli, una sorta di vocabolario fatto di immagini, attraverso cui conoscere e interpretare il mondo. Questa considerazione non è (si badi bene) un voler interpretare la sensibilità artistica in chiave psicologica o peggio morbosa, atteggiamento che io rifuggo in modo assoluto, ma un voler affermare l’esistenza di diversi modi di essere, e quindi di diverse sensibilità, a cui dobbiamo riconoscere la grandezza, è vero, ma anche la specificità. L’ipotesi che la Maier potesse avere o no dei tratti di autismo mi permette solo di comprendere certe sue scelte, ma non toglie nulla alla potenza visiva oltre che all’originalità delle sue immagini, che, ma questo è solo un mio parere, si collocano ai vertici delle possibilità espressive di questo linguaggio che è la fotografia.


Degli autoritratti di Vivian Maier, questo è uno dei miei preferiti. Forse perché è l’unico in cui sorride e ha uno sguardo diretto, non impassibile e distaccato come negli altri self-portrait; uno sguardo che in questo caso si lascia finalmente scrutare.
Questa foto racconta anche lo smisurato talento che aveva la Maier di cogliere l’attimo: ha scattato una foto perfetta nel brevissimo tempo impiegato dal rigattiere a sistemare quello specchio sul suo carretto. Probabilmente la sua abilità nel cogliere certi dettagli le conferiva una grande capacità di pre-visualizzare un’immagine e quindi di afferrare il momento giusto per lo scatto.
Chiudiamo qui questa breve digressione sulla fotografia di Vivian Maier, questo personaggio enigmatico dalle molteplici sfaccettature. Non avrà influenzato il corso della fotografia del Novecento, ma rappresenta senz’altro uno sguardo libero, fresco, indipendente, originale, sull’America degli anni cinquanta, sessanta e settanta. Immergersi nella visione delle sue foto equivale a compiere un viaggio affascinante nello sguardo di una donna che poteva entrare in contatto vero con la realtà solo attraverso la sua macchina fotografica, perché forse, ma è solo un’ipotesi, senza quella mediazione il mondo appariva a lei, solitaria e poco portata per le convenzioni sociali, incomprensibile e difficile da interpretare. Per molti di noi il mondo esterno è un insieme più o meno strutturato di regole, convenzioni, ruoli, funzioni, rapporti sociali. Vivian Maier viveva il mondo come una rassegna di immagini, filtrate dalla sua macchina e, io credo, archiviate in modo chiaro e indelebile nella sua mente.



















A questo link una lunga slideshow di alcuni tra i suoi scatti più belli.
http://www.vivianmaierprints.com/vivian-maier-images.html

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