lunedì 14 gennaio 2019

L’Autoportrait en noyé. La prima fiction fotografica.

Hippolyte Bayard, Autoportrait en noyé, 18 ottobre 1840.


Quello di Hippolyte Bayard non è il primo autoritratto della storia (sembra che questo primato appartenga all’americano Robert Cornelius), ma la fotografia Autoportrait en noyé (di cui esistono più varianti) è celebre per altre caratteristiche, che ne fanno comunque un oggetto pionieristico. Utilizzando la poco elegante terminologia dei nostri giorni, possiamo affermare che questa immagine costituisce la prima bufala fotografica della storia. Ma, forse è più corretto affermare che si tratta della prima finzione fotografica o, per dirla in altri termini, del primo esempio di staged photography. Questa tecnica di produzione di immagini di recente invenzione - che di lì a qualche anno Baudelaire sottoporrà a condanna feroce in quanto mera riproduzione meccanica della realtà, lontana dalle forme artistiche più autentiche, come la pittura e la rappresentazione teatrale - viene in tal caso indirizzata verso uno scopo comunicativo e manipolativo attraverso una vera e propria messa in scena, contraddicendo la supposta netta distinzione tra realtà e finzione proprio attraverso un mezzo ritenuto connesso indissolubilmente alla riproduzione del reale e del vero.

Nascita del ritratto fotografico

Questa foto è stata a lungo considerata il primo ritratto fotografico. 
J.W. Draper – giugno 1840, Ritratto della sorella Dorothy.

Nei primi anni di vita, la fotografia ha avvicinato il corpo umano, all’inizio, nella forma del ritratto, poi pian piano nella forma del documento medico-scientifico ed antropologico, della foto erotica e del modello preparatorio per ritratti pittorici.
Se il ritratto dipinto era riservato esclusivamente al ceto aristocratico e a una élite borghese, il ritratto fotografico permette un accesso pressoché democratico alla rappresentazione di sé.
Per definizione, il ritratto è una rappresentazione che raffigura uno o più soggetti, a figura intera, mezza figura o busto. A un ritratto che sia tale è essenziale la riconoscibilità del soggetto nei suoi tratti fisiognomici. Le persone ritratte possono essere più di una (si pensi ai ritratti di famiglia), ma il numero non deve però compromettere la loro riconoscibilità.

sabato 12 gennaio 2019

La figura umana idealizzata nell’arte dell'antico Egitto



La caratteristica principale della rappresentazione della figura umana da parte degli antichi egizi è la frontalità. Che siano statue o rilievi o pitture, i personaggi sono rappresentati per essere fruiti solo attraverso una visione frontale.
Un complesso di regole convenzionali (canoni), che saranno valide per millenni, regolano la rappresentazione. Per quanto riguarda la figura umana, viene seguito un canone per la pittura e il rilievo e un canone per la statuaria. In pittura e nei rilievi, la figura è costruita in modo bidimensionale e secondo una stilizzazione fissa: testa di profilo, con l’occhio visto però frontalmente, spalle presentate di fronte, torace uguale ma capezzolo di profilo, bacino a tre quarti, braccia, gambe e piedi di profilo, ma mani – quasi sempre – a palmo. La testa viene resa di profilo poiché è il punto di vista che garantisce una migliore qualità dei tratti somatici, mentre l’occhio è dipinto frontalmente, in modo da mostrare la sua forma più caratteristica.

venerdì 11 gennaio 2019

Le immagini rupestri del Paleolitico. Le figure teriomorfe

Scena rupestre nella grotta di Lascaux.


Se le figure umane dell’arte paleolitica mobiliare, come le Veneri, avevano una fattura realistica ed erano eseguite con maestria, quelle che invece troviamo nell’arte rupestre sono molto stilizzate e di qualità esteticamente inferiore. Nell’arte parietale del Paleolitico, la presenza di figure umane è relativamente scarsa, mentre prevalgono nettamente le immagini zoomorfe, eseguite peraltro con grande abilità e vivacità realistica. Per lunghi periodi, prima di cominciare a raffigurare se stesso, l’Homo Sapiens rappresenta tutte le specie animali a lui familiari, non solo quelle a cui dà la caccia, ma anche le specie non commestibili. E’ possibile, pertanto, che la mitologia di quegli uomini primitivi venerasse gli animali o ritenesse che in essi risiedessero gli spiriti soprannaturali. Alla teoria secondo cui questi dipinti e graffiti rupestri fossero una pratica propiziatoria della caccia (e quindi avessero una funzione magico-utilitaristica), infatti, oggi se ne affianca un’altra, che li riporta a un culto totemico. I punti indiscutibili, al momento, sono che l’arte parietale del Paleolitico avesse una funzione magico-religiosa e che le grotte decorate venissero utilizzate quali santuari in cui svolgere dei rituali specifici, sebbene le decorazioni venissero eseguite nelle parti più interne e quasi inaccessibili delle caverne.

Le Veneri del Paleolitico

Venere di Willendorf, 23.000-19.000 a.C. h. cm 11. Roccia calcarea. Vienna, Museo di Storia Naturale.


Circa 40-35.000 anni fa, l’Homo sapiens acquisì non solo una capacità vocale articolata, ma anche la facoltà di “fare segno”, cioè di elaborare immagini, modellando la materia oppure tracciando linee e figure, rendendo in modo bidimensionale la nostra percezione tridimensionale di masse e volumi. L’arte del Paleolitico costituisce un sistema di rappresentazione, realizzato mediante varie tecniche sulle pareti delle grotte (arte rupestre) o su supporti trasportabili (arte mobiliare).
L’origine del fenomeno artistico rappresenta un salto culturale che diventa il punto di partenza per un nuovo percorso di esplorazione del mondo attraverso i simboli.

domenica 6 gennaio 2019

Il corpo umano nelle arti figurative. Presentazione del percorso

Laocoonte e i suoi due figli lottano coi serpenti, scultura greca della scuola di Rodi (I secolo), Museo Pio-Clementino, musei Vaticani.

Tema del prossimo percorso tematico sarà il corpo umano nella storia delle arti figurative, dalla pittura alla scultura, dalla fotografia al cinema.
La rappresentazione della figura umana è uno dei soggetti più presenti nell'arte di tutte le epoche e di tutte le latitudini. Essa ha avuto origine all’alba della storia dell’umanità, assolvendo a funzioni diverse e conoscendo molteplici interpretazioni. A partire dall’era preistorica, l’uomo ha sentito il bisogno di riprodurre l’apparenza fisica delle cose trasformandola in immagine. E lo stesso è accaduto nei confronti della propria stessa effigie. Significativo è, a questo proposito, il mito fondativo della pittura, che racconta di come la figlia del vasaio Butade tracciasse su una parete il profilo dell’ombra dell’uomo amato prima che partisse in battaglia, per conservarne l’immagine.
Tentando una schematizzazione, la figurazione del corpo umano nell’arte ha seguito tre tendenze principali, che ricorrono ad intermittenza in varie epoche storiche:

domenica 30 dicembre 2018

Davanti a una mia vecchia fotografia



Sei un tu
fuori di me
prigioniera di uno specchio
di carta
a mille anni luce.
Mi viene incontro
il tuo sguardo ombroso
come un acerbo presagio.
Quanta neve si è sciolta
da allora e le betulle
mostrano il ponente
curvate dal grecale.
Mi guardi dalla cornice ingiallita
e non sai
e non puoi sapere
mentre spingi il tuo giocattolo
così seria
così assorta
nel tuo fingerti donna
e madre in miniatura.
Non conosci l'abisso
negli occhi di tuo figlio.
Chi sei bambina?
in che mondo vivi?
Da quale distanza
mi aspetti?
Chi ti salverà
dall'intrico verde che ti insidia?
La mia mano trema un poco
ti afferra
e quasi non vorrebbe.
Il tempo in mezzo
brucia come un fuoco.
Eppure traspare di luce
la carta sbiadita.
Gioia e scempio
è questa corrispondenza di ombre.
Nella distanza che separa
abita la sola
possibile
bellezza.

giovedì 27 dicembre 2018

Lo sguardo dello spettatore. Alcune considerazioni finali

John Vink, La morte di Marat Museo Reale delle Belle Arti di Bruxelles, 1974.

Chiudiamo finalmente questo lungo percorso sullo sguardo dello spettatore, cercando di tirare brevemente alcuni fili.

Fruire un contenuto visivo (un quadro, una fotografia, un film) è essenzialmente un insieme di pratiche: percettive, cognitive, operative e relazionali.

- Ogni fruizione di un’immagine, immobile o in movimento, ha come punto di partenza l’estesìa, cioè una sensazione, che è già di per sé un’astrazione e non una fedele registrazione del mondo reale, a causa delle caratteristiche biologiche dei nostri organi di senso e della complessa elaborazione che il cervello fa dei segnali che gli pervengono. La percezione è una selezione attiva e un’organizzazione delle sensazioni. Il cervello compie una scelta fra tutti gli input disponibili e, confrontando l’informazione selezionata con i ricordi immagazzinati nella memoria, genera una rappresentazione mentale, che è soggettiva.