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venerdì 2 ottobre 2020

Autoritratti allo specchio o in ombra. Vivian Maier


CINDY SHERMAN, FRANCESCA WOODMAN E LE ALTRE.
L'AUTORAPPRESENTAZIONE DELLA DONNA IN FOTOGRAFIA 

IV. IL CORPO POST-UMANO


Vivian Maier scattò molti autoritratti, ma lei non li condivise mai con nessuno. La sua ricerca personale, per le strade d’America e del mondo, fu del tutto solitaria. Non stampò la maggior parte dei suoi rullini, ritrovati in modo fortuito da un agente immobiliare e collezionista di Chicago, John Maloof, poco prima che lei morisse in solitudine, sconosciuta al mondo (nel 2009).

Per scattare i suoi autoritratti si serviva spesso di superfici riflettenti: specchi presenti per strada, nei bagni pubblici, nelle vetture di un tram; specchi fortuiti, posti tra le cianfrusaglie ammassate sul carretto di un rigattiere; e poi vetrine, finestre, perfino cerchioni di ruote cromate: insomma tutte le superfici, che le capitassero a tiro, in grado di restituirle la sua immagine riflessa.

lunedì 23 settembre 2019

Autoritratti allo specchio. Uno strano rapporto a tre


L'autoritratto allo specchio è un'azione che si sviluppa dalla relazione fra tre soggetti: l'uomo, la macchina fotografica e lo specchio.

Gli autoritratti fotografici allo specchio si possono dividere in tre gruppi.
Il primo comprende quelle fotografie in cui è visibile il soggetto con la macchina, ma non la cornice dello specchio. Si tratta, pertanto, di immagini un po' ambigue. E' lo spettatore che deduce la presenza dello specchio, sebbene la sua superficie costituisca il contenuto dell'immagine. In questo tipo di fotografie, nonostante la presenza della fotocamera che svela l'atto di produzione, predomina l'espressione identitaria del soggetto. L'inquadratura è troppo ristretta, per cui non si percepisce alcuna frattura spaziale.

venerdì 16 agosto 2019

Il selfie come atto performativo corporeo



E’ il 2002 quando la fotocamera viene stabilmente inserita nei telefoni cellulari. Qualche anno dopo, con l’arrivo del wifi e dei social network, si completa il percorso evolutivo che porta la fotografia ad essere un medium protagonista nella definizione del linguaggio della rete.
Contemporaneamente ha luogo un’altra evoluzione:  non più unicamente cassetto dei ricordi, supporto stabile della nostra memoria, la fotografia istantaneamente prodotta e condivisa diventa strumento non solo per conservare degli istanti di vita, ma per esperirli, attraverso la loro trasformazione in immagini. Da materializzazione di memorie e ricordi che si desidera conservare nel tempo, la fotografia diventa esperienza quotidiana immediata, che mette insieme automatismo e rappresentazione iconica.

domenica 11 agosto 2019

La fotografia è un corpo a corpo

Vivian Maier, Autoritratto, 1954.

Chi di noi è andato abbastanza vicino a un quadro di un artista come Van Gogh, ha sicuramente avuto modo di rendersi conto della veemenza e della rapidità del gesto con cui il pittore stendeva il colore sulla tela: le pennellate larghe, vigorose, materiche, ci fanno intuire il movimento del braccio e la tensione frenetica delle sue membra al lavoro. Nel campo dell'arte, infatti, il corpo non costituisce unicamente un oggetto di rappresentazione; esso entra all’interno della scena non solo come contenuto di figurazione, ma anche come traccia dello stesso gesto artistico. E quest’ultimo è in primo luogo un movimento corporeo. Proprio il corpo dell’artista è lo strumento attraverso cui si esplica l’azione del dipingere e, nel far ciò, esso imprime dei segni sulla superficie, che vengono definiti “marcature” dell’autore. Si tratta delle tracce che rivelano il movimento e i gesti dell’artista, ad esempio le sue pennellate o incisioni o schizzi di colore. Un caso limite è rappresentato dall’action painting di Pollock, le cui tele sono costituite non da rappresentazioni di oggetti, ma esclusivamente da marcature soggettive, dove il segno diventa fisicità, movimento ritmato del corpo. L’artista entra nella tela e diviene tutt’uno con il dipinto, prendendone possesso con una sequenza di gesti: pennellate energiche, spazzolate di vernice, spruzzi o gocciolature del colore direttamente sulla superficie del quadro.

sabato 2 giugno 2018

Vivian Maier. In the shadow



La storia di Vivian Maier ormai la conoscete tutti. Con grande abilità ne è stato costruito un mito pop, adatto alla nostra epoca così affamata di favole e leggende che nascono dal basso, che suggellano le storie anonime con il lieto fine della fama, che riscattano ciò che è sempre stato ai margini. La realizzazione del sogno di chiunque crede di celare nei propri cassetti un tesoro nascosto: l’evento fortuito e casuale che finalmente scopre e consegna alla gloria l’opera del proprio talento misconosciuto.
In questa operazione commerciale, il battage ha insistito molto sulla creazione del mito, sulla definizione dell’aura di questo personaggio, come portatore di un messaggio misterioso, inconsapevole interprete e testimone di un’epoca, rappresentante insigne sebbene ignoto del genere della street photography, ecc.

sabato 22 aprile 2017

Specchi - Gli specchi di Vivian Maier

Vivian Maier – Autoritratto (senza data).

Vivian Maier scattò molti autoritratti, ma lei non li condivise mai con nessuno. La sua ricerca personale, per le strade d’America e del mondo, fu del tutto solitaria. Non stampò la maggior parte dei suoi rullini, ritrovati in modo fortuito da un agente immobiliare e collezionista di Chicago poco prima che lei morisse in solitudine, sconosciuta al mondo.
Per fare i suoi ritratti si serviva spesso di superfici riflettenti: specchi presenti per strada, nelle camere, nelle vetrine, specchi fortuiti, persi tra le tante cianfrusaglie ammassate sul carretto di un rigattiere, oppure messi uno di fronte all’altro per creare l’effetto di mise en abyme; e poi vetrine, finestre, perfino cerchioni di ruote.