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lunedì 16 marzo 2020

DONNE ALLA FINESTRA: SU UNA LINEA DI CONFINE

Caspar David Friedrich, Woman at a window, 1822.

Vista con gli occhi di un uomo. Alcuni stereotipi di genere nell’arte dal Rinascimento al Novecento

INDICE DELL'INTERO PERCORSO
Introduzione
I - Passivo oggetto dello sguardo
II - Angelo del focolare
      - I doni di matrimonio
      - Nella sfera domestica
      - Maternità
      - Donne alla finestra: su una linea di confine
Appendice - Con le mani in mano
III - Femme Fatale
IV - Corpi tra metamorfosi e frammentazioni


L'iconografia della donna alla finestra è molto varia e complessa.
Si è già detto nei paragrafi precedenti come, nei secoli passati, lo sporgersi con lo sguardo e l’immaginazione fuori dell'ambiente riservato della casa era considerato una trasgressione. Lo spazio della donna è iscritto dentro le mura domestiche, che sono viste come barriere volte a contenere la libertà d’azione femminile e nello stesso tempo la difendono e ne proteggono la virtù e la reputazione, attraverso l'occultamento visivo. Per questo motivo le finestre e le porte venivano considerate come luoghi di confine potenzialmente pericolosi, luoghi di permeabilità tra vita esterna, riservata all'azione del maschio, e vita domestica.

martedì 24 settembre 2019

Sguardi senza uscita


Se la donna, ripresa di schiena presso una finestra, veniva proiettata dallo sguardo del pittore verso un altrove, sospinta oltre l'ambiente chiuso della casa in direzione dell'infinito, sebbene solo un poco intravisto, guardata da lontano come incarnazione del desiderio di essere "oltre", le donne bloccate presso queste finestre racchiudono e generano emozioni ben diverse.
L'inquadratura, quasi sempre laterale, le inchioda di profilo, o al massimo di tre quarti. Sono sedute, ma non svolgono alcuna attività; il loro corpo trasmette una sorta di apatia e passiva rassegnazione. Il loro sguardo qualche volta cerca l'esterno, ma il più delle volte è assente, rivolto verso un punto indefinito o perso in un vuoto interiore. La loro è una pura presenza fisica, in quanto il loro mondo interiore rimane del tutto inaccessibile.
Sono circondate da un silenzio estremo, quasi metafisico, che rivela un malessere latente.
Il più delle volte hanno un volto inespressivo; la loro postura emana un senso di malinconia e di solitudine, spesso anche di alienazione, intesa come condizione di estraneità e di disinteresse per la realtà circostante.

lunedì 6 febbraio 2017

L'uomo e la natura - Il rapporto tra uomo e natura nelle opere di Edward Hopper

“Il mio scopo in pittura è sempre quello di usare la natura come mezzo, per cercare di fissare sulla tela le mie reazioni più intime di fronte al soggetto, così come mi appare quando lo amo di più: quando il mio interesse e il mio modo di vedere riescono a dare unità alle cose”.

La minaccia viene dal bosco

La pittura di Hopper investe in pieno il rapporto tra arte e natura, inteso sia come relazione con lo spazio naturale che ci circonda, sia come esperienza interiore. Scriveva infatti nel 1933: “Il mio ideale in pittura è sempre stato la trascrizione più esatta possibile delle impressioni più intime che mi suscita la natura”.
Che ruolo ha la natura nell’opera di Hopper? Spesso è presente come un fondale appena accennato, talvolta è una presenza oscura che sembra incombere sulle costruzioni o sugli esseri umani, come in attesa di aggredire, talaltra sembra sorpresa dall’insorgenza estranea di una casa o di una fattoria, altre volte segna un confine impenetrabile.

Edward Hopper, House at dusk, 1935, Virginia Museum of Fine Arts, Richmond.


lunedì 23 gennaio 2017

EDWARD HOPPER: UNA FINESTRA SULLA SOLITUDINE URBANA.

Sono rari i quadri di Edward Hopper in cui non compaia una porta, una finestra, una vetrina o un finestrino, che l’ambiente sia una stanza, o un ufficio, o lo scompartimento di un treno, o la camera di un motel, o un desolato bar notturno. Anche i paesaggi visti dalla strada si soffermano sulle facciate delle case, e in particolare sulle finestre. Hopper intuiva bene che la finestra è l’anima di un edificio, un focus metafisico, ciò che permette lo sguardo dall’interno verso l’esterno, così come dall’esterno verso l’interno.
Si potrebbe dire che la finestra è il luogo dello sguardo per eccellenza.
Se osserviamo i quadri di Hopper, notiamo subito una cosa: i personaggi sono quasi sempre seduti: su un letto, su una sedia, su una poltrona o sul marciapiede: sembra come se a un certo punto avessero deciso di fermarsi, di arrestare la propria quotidianità. Li vediamo assorti nei loro pensieri con il capo chino oppure intenti a guardare fuori da una finestra o verso un orizzonte lontano, con lo sguardo vuoto di colui che guarda ma non vede. Non sono all’ombra, quasi mai al buio, i personaggi di Hopper, anzi il più delle volte sono investiti da una luce intensa, naturale o artificiale, dimostrando che anche la luce, e non solo l’ombra e l’oscurità, è capace di trasmettere inquietudine e solitudine.
Passiamo ora ad analizzare tre dipinti di questo grande artista, che rappresentano altrettanti punti di vista, tre diverse direzioni dello sguardo del pittore e, conseguentemente, dell’osservatore.

1. LO SGUARDO DALL’INTERNO

Il primo di questi è lo “sguardo dall’interno”, cioè il punto di vista che parte da un ambiente chiuso e ha una qualche uscita verso l’esterno, e lo spettatore si sente invitato a entrare dentro questo luogo di intimità. Nella maggior parte dei casi lo sguardo del personaggio presente è rivolto verso questa via di uscita, costituita quasi sempre da una finestra. Il punto di vista è spesso laterale, oppure collocato alle spalle del personaggio, e l’esterno può essere appena visibile o mostrare un’ampia visuale, costituita da altri edifici, oppure da un paesaggio naturale.

Edward Hopper, Morning Sun, 1923

lunedì 18 gennaio 2016

Edward Hopper - Una finestra sulla solitudine urbana

Oggi la Pagina Facebook di Storica National Geographic ha pubblicato il link al mio articolo su Edward Hopper, a suo tempo uscito prima sulla mia Pagina Facebook di Finestre su Arte, Cinema e Musica e poi sulla Rivista online Milano Platinum.



Eccovi la presentazione e il link:
Del pittore americano Edward Hopper è stato detto che sapeva “dipingere il silenzio”, e in effetti egli è stato uno dei primi artisti d'oltreoceano a rappresentare la solitudine della provincia americana. Potente portavoce dell’immaginario occidentale, capace di influenzare il cinema, la fotografia, la letteratura e la cultura popolare con le sue immagini, Hopper ha saputo dipingere la tragica quotidianità degli uomini e delle donne del XX secolo, arrivando intatto fino a noi, che riusciamo a sentire la forza evocativa e la sconcertante attualità delle sue opere.
L’atmosfera di attesa dona ai suoi quadri un’immobilità sospesa, metafisica, che aliena la scena dal presente e la congela fuori dallo scorrere del tempo. L’elemento visivo che nei suoi dipinti sottolinea quest’inerzia insanabile è costituito dalla presenza immancabile di porte, finestre, vetrate, insomma di quei dispositivi che chiamano in causa lo sguardo da o verso un ambiente altro rispetto a quello che compare nello spazio pittorico. La finestra, luogo dello sguardo per eccellenza, ci immette così nel mondo interiore di quei personaggi, chiusi nell'alienazione e nella solitudine della moderna incomunicabilità.
L'individuo delle sue tele è l'abitante delle città moderne, un soggetto nuovo nella rappresentazione, venuto alla luce solo alla fine del XVIII secolo (a partire, per esempio, da certe tele di impressionisti come Degas e Caillebotte e pre-espressionisti come Munch), e poi approfondito per tutto il Novecento. Quello di Hopper però è profondamente diverso da quello europeo, perché è inserito negli spazi tipici d'America: il motel, il distributore di benzina, le brownstones o le ville del New England, l'automat, i locali del Greenwich Village. Li riconosciamo in tanta cinematografia, fotografia, letteratura del secolo passato. Un universo che Hopper anticipa e mette in scena.