domenica 13 agosto 2017

Lo sguardo in macchina

La grande rapina al treno di Edwin Porter (1903)

Qual è una delle tante differenze tra cinema e teatro?
Se il teatro è una rappresentazione che si svolge, più o meno nella sua totalità, davanti agli occhi dello spettatore, il cinema è invece, come la fotografia, una rappresentazione che viene presentata attraverso lo sguardo di un altro.
Ma chi è questo altro?
Tecnicamente un film è una successione di inquadrature organizzate in scene ed è il regista (ma non solo lui) a dare le indicazioni opportune all'operatore delle riprese, stabilendo la posizione (e il movimento) della macchina e il tipo di inquadratura. Il punto di vista scelto per la macchina da presa è di vitale importanza per il film, perché lo sguardo dello spettatore si identifica sempre e comunque con quello della macchina. Questo punto di vista, che cambia sempre nel corso del film, viene definito il "narratore impersonale" del film (o, più tecnicamente, il soggetto dell'enunciazione cinematografica) e costituisce il centro attorno al quale ruota tutta la rappresentazione.
Esso è, altresì, il filtro attraverso cui lo spettatore assiste alla narrazione. Il punto di vista è la posizione del narratore rispetto alla scena ed è nello stesso tempo la posizione dello spettatore che guarda attraverso i suoi occhi.

sabato 12 agosto 2017

Sguardi ritoccati

Eugene Smith, Deleitosa, Spagna, 1951.

Abbiamo visto l’effetto straniante e metacinematografico che lo sguardo in macchina, che agisce come interpellazione, è in grado di provocare all’interno di un film, come rottura della quarta parete.
Ma cosa succede in fotografia? Che effetto ha lo sguardo in macchina che si sporge da una immagine fotografica?
Si può ipotizzare che l’effetto sia diverso, perché diverse sono le modalità di fruizione di un film rispetto a quelle di una fotografia. Se, infatti, nell’ambito delle narrazioni di finzione (romanzo, cinema), lo spettatore si impegna a mettere temporaneamente da parte il dubbio e a considerare le storie come verosimili (patto di sospensione dell’incredulità), il rapporto dello spettatore con la fotografia, invece, fin dalle origini ha implicato un approccio che può dirsi diametralmente opposto.
Nel caso della fruizione cinematografica, infatti, l'atteggiamento dello spettatore segue una direzione che parte dalla consapevolezza della finzione e approda alla sospensione dell’incredulità e alla finzione di verità. Nel caso della fotografia, invece, accade per lo più il contrario.

mercoledì 2 agosto 2017

Nascita del ritratto moderno


A partire da sinistra:Jan van Eyck, Ritratto di Jan de Leeuw, 1436, Vienna, Kunsthistoriches Museum.Jan van Eyck, Ritratto di Margherita van Eyck, 1439, Bruges, Groeningemuseum.Jan van Eyck (attribuito a), Portrait of a Man with carnation and the Order of Saint Anthony, Gemäldegalerie, Berlin.

Se nel Medioevo il ritratto aveva avuto una funzione accessoria e devozionale (i committenti venivano ritratti, tramite figure stilizzate e certamente poco realistiche, in posizione di preghiera all'interno dell'opera sacra da essi commissionata), nel Quattrocento si sviluppa un interesse per il ritratto naturalistico, con finalità soprattutto celebrative. E' questo il periodo del ritratto cortese, in quanto legato in particolar modo all'ambiente laico delle corti, che trae spunto, nell'ambito della riscoperta umanistica della classicità, dai ritratti di profilo presenti sulle antiche monete e medaglie romane. La larga diffusione dei ritratti di profilo, a pittura e a rilievo, prodotti in Italia a partire da Pisanello e fino ad artisti come Piero della Francesca, Botticelli e il Pollaiolo, va letta in questo senso come risposta alla nuova esigenza umanistica di un’affermazione mondana.
Il ritratto di profilo coniuga perfettamente eleganza, equilibrio e naturalezza con un certo distacco, come si conviene alle personalità di rango e alla funzione celebrativa dell'opera. Il ritratto di profilo evidenzia la nobiltà dei tratti, ma colloca il soggetto rappresentato in una posizione di inviolabilità.
Mentre in Italia va di moda il ritratto cortese, nelle Fiandre nasce il ritratto borghese, moderno. I volti realizzati dai pittori fiamminghi (Jan van Eyck, Robert Campin, Rogier van der Weyden, Hugo van der Goes, Hans Memling, Petrus Christus) sono illuminati da una nuova luce, che dona loro una nuova vita e una diversa consistenza, e sono inoltre caratterizzati da un nuovo modo di presentarsi e di porsi in rapporto con lo spettatore. Non si tratta più solo di regnanti, signori e vescovi, ma di mercanti, banchieri, esponenti di quella classe alto borghese che cerca anch'essa una consacrazione iconografica del proprio status ed è portatrice di una nuova consapevolezza sociale, incentrata sul valore e sull'intraprendenza dell'individuo.

Sguardi - Lo sguardo di Dio

Cristo Pantocratore (V secolo), Monastero di Santa Caterina, Monte Sinai, Egitto.

Se i personaggi delle pitture vascolari greche sono rappresentati tutti di profilo, se i ritratti dei romani sono immersi in una loro interiorità o i loro sguardi sono indirizzati verso il mondo dell'aldilà, dobbiamo aspettare le icone cristiane per incontrare le prime immagini che ci guardano, per le quali anzi quello sguardo costituisce l'essenza della rappresentazione.
Le icone bizantine, nate nei monasteri orientali, sono caratterizzate dalle figure frontali e dalla predominanza del volto, soprattutto degli occhi, molto grandi e spalancati, considerati il luogo in cui si concentra l'energia dello spirito.
La religione dell’Antico Testamento era stata la religione della parola e del divieto categorico dell’immagine, perché Dio è il “totalmente altro” rispetto al tempo e allo spazio degli uomini, è colui che si rivela solo nel “logos” ma non si mostra mai. Il Dio dell’Antico Testamento e dell’Ebraismo è il Dio che si nasconde, è l’invisibile che resta tale, perché quando Mosé chiese a Dio di mostrarsi, la sua risposta fu categorica:
“Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”.

martedì 1 agosto 2017

Selfie d'artista. L'autore nella scena


Il genere dell'autoritratto autonomo, cioè quel sottogenere del ritratto in cui l'autore ritrae se stesso come protagonista assoluto del dipinto, conosce un'affermazione abbastanza tardiva, collocandosi alle soglie dell'età moderna e come punto di arrivo di un processo di presa di coscienza di sé e del proprio ruolo da parte dell'artista che inizia secoli prima. Esiste, però, un cospicuo numero di opere pittoriche (e non solo) in cui l'autore inserisce nella historia, cioè in una scena narrativa di ambientazione sacra, storica o mitologica, il proprio autoritratto.
Si parla in questo senso di autoritratti “ambientati” o “situati”. Stoichita definisce questo tipo di rappresentazione, che l'autore fa di se stesso all'interno di una storia, “autoproiezione contestuale”: "chiamerò quindi “autoproiezione contestuale” la rappresentazione dell’autore inserita in un’opera di cui egli si dichiari, in un modo o nell’altro, l’artefice." (L’invenzione del quadro, Milano, il Saggiatore, 1998, p. 208).

sabato 15 luglio 2017

Sguardi - La Scuola di Atene di Raffaello



 Le Stanze di Giulio II
Nel 1508 Raffaello Sanzio era a Firenze, quando ricevette da Roma la chiamata che impresse una svolta alla sua carriera di artista. Papa Giulio II della Rovere, che disdegnava di abitare nelle stesse sale, affrescate dal Pinturicchio, che erano state occupate dall’odiato predecessore Alessandro VI Borgia, aveva scelto, come proprio appartamento privato, quattro stanze al piano superiore, realizzate al tempo di Niccolò V e Pio II a metà del XV secolo, parzialmente decorate da Piero della Francesca e Luca Signorelli. Probabilmente il nome di Raffaello era stato suggerito al pontefice dal Bramante, al quale erano stati commissionati i piani per la nuova Basilica di San Pietro. In quello stesso anno,  Giulio II aveva fatto venire a Roma anche l’altro grande astro del Rinascimento, Michelangelo Buonarroti, con l’incarico di affrescare la volta della Cappella Sistina.
Alla decorazione di quelle stanze avevano cominciato a lavorare altri artisti, quali il Bramantino, Lorenzo Lotto e il Sodoma, amico di Raffaello. L'Urbinate a quell’epoca era già un pittore affermato, ma la sua fama non andava oltre l’Italia centrale. Tuttavia, dopo aver eseguito alcuni lavori sulla volta della prima stanza, il pontefice ne rimase così favorevolmente impressionato da affidargli l'intero progetto, che l'artista portò avanti con impegno fino a poco prima della prematura morte, avvenuta nel 1520.

domenica 21 maggio 2017

Sguardi - Lo sguardo eterno. I ritratti del Fayum


Insieme agli affreschi di Ercolano e Pompei e a pochi altri esempi, i ritratti del Fayum formano l'eredità pittorica pervenutaci, in buono stato di conservazione, dall'antichità. Pur essendo state scoperte già da tempo, solo alla fine dell'Ottocento vennero effettuati degli scavi massicci nelle necropoli di quelle regioni. I ritratti furono staccati dalle mummie e trasportati in Europa, dove suscitarono grande clamore. In particolare stupiva la grande naturalezza e immediatezza espressiva, in poche parole la modernità di questi ritratti, così simili agli stili europei post-impressionisti di quegli anni, al punto da far sorgere a volte il sospetto che si trattasse di vere e proprie falsificazioni. E notevole fu l'influenza esercitata da queste tavole sullo sviluppo dell'arte moderna.
I ritratti sono stati ritrovati in forma di pannelli dipinti (a encausto o a tempera) nella regione egizia del Fayum, ad Hawara, Marina-el-Alamein e Antinoopolis, mentre altri ritratti eseguiti sui sudari provengono per la maggior parte dagli scavi condotti nelle località di Saqqara, Asyut e Tebe.

venerdì 19 maggio 2017

Sguardi - La "Saffo" di Pompei

Tondo con Donna con tavolette cerate e stilo (cosiddetta "Saffo") proveniente da Pompei, Particolare, 55 d.C., Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Secondo alcuni studiosi, la comparsa di dipinti dallo sguardo intenzionalmente rivolto verso lo spettatore coincide con la diffusione dell'arte cristiana.
Anche a causa del generale naufragio della pittura di epoca precedente e degli scarsi esempi superstiti, difficile oggi fare una valutazione definitiva. A giudicare dalla ben più copiosa arte statuaria pervenutaci, sappiamo che all'arte greca interessava, a partire dall’età arcaica, ritrarre non i singoli individui, ma figure umane che costituivano un modello di perfezione, di bellezza e di regolarità e le cui espressioni rimanevano sempre e comunque serene e imperturbabili, spesso assorte in una sorta di contemplazione interiore, immerse in una dimensione ideale, generalmente imperscrutabile e indifferente a quella reale occupata dallo spettatore. Dell'arte greca ci sono pervenuti quasi esclusivamente reperti scultorei, ma la scultura, per sua natura, sfugge alla nostra indagine sullo sguardo dell'immagine, in quanto si colloca in uno spazio tridimensionale e il suo punto di vista dipende sempre dalla posizione dell'osservatore.