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mercoledì 5 novembre 2025

Polisemia dell’immagine e vecchie e nuove iconoclastie



Abstract

Comprendere la storia dell’iconoclastia significa riconoscere che ogni civiltà, a suo modo, ha tentato di disciplinare il potere delle immagini, percependo la figura come entità eccedente, capace di incidere sul reale più di quanto la parola possa contenere. Ogni epoca si è confrontata con la loro forza emotiva, con la loro capacità di orientare comportamenti, credenze e affetti, cercando di regolare ciò che l’immagine può mostrare, suggerire o evocare. Dalla condanna degli idoli nell’antichità ai dibattiti bizantini, dalle riforme protestanti alle forme contemporanee di censura algoritmica, ricorre sempre lo stesso impulso: contenere l’eccedenza semantica delle immagini, disciplinare la loro potenza simbolica, riportarle entro un ordine controllabile dalla parola.


L’immagine è costitutivamente ambigua. A differenza del linguaggio verbale, non trasmette messaggi soggetti a codici rigorosi di significazione: non dice, ma mostra; non spiega, ma suggerisce. La sua forza non sta nella chiarezza enunciativa, bensì nella capacità di aprire lo sguardo a una pluralità di interpretazioni. In ogni immagine convivono più sensi possibili, più verità in tensione. È questa la sua polisemia, la sua natura irriducibile a un’unica lettura.
Ma proprio questa libertà del visivo - la sua resistenza alla definizione - ha generato, nel corso della storia, diffidenze e reazioni violente. Ogni volta che una cultura ha cercato di fondare la verità su un linguaggio stabile e controllabile, l’immagine è diventata sospetta. La sua ambiguità, fonte di emozione e di turbamento, è stata percepita come una minaccia: come la possibilità di deviare il senso, di ingannare lo sguardo, di sovvertire il principio della chiarezza.

mercoledì 18 luglio 2018

Prospettiva lineare e prospettiva rovesciata. Un confronto



La prospettiva è un modo di appropriarsi del visibile. L’immagine prospettica non è altro che la simulazione di uno sguardo, cioè la ricostruzione della visione di un soggetto, immaginato come spettatore di una scena (benché monoculare e immobile). Con la prospettiva lo sguardo diviene immagine. L’immagine prospettica rappresenta lo sguardo che l’osservatore rivolge al mondo (Hans Belting). E’ questo il senso della metafora albertiana della finestra (il quadro è come una finestra aperta sul mondo). Non era così nel Medioevo, dove la pittura era soprattutto rappresentazione di simboli e anche lo spazio veniva rappresentato simbolicamente, per mezzo di attributi di valore e di significato morale.

Beato Angelico, Annunciazione, 1437-46, Firenze, Convento di San Marco.


domenica 15 luglio 2018

L'incontro con Dio. L'icona orientale.

Mosaico Basilica di Santa Sofia.


L’icona orientale è profondamente transitiva, nel significato enunciato da John Shearman, nel senso che stabilisce una relazione molto profonda con colui che impropriamente definiamo spettatore, in quanto, per ciò che concerne l’iconografia orientale, sarebbe più opportuno chiamare “fedele”. Ma la transitività dell’immagine sacra orientale ha caratteristiche molto diverse da quelle che concernono l’immagine occidentale, almeno a partire dal Quattrocento.
Come Cristo ha una natura sia umana che divina, anche l’icona ha una doppia natura, fatta di visibilità e invisibilità, di esteriorità e interiorità. Ma qui non si intende opporre visibile a invisibile. L’icona non è la manifestazione sensibile dell’idea invisibile, non è l’apparenza dietro la quale si nasconde la vera realtà, ma piuttosto qualcosa che, pur essendo altro dal visibile, si rivela tuttavia nel visibile stesso, esattamente come Cristo il quale si dà nel mondo senza essere del mondo. L’icona è la «porta regale», come voleva Florenskij, attraverso la quale si manifesta l’invisibile e si trasfigura il visibile: in essa non c’è né imitazione, né rappresentazione, ma autentica epifania, “presentazione” e comunicazione tra questo e l’altro mondo.

Il punto di vista. Osservatore e Spettatore

Thomas Struth, National Gallery 1, London 1989.

Questo nuovo percorso avrà come tema il ruolo dello spettatore. Cercherà di indagare alcuni aspetti riguardanti la fruizione di immagini e la loro evoluzione storica.
Questo blog ha trattato più volte in passato argomenti che puntavano l’attenzione sui vari modi in cui si declina il rapporto tra l'interno della rappresentazione e lo spazio esterno: elementi iconografici come gli specchi, le ombre, gli sguardi dei personaggi rivolti all’osservatore sono alcuni dei temi affrontati che si proponevano di esplorare le maniere in cui l’immagine invita spesso lo spettatore a indagare lo spazio oltre il limite stabilito dalla cornice, quello che viene chiamato “fuori campo” . D'ora in poi si cercherà di analizzare il modo in cui l’immagine si rivolge al proprio spettatore.

mercoledì 2 agosto 2017

Sguardi - Lo sguardo di Dio

Cristo Pantocratore (V secolo), Monastero di Santa Caterina, Monte Sinai, Egitto.

Se i personaggi delle pitture vascolari greche sono rappresentati tutti di profilo, se i ritratti dei romani sono immersi in una loro interiorità o i loro sguardi sono indirizzati verso il mondo dell'aldilà, dobbiamo aspettare le icone cristiane per incontrare le prime immagini che ci guardano, per le quali anzi quello sguardo costituisce l'essenza della rappresentazione.
Le icone bizantine, nate nei monasteri orientali, sono caratterizzate dalle figure frontali e dalla predominanza del volto, soprattutto degli occhi, molto grandi e spalancati, considerati il luogo in cui si concentra l'energia dello spirito.
La religione dell’Antico Testamento era stata la religione della parola e del divieto categorico dell’immagine, perché Dio è il “totalmente altro” rispetto al tempo e allo spazio degli uomini, è colui che si rivela solo nel “logos” ma non si mostra mai. Il Dio dell’Antico Testamento e dell’Ebraismo è il Dio che si nasconde, è l’invisibile che resta tale, perché quando Mosé chiese a Dio di mostrarsi, la sua risposta fu categorica:
“Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”.

martedì 26 luglio 2016

L'iconografia di Gesù tra Oriente e Occidente

Cristo Pantocratore nella Cappella Palatina di Palazzo dei Normanni a Palermo.


Gesù, inteso qui solo come personaggio storico, fu un rivoluzionario? Il suo messaggio di sicuro lo fu. Esporrò solo le ragioni che ritengo più significative:

- Il nuovo comandamento. Gesù capovolge la tradizione e la prospettiva giuridico-legalistica della religione giudaica, introducendo un elemento assolutamente nuovo: l'amore incondizionato per il prossimo e addirittura per i nemici diventa il basilare paradigma che sostituisce la cieca osservanza della Legge. La salvezza non appartiene a chi osserva semplicemente i comandamenti, benché lo faccia con scrupolo e devozione, ma solo a chi apre interamente il suo cuore al bene e all'amore di Dio e del prossimo. Questo comandamento fonda non solo una nuova religione, ma anche una nuova etica universale, costituendo il presupposto al fatto che non ci può essere dominio dell’uomo sull’uomo.
- Il messaggio predicato da Gesù è anticonformista. Nelle sue parabole, il soggetto posto come esempio da imitare è sempre l'altro, il diverso, il nemico addirittura (come nel racconto del buon samaritano). Non è il sacerdote o il fariseo, o il bravo osservante della legge, non è lo scrupoloso esecutore dei comandamenti a suscitare la simpatia di Gesù, che si rivolta spesso contro ogni esteriorità religiosa e contro ogni ipocrisia. Egli sta sempre dalla parte di coloro che sono oggetto di diffidenza se non di aperta discriminazione: i pubblicani, le prostitute, i poveri, i lebbrosi, i malati, i samaritani.