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sabato 23 febbraio 2019

Il corpo umano nel Rinascimento. Masaccio e gli affreschi della Cappella Brancacci



Il XV secolo è caratterizzato da nuove condizioni politiche, sociali, economiche e culturali che favoriscono una nuova concezione dell’arte e, con essa, una nuova rappresentazione del corpo umano. Se l’iconografia medievale ruotava per lo più intorno a questioni di carattere religioso, già con lo stile cortese si era verificato un progressivo allontanamento dalla sfera sacrale e una progressiva secolarizzazione dell’immagine.
L’Umanesimo porta con sé una nuova visione dell’uomo, alquanto diversa da quella elaborata dal Medioevo. La nuova cultura attua una celebrazione laica del corpo umano, nel quale viene riconosciuto il microcosmo perfetto, che riassume e riflette il macrocosmo, cioè la struttura complessiva dell’universo, e ne costituisce l’elemento più degno. Lo stesso universo è considerato quasi un’estensione dell’uomo, per cui la conoscenza del corpo è uno strumento privilegiato di conoscenza delle leggi del mondo.

lunedì 9 luglio 2018

Uno sguardo "ammonitore"

Leonardo da Vinci, Vergine delle Rocce,  particolare, 1483-86, Musée du Louvre di Parigi.

Nel secondo libro del De Pictura, Leon Battista Alberti scrive:

“Et piacemi sia nella storia chi admonisca et insegni ad noi quello che ivi si facci: o chiami con la mano a vedere o, con viso cruccioso e con li occhi turbati minacci, che niuno verso lor vada; o dimostri qualche pericolo o cosa ivi meravigliosa, o te inviti a piagnere con loro insieme o a ridere ”.

Con queste parole l'Alberti fonda una nuova regola di composizione dell'opera, in base alla quale occorre collocare sulla scena la figura di un “ammonitore” (“admonitor”, spesso indicato in letteratura anche con il termine “commentator” o “advocator”), cioè un personaggio che assiste all'evento rappresentato e che contemporaneamente attira e sollecita l'attenzione dello spettatore, esortandolo a guardare e a comprendere quanto sta accadendo, guidando il suo sguardo e indicandogli “cosa” guardare e “come” guardarlo, suggerendogli inoltre la risposta emotiva più appropriata. Egli è un intermediario, testimone e nello stesso tempo narratore, figura dal ruolo doppio, ambiguamente collocata tra la finzione del quadro e il mondo reale.

lunedì 12 marzo 2018

L'ombra che guarisce


Masaccio, San Pietro risana gli infermi con la sua ombra, 1426-27, Capella Brancacci, chiesa di Santa Maria del Carmine, Firenze.

Una delle prime rappresentazioni in cui vengono impiegate sia le ombre incorporate (cioè le ombre proprie, necessarie per rendere volumi e rilievi) che le ombre portate è un affresco di Masaccio del 1426-27, “San Pietro risana gli infermi con la sua ombra“, facente parte di un ciclo consacrato alla vita dell'apostolo e situato nella Cappella Brancacci di Firenze.
L'opera riporta un episodio descritto negli Atti degli Apostoli, secondo cui Pietro aveva il potere di guarire gli infermi semplicemente con la propria ombra. Vediamo infatti l'apostolo, in compagnia di Giovanni, mentre avanza muto e solenne in una strada dove alcuni infermi aspettano di essere guariti. Ciò cui assistiamo nella rappresentazione è proprio l'evento del miracolo: dove Pietro è già passato due uomini si sono rialzati, un terzo, appena oltrepassato dall'ombra miracolosa, sembra sul punto di sollevarsi anche lui da terra, finalmente guarito, mentre un quarto è investito proprio in quell'istante dall'ombra del santo.

martedì 1 agosto 2017

Selfie d'artista. L'autore nella scena


Il genere dell'autoritratto autonomo, cioè quel sottogenere del ritratto in cui l'autore ritrae se stesso come protagonista assoluto del dipinto, conosce un'affermazione abbastanza tardiva, collocandosi alle soglie dell'età moderna e come punto di arrivo di un processo di presa di coscienza di sé e del proprio ruolo da parte dell'artista che inizia secoli prima. Esiste, però, un cospicuo numero di opere pittoriche (e non solo) in cui l'autore inserisce nella historia, cioè in una scena narrativa di ambientazione sacra, storica o mitologica, il proprio autoritratto.
Si parla in questo senso di autoritratti “ambientati” o “situati”. Stoichita definisce questo tipo di rappresentazione, che l'autore fa di se stesso all'interno di una storia, “autoproiezione contestuale”: "chiamerò quindi “autoproiezione contestuale” la rappresentazione dell’autore inserita in un’opera di cui egli si dichiari, in un modo o nell’altro, l’artefice." (L’invenzione del quadro, Milano, il Saggiatore, 1998, p. 208).