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domenica 23 novembre 2025

Contro il Versteher: come l'Europa ha moralizzato ed espulso la "comprensione".



Negli ultimi anni, nel dibattito politico e mediatico soprattutto tedesco (ma non solo), il termine Versteher - letteralmente “colui che comprende”- ha subito una trasformazione radicale. Da parola chiave della tradizione umanistica e della sociologia, è diventato un’etichetta polemica, un’accusa implicita di indulgenza nei confronti di potenze autoritarie come la Russia e la Cina. 
Il termine ha sempre goduto di una luce di nobiltà in quanto il verbo verstehen significa comprendere dall’interno le ragioni dell’altro ("mettersi al posto dell'altro"), cogliere il senso dell’azione umana, evitare semplificazioni moralistiche. È la postura metodologica delle scienze umane tedesche, da Dilthey a Weber. Per decenni, soprattutto nel secondo dopoguerra, questo ethos ha plasmato anche la politica estera tedesca, favorendo un approccio dialogico e una diplomazia sensibile alle condizioni storiche degli interlocutori. Ma proprio questa tradizione ha reso possibile la comparsa, nel linguaggio pubblico, di un suo rovescio. A partire dagli anni Ottanta, e in modo sempre più evidente dopo il 1991, Versteher comincia a essere usato in senso critico: non più “colui che comprende”, bensì “colui che giustifica”. C'è un lungo articolo su Wikipedia (https://de.wikipedia.org/wiki/Putinversteher) su questo argomento. La traduzione automatica in italiano rende il termine versteher con "apologeta" o "simpatizzante". È proprio la Germania a costituire, negli ultimi decenni, il principale laboratorio di questa accezione negativa. Il termine Putinversteher è apparso per la prima volta nel 2014 (viene proposto per il concorso annuale Unwort des Jahres), con l'occupazione russa della Crimea, ma è l’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio 2022 a segnare il punto di non ritorno. 

lunedì 3 novembre 2025

Oltre realismo e costruttivismo. Un'ipotesi di co-emergenza


Il nodo della questione

Il dibattito fra realismo e costruttivismo attraversa come un filo rosso la storia della filosofia moderna e contemporanea. Le due posizioni rappresentano, in fondo, due modalità opposte di pensare il rapporto tra mente e mondo, tra soggetto e oggetto, tra conoscenza e realtà.
Il realismo afferma che esiste un mondo indipendente dal soggetto conoscente e che, almeno in parte, possiamo accedere ad esso così com’è. La conoscenza, in questa prospettiva, non crea il reale ma lo rappresenta: l’atto conoscitivo ha la funzione di rispecchiare, più o meno fedelmente, ciò che esiste al di là di noi. È un paradigma che trova radici antiche - dal logos greco alla scienza galileiana - e che si è tradotto, nella modernità, nell'ideale di una descrizione oggettiva del mondo.
Il costruttivismo, al contrario, mette in discussione la possibilità stessa di un accesso “puro” alla realtà. Ogni sapere è una costruzione situata, mediata dal linguaggio, dalla cultura, dagli strumenti e dalle prospettive storiche. Non esiste un “dato” neutro, ma soltanto interpretazioni. Il mondo che conosciamo è già intriso delle nostre categorie, dei nostri simboli, delle nostre tecnologie cognitive. In questo senso, il costruttivismo sposta l’asse del problema dal mondo all’attività del soggetto, ponendo l’accento sulla dimensione produttiva della conoscenza.