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| Stadio dei Marmi |
Come è noto, la filosofa Hannah Arendt, indagando la natura del totalitarismo, accomunava il nazismo e il comunismo sovietico, identificando in esse le sole esperienze storiche e politiche che più si avvicinavano all’ideal-tipo del regime totalitario, la cui peculiarità è quella di essere fondato sul consenso di massa, reso possibile dalla dissoluzione delle classi e dalla disgregazione sociale, dall’uso sistematico del terrore e del controllo capillare della società, dal rapporto tra il capo carismatico e le masse, dall’assenza totale di libertà e dalla distruzione della sfera privata. Tesi alquanto discussa e controversa, ma questo argomento esula dagli scopi di questo articolo, che approfitta di questa premessa semplicemente per affermare che i regimi totalitari del Novecento, a cui aggiungiamo anche il fascismo, un elemento in comune lo ebbero sicuramente, al di là di ogni dubbio: la fondazione dell’arte, del cinema e della letteratura ufficiali su una sorta di realismo classico a base nazionalpopolare, accompagnata alla negazione, spesso violenta, delle esperienze di rinnovamento delle avanguardie dei decenni precedenti, condannate come “arte degenerata”, frutto dell’individualismo decadente borghese, etichettata dai nazisti come “bolscevismo culturale” e “arte giudea”, contraria sia allo spirito del Volk che a quello del proletariato.
