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lunedì 20 marzo 2017

L'uomo e la natura - Gli "Equivalenti" di Alfred Stieglitz

Alfred Stieglitz, Equivalent, 1930.

Alfred Stieglitz, il rinnovatore della fotografia americana, nell'estate del 1922 comincia a scattare fotografie di nuvole, puntando l'obiettivo verso il cielo per produrre immagini vertiginose e dalle forme eteree. In un articolo dell'anno successivo, Stieglitz scrive: «Ho voluto fotografare le nuvole per scoprire ciò che avevo appreso in quarant'anni di fotografia. Attraverso le nuvole volevo riportare sulla carta la mia filosofia della vita: mostrare che le mie fotografie non erano dovute al contenuto o ai soggetti, agli alberi, ai visi, agli interni, né a doni particolari: le nuvole sono lì per tutti... sono libere.» Nel corso degli otto anni successivi, Stieglitz realizza 350 studi di nuvole, in gran parte prodotte con la stampa a gelatina d'argento.

Sceglie questi soggetti sui quali non può esercitare alcuna influenza per scagionarsi dall'accusa di esercitare un potere ipnotico sulle persone da ritrarre, e battezza queste immagini con il nome di "Equivalenti", cioè, "equivalenti ai suoi pensieri, alle sue speranze, alle sue aspirazioni, alle sue disperazioni, ai suoi timori”. Intitola la prima serie "Musica – Una sequenza di dieci fotografi e di nuvole", nel chiaro tentativo di stabilire una corrispondenza con la musica (con la quale l'arte visiva condivide la capacità di evocazione e di suggestione emotiva) e nella certezza che il significato profondo di queste immagini vada al di là della pura e semplice trascrizione del soggetto.
Le fotografie di nuvole di Stieglitz escludono il più delle volte qualsiasi lembo di orizzonte e quindi sono prive di ogni riferimento alla terra; pertanto non offrono punti di orientamento e sono disancorate dallo spazio. Non c'è la linea dell'orizzonte in queste fotografie, non è chiaro quale sia il su e quale il giù. Esse rappresentano una sorta di taglio nella continuità infinita del cielo nuvoloso, un campo di sottili sfumature di grigio diviso tra masse luminose e masse scure. Le nuvole, prive di ogni riferimento al suolo, alla terra, all'orizzonte perdono il loro significato letterale; la nostra incapacità di ancorarle a un tempo e a uno spazio, ci costringe a leggerle come opere d'arte astratte. Gli Equivalenti sono fotografie di forme che hanno ceduto la loro identità.

Alfred Stieglitz, Equivalent, Mountains and Sky, Lake George, 1924.

In queste immagini Stieglitz, come sostiene Rosalind Krauss, riesce ad emanciparsi finalmente dall’imperativo pittorialista: fino a questo momento egli aveva sempre cercato ostinatamente di strutturare le proprie foto come dei quadri dalla composizione interna pienamente autosufficiente. Si sa infatti che una fotografia, in quanto oggetto finito, taglia una porzione di un campo infinitamente più grande. Una volta ritagliata l'inquadratura, il resto del mondo è eliminato dal taglio. Ma nelle fotografie di Stieglitz gli effetti di taglio sono deliberatamente mascherati , dissimulati o resi confusi attraverso gli elementi della composizione interna, dalle verticali della finestra e dell'ombra sul lato destro, e dalle zone buie in alto e in basso, che inquadrano gli elementi dell'immagine nello stesso modo in cui una cornice contiene e trattiene il proprio contenuto. Solo quando Stieglitz inizia a pubblicare, tra il 1916 e il 1917, le prime opere di Paul Stand comprende gli effetti particolari che derivano dal taglio.
Con le fotografie di nuvole, inquadrando un soggetto tanto astratto da essere pressoché inafferrabile, il fotografo eleva proprio il taglio dell’inquadratura ad unico elemento compositivo forte. Gli Equivalenti, infatti, sono “opere che dipendono nel modo più radicale e più evidente dall'effetto del taglio, dall'impressione che si ha, potremmo dire, di immagini strappate con forza dal tessuto continuo dell'estensione del cielo” (R. Krauss, “Teoria e storia della fotografia”). Mostrano inoltre una caratteristica essenziale del cielo: la mancanza totale di composizione. Queste immagini, infatti, sono il frutto di una combinazione del tutto fortuita, la quale dipende dal movimento delle nuvole che non è possibile controllare.

Equivalent, 1924.

Stieglitz crea un’impressione di disorientamento fino alla vertigine, immagini della realtà priva di alto e basso, dell’elemento primordiale del rapporto con essa, cioè del senso dell’orientamento con la terra, del riferimento all’orizzonte: private del suolo, le fotografie perdono il loro fondamento. Mancando qualsiasi ancoraggio all'orizzonte, la fotografia non è più ciò che abbiamo sempre creduto che fosse, ovvero un prolungamento della nostra esperienza del mondo. La verticalità e il taglio di queste immagini ci fanno perdere il senso di realtà. Con gli Equivalenti, Stieglitz riesce a trasformare degli elementi naturali come le nuvole in segni non naturali, trasponendoli nel linguaggio culturale della fotografia. La trasformazione funziona in blocco, in modo che il cielo nel suo insieme e la fotografia nel suo insieme sono posti in un rapporto simbolico reciproco. E lo strumento estetico da cui dipende questa lettura è il taglio. “In queste fotografie il taglio non è dunque affatto un semplice fenomeno meccanico. E' l'unica cosa che costituisce l'immagine e che, costituendola, implica che la fotografia è una trasformazione assoluta della realtà. Non perché la fotografia è senza spessore, in bianco e nero, o piccola, ma perché in quanto serie di segni realizzati su carta attraverso la luce, non possiede più orientamento "naturale" in rapporto agli assi del mondo reale di quanto ne possiedano, su un quaderno, i segni che conosciamo sotto il nome di scrittura” (R. Krauss).
Se si guardano obbiettivamente, molte di queste stampe ricche di neri profondi, di grigi scintillanti e di bianchi incandescenti, affascinano per la loro assoluta bellezza formale. Sono astrazioni fotografiche: la forma astrae dal significato illustrativo. Eppure paradossalmente, lo spettatore non si dimentica neppure per un minuto di quello che è stato fotografato. Mentre si sorprende di riconoscere il soggetto, si rende conto quasi subito che la forma dalla quale il suo occhio è affascinato è espressiva, importante, e si meraviglia che tanta bellezza possa celarsi in un soggetto così banale. Questa è la forza della macchina fotografica: può cogliere immagini familiari e dotarle di nuovi significati, con un'espressione particolare, con l'impronta di una personalità.

Alfred Stieglitz, Equivalent, 1923.

Per Stieglitz queste fotografie sono gli equivalenti delle sue più profonde esperienze di vita. Suo scopo è quello di mostrare un "equivalente esterno di ciò che ha già preso forma in me", come una mappa del suo paesaggio interiore. Un’immagine equivalente esprime uno stato d’animo in modo molto più efficace e profondo che le parole che di solito si usano per definirlo. Associando il trasformarsi vertiginoso delle nuvole nel cielo ai propri stati d'animo, Stieglitz, con i suoi equivalenti, non solo porta avanti una ricerca spirituale e metafisica (“del caos del mondo e del suo rapporto con il caos”), ma anche una sperimentazione estetica radicale.
La rottura con il pittorialismo è completa. Si aprono le porte a un nuovo modo di concepire la fotografia d’arte. L’inquadratura, la composizione, l’esposizione, il gioco di luci e di toni di nero, la qualità materiale della stampa sono tutti elementi che appartengono esclusivamente alla fotografia, ed essi diventano l’ambito della ricerca artistica. Lo scopo, poi, è la comunicazione di ciò che le cose suscitano nel profondo dell’animo degli uomini. Da una fotografia come rappresentazione del visibile, inizia a farsi strada l’idea di una fotografia come rivelazione dell’invisibile.


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