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mercoledì 19 novembre 2025

Il sintomo come categoria interpretativa dell’immagine

Maestro delle Storie di Elena, L'imbarco di Elena per Citera, particolare, 1445 ca. - 1450 ca.


Il termine sintomo, applicato ai discorsi sulle immagini, apre un campo teorico denso e interdisciplinare. Implica una concezione dell’immagine non come superficie compiuta e autosufficiente, ma come manifestazione di forze, tensioni e sopravvivenze che la attraversano, l’affiorare di strutture culturali profonde che la precedono e la eccedono. Pensare l’immagine come sintomo significa leggerla come traccia vivente, come l’emergere inatteso di ciò che insiste sotto la sua forma apparente. In questa prospettiva, la sintomatologia dell’immagine diventa una via privilegiata per cogliere la natura stratificata dei fenomeni visivi, là dove storia, psiche, memoria e cultura si intrecciano in configurazioni spesso opache e irregolari.
Qui siamo lontani sia dal terreno della semiotica che da quello della storia dell'arte tradizionale. Se il simbolo appartiene all’ordine del significato, il sintomo si colloca piuttosto nell’ordine del trauma e del rimosso. Il simbolo lavora nella logica della rappresentazione: organizza, media, traduce, riconduce il visibile a un quadro semantico condiviso. Il sintomo, al contrario, irrompe come ciò che sfugge alla sintassi del significato; è la traccia di un vissuto non elaborato, il ritorno perturbante di ciò che è stato espulso dall’ordine della coscienza o della cultura. Mentre il simbolo integra, il sintomo disintegra; mentre il simbolo pacifica, il sintomo incrina. È proprio in questa forza di disturbo, in questa eccedenza che si manifesta senza poter essere completamente interpretata, che il sintomo rivela la presenza di un'energia sottorranea, di un residuo non assimilato, di un passato che continua a lavorare nel presente dell’immagine.

giovedì 2 settembre 2021

Appunti sul tempo

Salvador Dalì, La persistenza della memoria, 1931.


Non su quello metereologico, ma su quella cosa rispetto alla quale Sant'Agostino affermava: "se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so".

Ma non si tratta di una definizione del tempo ciò di cui si va alla ricerca. Piuttosto di una constatazione: se c'è un tratto che accomuna alcune produzioni, nell'ambito delle discipline e dei campi del sapere più disparati, della prima metà del Novecento, è la ricerca di sovvertire la concezione del tempo considerato come corso lineare (causale o teleologico), fatto di passato, presente e futuro, da intendersi come tre componenti stabilmente e irrevocabilmente ordinate in senso sequenziale.

domenica 1 novembre 2020

Simbolo e Sintomo


In Davanti all'immagine (Mimesis 2016) Didi-Huberman sviluppa il concetto di sintomo riferito alla fruizione e allo studio dell'arte.

Egli afferma che l'immagine occidentale è agitata da un lavoro che oscilla tra due opposte tensioni: la visione da una parte e la lacerazione dall'altra, l'interpretazione dei significati e la scoperta dell'inintelligibile. La lettura e il trauma.

L'immagine contiene insomma, al contempo, simboli e sintomi.

lunedì 29 luglio 2019

Se questo è un corpo. Il problema della rappresentazione dell’orrore

Nella foto: Internati di Buchenwald

L'immagine della tragedia limita l'immaginazione e il pensiero simbolico oppure li stimola?
L'immagine depotenzia e addolcisce l'orrore della storia o è capace di mostrarlo mantenendone intatta la straziante potenza?

La Shoah, la catastrofe che, per Richard Rubenstein, costituisce la prova della non esistenza di Dio, è uno spartiacque nella storia del Novecento. Niente, dopo, è stato più come prima.
«Morirono come bestiame, come materia, come cose che non avevano più né corpo né anima, nemmeno un volto su cui la morte potesse apporre il suo sigillo», scriveva Hannah Arendt.
L'annientamento su base scientifica e industriale di milioni di persone aveva significato l'irruzione di immagini totalmente inedite, tanto da portare il filosofo Adorno a chiedersi come sarebbe stata ancora possibile un’arte dopo la Shoah.
Come si poteva poter continuare a rappresentare l’uomo, il suo corpo, dopo che l’uomo era stato ridotto a mero corpo, prosciugato, straziato, accatastato, ridotto in carcassa o in cenere? Come si poteva rappresentare l’uomo, che era stato al centro dell’arte per cinque secoli in quanto immagine di Dio, dopo che anche Dio era morto nei campi di sterminio?