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sabato 2 giugno 2018

Ombre nelle strade delle metropoli: Lee Friedlander

Lee Friedlander, New York City, 1966.

Un fotografo che ha fatto dell’ombra portata quasi un marchio di stile è l’americano Lee Friedlander, le cui complesse strategie formali di visione hanno trasformato la nostra comprensione visiva della cultura americana contemporanea. Friedlander rivolge la sua attenzione al quotidiano, all’ordinario, fotografando anche i dettagli più anonimi della vita di tutti i giorni. Come Walker Evans e Robert Frank prima di lui, egli sonda quello che chiama "il paesaggio sociale americano", vagando per le strade cittadine e scattando fotografie, selezionando dal caos urbano dei frammenti che addensa e ricompone insieme in un’architettura sorprendentemente complessa.

La sua maestria è quella di infrangere le tradizionali regole compositive e di trasformare comuni errori da fotografia amatoriale in autentici enigmi visivi e in spunti creativi che hanno rinnovato la fotografia: pali proprio in mezzo all’immagine, ombre e riflessi del fotografo che si intromettono nella scena, elementi incongruamente tagliati, prospettive sghembe e inquadrature inusuali, vetrate che confondono lo spazio esterno con quello interno.
"Self Portrait" è il primo libro di fotografie pubblicato da Lee Friedlander. Contiene una serie di immagini scattate tra il 1964 e il 1969 e in tutte è presente l’autoritratto dell’autore, il più delle volte sotto forma di riflesso o di ombra che si intromette nella scena ripresa (più di recente è uscito “In the Picture Self-Portraits 1958-2011”, che raccoglie gli autoritratti realizzati nel corso di oltre cinquanta anni).
Friedlander acquisisce la sua sagoma come un personaggio all’interno di quelli che Peter Galassi ha definito “dei minidrammi di strada”. Nelle sue fotografie vediamo la sua immagine recitare il ruolo di alter ego e alzarsi, imporsi, posizionarsi, piegarsi, rifrangersi. L’autore inserisce se stesso nella scena come uno stalker o un fantasma che attraversa il paesaggio americano. A volte le sue ombre indipendenti incutono una certa inquietudine, altre volte invece l’effetto è umoristico e provocatorio.
Osserviamo “New York City” (1966): una donna bionda, con addosso una pelliccia, cammina in una strada cittadina. L’immagine la inquadra di spalle, dove il sole proietta la sagoma nera di un uomo, lo stesso fotografo. Forse un accenno alla natura predatoria della fotografia di strada.
Quell’ombra in primo piano, che sembra un errore, in realtà esprime una precisa consapevolezza, che scardina la pretesa oggettività della fotografia. Quest’ultima non è puro e incorruttibile specchio della realtà, ma è sempre e comunque una “mediazione”, perché rappresenta il punto di vista di qualcuno, un qualcuno del quale in questo caso percepiamo ben chiara la presenza: il fotografo, il suo sguardo, il suo posizionarsi all’interno dello spazio che inquadra con la propria macchina.
Jean-Claude Lemagny, che colloca nei tardi anni cinquanta i primi germi di ciò che sarà chiamato “postmodernismo”, cioè la perdita della certezza e della fiducia nei valori della tradizione e i turbamenti che porteranno alla “morte del soggetto”, ormai espulso dalla centralità della rappresentazione, nella sua “Storia della fotografia” scrive: “In queste fotografie l'essere umano è divenuto un oggetto fra altri in un mondo intasato di oggetti fino alla nausea. E sotto la luce tagliente e dura degli Stati Uniti il passante incrocia gli altri senza vederli […]. Egli stesso si trova improvvisamente amputato, occultato da ciò che si interpone fra lui stesso e il fotografo. La fotografia aveva sempre cercato di eliminare tutto ciò che nasconde il soggetto, ma Friedlander fotografa tutto quello che c’è in mezzo, a cominciare dalla propria ombra […], perché l’ombra c’è, invece di abbandonarsi ai furtivi saltelli dei reporter del «momento decisivo»”.
Tra il fotografo e il suo soggetto si intromette, invadente e ingombrante, la sagoma nera di un’ombra, figura metonimica che allude allo sguardo e al pensiero dell’autore della foto. Tutto ciò rappresenta per la fotografia una consapevolezza nuova, una presa di coscienza della componente soggettiva di un’immagine. L’autore diventa parte della traccia che riprende; egli non può solo documentare, ma inevitabilmente interagisce con i suoi soggetti. L’autoritratto sarà, per Friedlander, un laboratorio dove sperimentare e verificare continuamente le sue idee sul medium e sul ruolo di chi ne fa uso, insistendo sul potere della fotografia di trasformare ciò che descrive.
Riprese nel caos della vita urbana contemporanea, nelle sue foto sembra esistere sempre una costrizione, un’impossibilità a dire o a fare di più. La fotografia è insieme quel che l’autore vede e quel che non riesce a completare con la sua visione.


Lee Friedlander, New Orleans, 1966.

Lee Friedlander, Shadow Self-Portrait on Maria, 1966.

Lee Friedlander, Westport, Connecticut, 1968.

Lee Friedlander. Madison. 1966.

Lee Friedlander. Lafayette Louisiana. 1968.

Lee Friedlander, Paris, 1978.

Lee Friedlander. Canyon de Chelly, Arizon. 1983.

Lee Friedlander, Kodiak, Alaska, 1988.

Lee Friedlander (b. 1934) Self portrait, Santa Fe, 2008.

Lee Friedlander (b. 1934) Maria Friedlander, Las Vegas, Nevada, 1970.

Lee Friedlander, Nuevo Mexico. 2008.

Lee Friedlander, Tucson, 2009.

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