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domenica 7 maggio 2017

Follia - Follia e musica

Cominciamo con un bel brano di Vasco Rossi, tratto dal primo album ...ma cosa vuoi che sia una canzone del 1978.



Il brano di Guccini, dal titolo "Il frate", uscì per la prima volta nel 1970, all'interno dell'album "L'isola non trovata". Questa versione che sentite fa invece parte della raccolta live "Fra la mia Emilia e il West".
Racconta di un personaggio chiamato "il frate", "vestito di stracci e stranezza", che "viveva di tutto e di niente, di vino che muove i ricordi, di carità della gente, di dei e filosofi sordi".
Guccini trae dai suoi ricordi questa figura marginale, esposta allo scherno e al riso, con alle spalle una vocazione finita e una crisi spirituale, un presente fatto di alcool e di elemosine, di discorsi in tedesco e in latino su Dio e Schopenhauer.
Eppure l'autore si chiede alla fine chi dei due fosse veramente disperato, "chi avesse capito la vita, chi non capisse ancor nulla", riconoscendo il confine labile ed incerto tra normalità e follia e come quest'ultima, spesso, non sia altro che una porta, strampalata o dolorosa, che immette nella verità.



In tutta la sua discografia, Giorgio Gaber non ha mai cessato di mettere in luce la schizofrenia, le fobie e le turbe psichiche dell'uomo moderno, la linea ambigua tra follia e normalità che caratterizza la società che viviamo.
Nell'album "Far finta di essere sani" (1973), scritto con l'immancabile Luporini, il Signor G indaga questi temi in modo diretto. Anche se sono passati oltre quattro decenni, quei testi si rivelano di un'attualità sconvolgente, mostrando la "patologia" insita sia nell'individuo che nella collettività, profondamente inautentici e vuoti, prede di ossessioni e manie e di pensieri e comportamenti schizoidi.
Tanto che Gaber fu invitato a rappresentare disco e spettacolo anche all’ospedale neuropsichiatrico di Voghera. Era il giugno ’74, e il medico che l’aveva invitato disse: «Non è che il disturbo psichico non sia una devianza, non è questo che vogliamo dire; è che questa devianza spesso appartiene anche ai cosiddetti sani. Dov’è il confine, dunque?».



Nello stesso album "Far finta di essere sani", anche il brano "L'elastico", che verrà inserito nel "Teatro-canzone", spettacolo messo in scena negli anni novanta e registrato al Carcano di Milano nel gennaio 1992. 
Gaber, da solo sul palcoscenico, col suo ghigno tragicomico, ammiccante e finto-ebete, racconta la psicopatologia della vita quotidiana, le angosce e la solitudine dell'uomo che perde i pezzi in un mondo che avverte come ostile, il suo cortocircuito mentale, il problematico rapporto tra maschera pubblica e coscienza individuale, il vuoto di una libertà che ha perso l'impegno. 
Ne “L'elastico" racconta un uomo scisso, con l'allucinante messa in scena dell'essere "fuori di sé": "il mio corpo così lontano come fosse morto era abbandonato e non c'era più l'elastico. Me fuori di me, fuori di me, fuori di me…".


Questo brano è stato scritto da Don Backy nel 1971 e racconta in prima persona la storia di un ragazzo ricoverato in un manicomio, alle prese con la voragine muta del proprio passato, con il delirio delle proprie allucinazioni e con l'alienazione di una vita da recluso.
Questa canzone costituirà anche il brano di apertura dell'album "Singolare" (1976) di Mina, una delle interpretazioni più intense della cantante, che l'inserì nella scaletta degli ultimi concerti dal vivo nel 1978.

Sognando
Me ne sto lì seduto e assente, con un cappello sulla fronte
E cose strane che mi passan per la mente
Avrei una voglia di gridare, ma non capisco a quale scopo
Poi d’improvviso piango un poco e rido quasi fosse un gioco
Se sento voci, non rispondo
Io vivo in uno strano mondo
Dove ci son pochi problemi
Dove la gente non ha schemi
Non ho futuro, né presente, e vivo adesso eternamente
Il mio passato é ormai per me, distante
Ma ho tutto quello che mi serve,
nemmeno il mare nel suo scrigno
Ha quelle cose che io sogno,
e non capisco perché piango
Non so che cosa sia l’amore
E non conosco il batticuore
Per me la donna rappresenta
Chi mi accudisce e mi sostenta
Ma ogni tanto sento che,
gli artigli neri della notte
Mi fanno fare azioni, non esatte
D’un tratto sento quella voce, e qui incomincia la mia croce
Vorrei scordare e ricordare,
la mente mia sta per scoppiare
E spacco tutto quel che trovo
Ed a finirla poi ci provo
Tanto per me non c’è speranza
Di uscire mai da questa stanza
Sopra un lettino cigolante, in questo posto allucinante
Io cerco spesso di volare, nel cielo
Non so che male posso fare, se cerco solo di volare
Io non capisco i miei guardiani, perché mi legano le mani
E a tutti i costi voglion che
Indossi un camice per me
Le braccia indietro forte spingo
E a questo punto sempre piango
Mio Dio che grande confusione, e che magnifica visione
Un’ombra chiara mi attraversa, la mente
Le mani forte adesso mordo e per un attimo ricordo
Che un tempo forse non lontano, qualcuno mi diceva: ‘t’amo’
In un addio svanì la voce
Scese nell’animo una pace
Ed è così che da quel dì
Io son seduto e fermo qui…

Nel 2007 Simone Cristicchi vinse il Festival di Sanremo con "Ti regalerò una rosa", una canzone che racconta la storia di uno dei tanti malati di mente dimenticati nelle strutture psichiatriche italiane di inizio Novecento.
Il brano fa parte dell'album "Dall'altra parte del cancello" (questo era anche il titolo di un brano di Gaber), accompagnato da un documentario, realizzato in diversi istituti di igiene mentale d'Italia e facente parte di progetto di grande respiro, di tipo multimediale (che racchiude uno spettacolo teatrale, un album, il documentario e il libro “Centro di igiene mentale”), pensato per far uscire quelle persone dal silenzio e per sensibilizzare sulla dura realtà dei centri psichiatrici:


Il testo del brano riporta le parole di una lettera d'amore, scritta da Antonio, ospite di un manicomio, e diretta a Magherita, una donna che era stata ospite dello stesso centro per qualche tempo. Un sentimento che gli aveva permesso di sentirsi ancora un uomo vivo e capace di amare. La lettera si conclude con un tragico anelito alla libertà: Antonio cerca il volo lasciandosi cadere dal tetto dell'ospedale, ultimo disperato grido di vita e di dignità. Il triste epilogo del brano venne anche simulato da Cristicchi durante le sue esibizioni a Sanremo mediante l'uso di una sedia, dalla quale saltava giù imitando l'ultimo, e unico, volo di Antonio.
Nel video, diretto da Alberto Puliafito, vediamo Cristicchi aggirarsi tra le fatiscenti mura di alcuni istituti di igiene mentale in disuso, fra cui quello di Cogoleto in provincia di Genova, dove vivono persone dimenticate da tutti, “punti di domanda senza frase”, “astronavi che non tornano alla base”.
L'ispirazione per questo brano venne a Cristicchi durante una visita al manicomio di Girifalco in Calabria. Però i matti, dichiara lo stesso cantautore, lì stanno fuori, c’è uno scambio con la cittadinanza per cui non si percepisce, girando per le strade, chi è matto e chi no. Non c’è alcun confine. Da lì prese avvio il suo viaggio dentro ciò che rimane dei manicomi italiani da Genova a Roma, scoprendo tante realtà positive, ma anche tante storie intrise di dolore e sofferenza. Come le lettere del primo Novecento, scritte tra le mura del manicomio di San Girolamo, alle quali si è ispirato per la storia di Antonio… Secondo il regolamento, i matti non potevano comunicare con l’esterno, così le lettere che i pazienti scrivevano ai loro cari non venivano mai spedite. Grazie al libro e alle canzoni di Cristicchi, quelle lettere, dopo cento anni, sono uscite finalmente da quelle mura.


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