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giovedì 6 settembre 2018

Errori di prospettiva


Antonello da Messina, San Sebastiano, 1478, Dresden Gemäldegalerie.


Abbiamo visto come, a partire dal Rinascimento, la ricezione di un quadro da parte di uno spettatore si fondi sul fatto che quest’ultimo, a priori, accetti l'effetto trompe l'oeil. L'osservatore è invitato, secondo l'espressione di Alberti, a considerare il quadro come una “finestra sul mondo” e a comportarsi, rispetto alla scena rappresentata, e perciò simulata, come di fronte a una scena reale. L’adozione del dispositivo prospettico costituisce, da questo punto di vista, lo strumento per ottenere la simulazione di una visione naturalistica delle cose.
Ma più o meno tutti i grandi artisti rinascimentali – da Antonello da Messina a Mantegna, da Leonardo da Vinci a Raffaello, da Michelangelo a Dürer – hanno spesso tradito, consapevolmente o meno, le regole prospettiche di cui si sono fatti promotori, quando il rispetto pedissequo di quelle regole, in particolare del punto di vista unico, comprimeva le potenzialità espressive dell’opera. La prospettiva quattrocentesca non è perciò da intendersi come norma assoluta, ma strumento nelle mani dell’artista.

mercoledì 16 agosto 2017

I ritratti di Antonello da Messina


Per riscattare la propria condizione sociale, passando dallo status di artigiani a quello di intellettuali, gli artisti del Rinascimento rivendicavano il potere conoscitivo dell’arte, cioè il suo tendere all'universale, all'ideale eterno che trascende la materia e la caducità del particolare. Il ritratto, per sua natura, non si prestava molto allo scopo, perché è un genere che è legato alla particolarità di un individuo e per questo è stato a lungo visto con diffidenza dagli stessi artisti e considerato un genere inferiore rispetto alla pittura sacra e mitologica. Emblematico, infatti, è il caso di Michelangelo che accettò di eseguire un ritratto soltanto una volta in tutta la sua carriera. I ritratti del Quattrocento italiano tendono a idealizzare, a nobilitare, a trarre dalla caducità terrena e a elevare in una dimensione eterna i soggetti raffigurati, e non solo perché la loro funzione è soprattutto celebrativa ed encomiastica, ma anche perché la tendenza all'ideale, alla sublimazione della materia è considerata lo scopo supremo dell'arte, ciò che innalza quest'ultima dalla pratica artigiana facendone una nobile strada di conoscenza. Prevale all'epoca, perciò, il ritratto aulico di profilo, modellato sulle monete e medaglie romane, che celebra e idealizza i potenti, chiudendoli tuttavia in una dimensione lontana e in un isolamento inaccessibile, come i ritratti di Federico da Montefeltro e di Battista Sforza realizzati da Piero della Francesca.