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sabato 7 ottobre 2017

Immagini al quadrato - Smoke. Le fotografie del mio angolo


Quale sarebbe la vostra reazione se un amico vi mettesse di fronte dodici album contenenti ben 4.000 fotografie, che riprendono tutte quante lo stesso scorcio urbano, un angolo all'incrocio di due strade, e vi dicesse che quello è il lavoro della sua vita, cominciato ben quattordici anni prima?
Questo è quanto capita al protagonista di “Smoke”, il bel film diretto da Wayne Wang e basato su un racconto di Paul Auster, “Il racconto di Natale di Auggie Wren”.

La scena che vi ho descritto, ambientata in un appartamento di Brooklyn, coinvolge lo scrittore Paul Benjamin (interpretato da William Hurt), in crisi in seguito alla morte della moglie, e Auggie Wren (Harvey Keitel), gestore di una tabaccheria. E' quest'ultimo colui che ha la passione della fotografia e ogni mattina, alle otto in punto, piazza il cavalletto e la macchina davanti al suo negozio e scatta una foto all’angolo fra la Terza Strada e la Settima Avenue: “E' per questo che non vado in vacanza – dichiara - , devo stare qui ogni mattina, alla stessa ora, ogni mattina nello stesso posto alla stessa ora. E' il mio progetto. Quello che puoi chiamare il lavoro della mia vita. E' la documentazione del mio angolo”. L'amico scrittore è un po' sconcertato nel vedere tante fotografie che sembrano tutte uguali.
Questo è il dialogo che ne segue:

AUGGIE (sempre sorridendo) Non capirai mai se non rallenti, mio caro.
PAUL Che vuoi dire?
AUGGIE Che vai troppo in fretta. Quasi non le guardi, le fotografie.
PAUL Ma sono tutte uguali.
AUGGIE Il posto è lo stesso, ma ogni foto è diversa dall’altra. Ci sono le mattine col sole e quelle con le nuvole, c’è la luce estiva e quella autunnale. Ci sono i giorni feriali e quelli festivi. C’è la gente con cappotto e stivali e gente in calzoncini e maglietta. Qualche volta la gente è la stessa, qualche volta è diversa. E talvolta la gente diversa diventa la stessa mentre quella di prima scompare. La terra gira intorno al sole e ogni giorno la luce del sole colpisce la terra con un’inclinazione diversa.
PAUL (sollevando gli occhi dall’album e guardando Auggie) Rallentare, eh?
AUGGIE Si, questo è il mio consiglio. Sai com’è: domani e domani e domani, il tempo scorre a piccoli passi.


Vale la pena soffermarsi su questo dialogo: “E' la documentazione del mio angolo”, dichiara Auggie. Come avviene questa documentazione? L'apporto autoriale, in questo caso, è ridotto al minimo: il fotografo non gira per la città né compie viaggi lontani, né si apposta attendendo attimi decisivi. Aspetta solo che arrivino le otto di mattina e poi, dopo aver piazzato la macchina nello stesso posto, scatta la foto senza neanche inquadrare e lasciando fare al caso. Nonostante spazio e tempo della fotografia siano rigorosamente determinati, tuttavia è alle funzioni della macchina che viene demandato lo scopo del progetto: la documentazione di quell'angolo di strada in tutti i periodi dell'anno, a prescindere dagli accadimenti e dai soggetti che si trovano ad occupare quello spazio in quel dato tempo. Il massimo della progettualità coincide, paradossalmente, con il massimo della casualità.


Le fotografie di Auggie non inquadrano nessun soggetto in particolare, ma registrano le variazioni che il tempo apporta a uno stesso spazio: è il tempo il vero oggetto del progetto fotografico. Il tempo che scorre continuo, ma che la fotografia frammenta in istanti discontinui, riuscendo però, in questo modo, a rendercelo visibile, mostrandoci il variare dei luoghi allo scorrere delle ore e delle stagioni.
L'oggetto di queste fotografie è il tempo e l'evento casuale che accade in esso. Alla fine di questo dialogo, mentre continua a scorrere gli album dell'amico Auddie, in una delle infinite fotografie che ritraggono sempre lo stesso scorcio urbano, Benjamin intravede la moglie morta che, nel momento in cui era stato eseguito lo scatto, passava proprio da quella strada, finendo immortalata dalla macchina. L'uomo ha un tuffo al cuore e si commuove. Proprio la casualità gli ha restituito l'immagine per lui più bella, un regalo imprevisto e struggente. Il caso ha compiuto una delle funzioni più sentite della fotografia: tenere vivo e stretto il legame con chi, per un motivo o per un altro, è lontano o non c'è più.
Il progetto di Auggie è molto simile a quello realizzato nel 1970 a Milano da David Lamelas, video maker di origine argentina. Una camera fissa su via Orefici riprendeva per quattro minuti i passanti dell’affollata via milanese, documentando minuziosamente tutto ciò che avveniva. Nello stesso lasso di tempo venivano scattate 11 fotografie a intervalli regolari. Anche qui l'immagine si generava al di là dell'intenzionalità e delle previsioni del proprio autore, sfuggendo al suo controllo e lasciando aperta la porta al caso.


Se per acuti pensatori come Franco Vaccari, teorico delle “esposizioni in tempo reale”, l'abdicazione al controllo e l'indipendenza operativa della macchina, liberando le potenzialità del caso, possono schiudere la strada all'imprevisto e alla rivelazione, un altro acuto pensatore come Jean Baudrillard mette in guardia dal sopravvento della tecnologia e degli automatismi: “tutte le nostre tecnologie, quindi, sarebbero semplicemente lo strumento di un mondo che crediamo di dominare, mentre invece è esso a imporsi attraverso questa apparecchiatura di cui siamo soltanto gli operatori” (Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà).

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