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domenica 10 febbraio 2019

I Ritratti del XX secolo di August Sander



La fotografia positivista ottocentesca tratta il corpo essenzialmente come oggetto catalogabile e non come sembiante di un individuo con un’identità sua propria. Il ritratto giudiziario, quello medico e quello etnografico si interessano ai tipi generali e anche la fotografia che studia il corpo come macchina in movimento non prende in considerazione la particolarità del soggetto ripreso, anzi si sforza di mantenerla nascosta dietro il puro dato anatomico, studiato anch’esso nella sua impersonale generalità.
La documentazione tipologica della figura umana passa il confine del secolo e approda nella Germania degli anni ’10 e ’20, periodo in cui il fotografo August Sander intraprende l’ambizioso progetto di documentare e classificare le tipologie sociali dell’uomo tedesco, poi pubblicato nel celebre Menschen des 20. Jahrhunderts Portraitphotographien 1892 – 1952 (Ritratti del Ventesimo Secolo), citato da Benjamin come esempio di immagini private di ogni aura e dal potenziale conoscitivo ed educativo, in grado di rivendicare alla fotografia una funzione sociale e politica, piuttosto che estetica. “L’opera di Sander è più di una raccolta di fotografie: è un atlante su cui esercitarsi”, scriveva nel 1931 nella sua “Piccola storia della fotografia”. In quelle immagini, infatti, egli coglieva la crisi del ritratto borghese e di rappresentanza e l’emergere di un nuovo soggetto, il volto di un’intera epoca, l’Antlitz der Zeit, insomma, come recitava il titolo del primo libro di Sander, pubblicato nel 1929. Questo era introdotto da un testo di Alfred Döblin, il quale scriveva: “Di fronte a questi ritratti incontriamo la forza collettiva della società umana, della classe, del livello culturale… si tratta di un ampliamento del nostro campo visivo”.

lunedì 19 novembre 2018

L’aura non c’è. Walter Benjamin e la riproducibilità tecnica dell'arte

Rue Hautefeuille, 6th arrondissement, 1898.


Sono due i concetti fondamentali, elaborati da Benjamin, che negli anni Trenta rimettono in discussione la concezione tradizionale dell’arte e della fruizione estetica: la perdita dell’aura e l’inconscio ottico.
Molti teorici dell'epoca cercavano di includere la fotografia e il cinema nell’ambito delle arti, nonostante la loro origine tecnica. La tesi di Benjamin è del tutto opposta: non si tratta di far rientrare in qualche modo la fotografia e il cinema nell’alveo ristretto dell’arte, ma di cambiare radicalmente il concetto medesimo di opera d’arte, un concetto che era stato già di fatto trasformato dalla diffusione dei nuovi mezzi tecnici di riproduzione e diffusione delle immagini. Come si sa, questa è la tesi fondamentale del suo saggio più famoso, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica: fotografia e cinema hanno mutato le condizioni dell’esperienza estetica, così come del concetto tradizionale di arte nel suo complesso, in quanto la riroduzione in serie priva l’opera d’arte di un requisito basilare: l’hic et nunc, cioè la sua esistenza unica e irripetibile nel tempo e nello spazio (il contesto originario di collocazione).