Visualizzazione post con etichetta finzione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta finzione. Mostra tutti i post

lunedì 14 gennaio 2019

L’Autoportrait en noyé. La prima fiction fotografica.

Hippolyte Bayard, Autoportrait en noyé, 18 ottobre 1840.


Quello di Hippolyte Bayard non è il primo autoritratto della storia (sembra che questo primato appartenga all’americano Robert Cornelius), ma la fotografia Autoportrait en noyé (di cui esistono più varianti) è celebre per altre caratteristiche, che ne fanno comunque un oggetto pionieristico. Utilizzando la poco elegante terminologia dei nostri giorni, possiamo affermare che questa immagine costituisce la prima bufala fotografica della storia. Ma, forse è più corretto affermare che si tratta della prima finzione fotografica o, per dirla in altri termini, del primo esempio di staged photography. Questa tecnica di produzione di immagini di recente invenzione - che di lì a qualche anno Baudelaire sottoporrà a condanna feroce in quanto mera riproduzione meccanica della realtà, lontana dalle forme artistiche più autentiche, come la pittura e la rappresentazione teatrale - viene in tal caso indirizzata verso uno scopo comunicativo e manipolativo attraverso una vera e propria messa in scena, contraddicendo la supposta netta distinzione tra realtà e finzione proprio attraverso un mezzo ritenuto connesso indissolubilmente alla riproduzione del reale e del vero.

martedì 18 dicembre 2018

Fruizione di un’opera d’arte come gioco a far finta

Georges Seurat, Un dimanche après-midi à l'Île de la Grande Jatte, 1883-85, Art Institute of Chicago, Chicago.

Cosa hanno in comune lo spettatore di un’opera d’arte e un bambino che gioca con una bambola o un camion dei pompieri? Secondo Kendall L. Walton, autore di “Mimesis as Make-Believe” (Mimesi come far finta, 1990) hanno molto in comune, in quanto entrambi sono impegnati in un gioco a ‘far finta’. Per questo autore, fruire un'opera d'arte equivale a partecipare a un gioco, a utilizzare l'immaginazione per dar vita a un mondo finzionale.

Lo scopo che si prefigge Walton è quello di capire cosa siano le opere rappresentazionali (i dipinti come i romanzi, i film come le opere teatrali), e di fornirne una teoria generale. Egli è convinto di poterle indagare in maniera unitaria, perché tutte le rappresentazioni sono mimesi, cioè finzioni. La sua teoria di mimesi, si badi bene, è molto diversa da quelle precedenti, in cui ‘mimesi’ equivaleva a ‘imitazione, somiglianza’, e in cui veniva coinvolta soprattutto la questione ontologica e semantica dell’opera d’arte. Walton, invece, pone la sua teoria su una base essenzialmente pragmatica: il ‘far finta’ è un’attività immaginativa che riguarda il soggetto coinvolto nella finzione; e non riguarda solo l’esperienza estetica, ma costituisce un aspetto saliente dell’attività umana nel suo complesso.