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mercoledì 16 ottobre 2019

Haruki Murakami



Leggere i romanzi di Murakami è davvero una singolare esperienza dello spirito. Le sue pagine oscillano tra una quotidianità quasi minimalista e una dimensione onirica dal profondo spessore simbolico.

Pochi libri riescono a coinvolgere non solo la mente del lettore, ma anche la sua sfera sensoriale. Questi sono tra quelli. In tutti i romanzi che ho letto c’è prima di tutto una colonna sonora che li attraversa, fatta soprattutto di musica jazz, molto efficace, con la sua raffinata innocenza, nel creare l’atmosfera di straniamento allucinatorio dei personaggi.

"Non lasciarmi" di Kazuo Ishiguro



Ho apprezzato alcuni elementi del libro: lo sforzo dell’ambientazione, che cerca di darci sempre l’impressione di uno spazio costretto, separato, racchiuso, invalicabile oltre che desolato, facendo spesso ricorso a immagini di siepi, reticolati, steccati, paludi, campi incolti e fangosi di contro un cielo grigio ma immenso. L’autore si lascia però sfuggire l’occasione di far decollare la metafora spaziale, per esempio perdendosi in dialoghi di un minimalismo snervante in occasione della visita alla barca arenata nella palude, che invece era suscettibile di uno sviluppo meraviglioso. Va a segno invece il progressivo scadere e farsi sempre più desolato del paesaggio in cui è ambientata via via la storia, a mano a mano che si fa luce nei protagonisti e nel lettore la consapevolezza della verità: dal ridente e verdeggiante (seppure con i suoi angoli ambigui e i boschi lontani e inquietanti) di Hailsham, alla fredda e fangosa campagna che circonda i cadenti Cottages, fino alla desolazione di Kingsfield.

"Pastorale americana" di Philip Roth



Questo libro è al tempo stesso spietato e pregno di pietà e di umana comprensione. E’ la storia di un uomo che, gradatamente e drammaticamente, acquista la consapevolezza di come tutto intorno a lui sia solo ipocrita finzione, dissimulazione, date dalla volontà di “normalizzare” il caos, di dare ordine al disordine; di come l’umana civiltà sia solo una maschera che malcela la violenza e l’animalità latenti ad ogni livello, dall’animo umano alla struttura di una comunità e di uno Stato. E’ la presa di coscienza di un uomo, ma al tempo stesso l’acquisizione di un giudizio storico su un’intera nazione, che ha fatto dell’aggressività imperialista il suo tratto distintivo. Le regole e le istituzioni della civiltà, dalla famiglia all’impresa, non sono altro che imperfette dissimulazioni della violenza e dell’aggressività originarie e, di fronte allo scoppio di quella violenza, l’individuo che ha passato la vita ad allevare il “sogno americano” di felicità, benessere e armonico progresso, si ritrova impreparato e impotente.

"L’amore ai tempi del colera" di Gabriel Garcia Marquez



Diciamo subito una cosa: questo libro parla di amore, ma non è un libro di amore. Non si tratta di una storia romantica, ma di un pretesto narrativo per raccontare dei vari modi di concepire e vivere l’amore ai tempi del colera, cioè in quel periodo, a cavallo tra XIX e XX secolo, che anche in Europa è considerato il periodo della Decadenza, del disfacimento etico, sociale oltre che epistemologico, dei valori e dei sistemi elaborati in precedenza. Nel libro il senso di dissoluzione è reso soprattutto dalle descrizioni dello stato di sporcizia delle strade e dei quartieri malsani della città, del degrado del porto, del fiume e delle sue sponde. Tutto ciò fa da cornice a una storia che ha dell’incredibile: la decisione da parte di un uomo, Florentino Ariza, di aspettare per tutta la vita la donna amata fin dall’adolescenza, sposatasi nel frattempo con un uomo di un ceto sociale superiore. Già dalle prime pagine sappiamo che ciò accade effettivamente. Dopo più di cinquanta anni di attesa, troviamo Florentino in casa della donna amata, rimasta da poco vedova, a rinnovarle il suo sentimento e la sua fedeltà. E finalmente, dopo tanta attesa, riuscirà a realizzare il suo sogno, vivendo in vecchiaia, su un battello che percorre su e giù il grande fiume, l’amore con Fermina Daza, un amore senza nessun tipo di vincolo, slegato dalle convenzioni del matrimonio o dalla rigidità delle regole sociali, un amore ridotto alla sua essenza:

Eugenio Montale, "Portami il girasole"



Se è vero che la dimensione che domina gli Ossi di seppia è quella della negatività, dell’inutilità (e il titolo stesso richiama a cose morte, inaridite), della constatazione dell’impotenza dell’uomo, della sua angoscia esistenziale, bisogna aggiungere che si tratta di una negatività dialettica: che, cioè, non esclude l’esistenza della positività verso la quale, in un susseguirsi di sforzi, votati però allo scacco e alla sconfitta, il poeta tende, senza abbandonarsi tuttavia a facili sentimenti consolatori, ma sempre con stoica dignità e rigorosa consapevolezza. Questo è visibile tutte le volte che il poeta parla dell’ansioso tentativo di trovare un varco, una via di salvezza.
Il girasole è simbolo di questa tensione dinamica verso l’altrove, verso una trascendenza evanescente. Tutta la poesia rende il senso di un movimento dal basso all’alto, dal concreto corporeo all’etereo impalpabile dell’aria e della musica, dall’aridità del “terreno bruciato dal salino” alle “trasparenze del cielo”.