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| Josef Sudek, Ultime rose, 1959. |
Dalla finestra del proprio studio, il fotografo cecoslovacco Josef Sudek ha ripreso immagini piene di poesia, molte delle quali durante l'occupazione nazista di Praga.
Seppure privato del braccio destro durante la Prima guerra mondiale, la fotografia diviene il centro del suo lavoro. Il suo braccio mutilato non gli impedisce di aggirarsi per Praga con un treppiedi di legno sulla spalla e fermarsi ad aspettare anche per ore la luce giusta che dia vita a qualsiasi oggetto che desti la sua attenzione. Sudek viene definito poeta della luce, perchè con la luce, ricercata e a lungo attesa, compone le sue immagini.
Ad un primo sguardo le sue fotografie sembrano delle perfette nature morte o visioni di paesaggi, immagini del tutto convenzionali, ma esse sono frutto di un lavoro di preparazione lunghissimo, severo, che cerca nella bellezza e nell’armonia della luce la poesia del mondo. Un mondo che è immobile dietro una finestra rigata dalla brina o dalle gocce di pioggia, una finestra che è cornice e limite di uno spazio indefinito che definisce la poesia dei suoi scatti.
