La tradizione, popolare e letteraria, che racconta di mondi alla rovescia, fa parte della cultura europea almeno a partire dalla Grecia classica, passando per il Medioevo fino all’età moderna. L’elemento di continuità attraverso i secoli è ben definito: il capovolgimento delle relazioni sociali e dei rapporti di classe, la rivincita del popolino e degli ultimi, la satira sui ceti dominanti. Appartengono a questa tradizione i miti del paese di Cuccagna, le fontane e le isole dell’Eterna Giovinezza, che sono tutti “mondi alla rovescia”; le feste dei folli e il carnevale, che sono invece “tempi alla rovescia”. Entrambe le tipologie accolgono i desideri e le angosce dell’uomo, i suoi sogni irrealizzabili nella realtà, le voglie di riscatto e di rivalsa.
Questi mondi all’incontrario si nutrono delle istituzioni religiose, politiche, letterarie e culturali del loro tempo, mentre al contempo le negano o le contrastano con il grimaldello paròdico costituito da una vera e propria liturgia del rovesciamento e del ribaltamento. La loro natura, tuttavia, è tale da giustificarne le più disparate e contraddittorie letture: da quella che vede come asse costitutivo di quei mondi alla rovescia la trasgressione e una sotterranea ribellione allo status quo, a quella che, al contrario, ne valuta la portata di normalizzazione e di controllo sociale. Le feste in cui si collocano questi “rovesciamenti”, infatti, non sono mai un divertimento disordinato, bensì un tempo liturgico, che si serve di rituali formalizzati. Ma, se un mondo è compreso in una liturgia, si può davvero dire che sia un mondo all’incontrario? La ritualizzazione, infatti, non può fare altro che regolare e normalizzare.
Mummers from Oxford, Bodleian Library MS Bodley 264 - Pinterest
