domenica 25 agosto 2019

L’uomo moderno tra l’Essere e il Nulla. Le statue in cammino di Giacometti.

Alberto Giacometti, L'homme qui marche I, 1960.

Avrà vissuto un’esperienza davvero unica lo spettatore che nel 2014 ha potuto visitare la mostra allestita alla Galleria Borghese, dedicata a uno dei più grandi scultori del Novecento, Alberto Giacometti, con opere dell’artista pervenute da vari musei e collezioni. Chi si è aggirato tra quelle magnifiche sale, quotidianamente adornate dalle statue più rappresentative della concezione classica e barocca della magnificenza del corpo umano, poste in dialogo con le figure dello scultore svizzero, esili come le ombre della sera, avrà potuto drammaticamente constatare la dissoluzione della forma e la smaterializzazione che ha subito la figura umana nell’arte dopo la frattura operata dalle avanguardie dei primi decenni del secolo.

Galleria Borghese, Visita della mostra su Alberto Giacometti

Avrà fatto sicuramente impressione il confronto tra le figure filiformi realizzate dall’artista svizzero, imprigionate nella loro fragilità e come sul punto di dissolversi, con la carnalità perfetta della Paolina Borghese di Canova o con il dinamismo energico del David di Bernini o con la fierezza possente del suo Enea, che reca sulle spalle il padre Anchise. Al cospetto del corpo dell’eroe per eccellenza, mito universale del coraggio e dell’antica pietas, era stato collocato il corpo antieroico dell’uomo del Novecento, che era passato attraverso la catastrofe dell’ultima guerra e dei campi di sterminio. Accanto alla consistenza delle gloriose membra levigate e al vigore dei muscoli tesi, dovevano risultare ancora più precarie e scarne le sculture giunte a condividere quegli spazi, figure dall’aria passiva e sconfitta, ridotte a un segno disomogeneo e tormentato. E nel raffronto con la messa in scena del Bernini, che cercava di cogliere il momento di maggior tensione dell’azione, doveva sicuramente colpire l’immobilità priva di qualunque narrazione che caratterizza le statue soprattutto femminili di Giacometti, così distanti nella loro tragica inaccessibilità, rigide e frontali come statue arcaiche.

Galleria Borghese, Visita della mostra su Alberto Giacometti

In tutta la sua opera, passando per vari stili che vanno dal cubismo al surrealismo fino all’elaborazione di un'espressione del tutto personale, l’artista svizzero si è concentrato su un motivo quasi unico: la figura umana, considerata la ragion d’essere del gesto artistico e per la quale cerca di stabilire un nuovo canone di rappresentazione, per aprire un orizzonte moderno alla figurazione. La sua ansia fondamentale, che ha accompagnato la sua ricerca già a partire dalla fine degli anni Venti, è quella di rappresentare ciò che vede, cioè di cogliere la totalità di una figura senza perdersi nella vastità dei dettagli. Per far questo, egli “consuma fisicamente la statua, riducendola ad una sagoma quasi filiforme a cui rimangono aderenti pochi residui di bronzo, come sgocciolature di cera. È questa la poetica della condizione alienata, del prigioniero…” (Argan).

Alberto Giacometti, La Grande Femme II, 1960.

L'uomo che cammina (L'homme qui marche, 1960, nelle versioni I e II) è uno degli esempi più alti della scultura novecentesca, vera e propria icona dell’arte moderna. Insieme a Grande Femme, la scultura, in bronzo fuso, rappresenta l’apice di quella ricerca, cominciata subito dopo la fine della guerra, che lo aveva spinto a studiare le possibili configurazioni dei suoi due soggetti preferiti: la figura maschile in movimento e quella femminile statica. Le due statue vennero concepite nell’ambito di un progetto monumentale da collocarsi dinanzi al grattacielo della Chase Manhattan Bank a New York, che però non fu mai portato a compimento.
Questo anonimo uomo in cammino, proteso in avanti, con le braccia dimesse lungo i fianchi e i piedi pesanti, è un enigma che ci viene incontro. Da dove viene? Dove è diretto il suo passo? Alla base dell’esile forma, che si tende in avanti nello spazio, i piedi sembrano radicati al suolo. Lo straordinario contrasto di presenza e dissolvenza, di mobilità e freno, di leggerezza e pesantezza di questa scultura ci affascina e ci interroga, come fa tutto ciò che ci sembra ben noto e familiare e di cui, tuttavia, facciamo fatica a cogliere il significato.

Alberto Giacometti, L'uomo che vacilla, 1950, Zurigo, Kunsthaus.

L'uomo che cammina è l’opera di un Giacometti che medita il mistero dell'essere, rintracciandolo nel proprio corpo. Questa figura rudimentale, nuda, scarnificata, cammina decisa verso l'ignoto, o forse vaga nello spazio alla cieca. La sua nudità e fragilità, unite alla solidità di un materiale resistente come il bronzo, la rendono icona senza tempo, ideale a rappresentare non un individuo, ma una condizione universale. L’artista parte da un’armatura di filo metallico a cui aggiunge della materia, che plasma senza levigare, dandole una consistenza grumosa e scabra, come di sabbia bagnata. Il suo amico Michel Leiris definirà queste sculture delle “minime proliferazioni della struttura umana intorno ad un filo a piombo”. Esse si ergono come sostegni precari attorno ai quali si regge il vuoto, estensioni inerti che creano e modellano lo spazio, proiettandolo verso l’infinito. Le avanguardie avevano scomposto e deformato in tutti i modi la figura umana. In Giacometti questa alterazione assume i caratteri di una forma portata sull’orlo della dissolvenza. Le sue statue filiformi sono figure dell’erosione e della transitorietà; per questo, non possono che essere incompiute, un aggregato di materia sempre sul punto di disgregarsi.
L’uomo di questa grande scultura del 1960 cammina a fatica. Il passo è lento e pesante, ma un ottuso spirito di sopravvivenza lo spinge a continuare. Il tempo gli ha scavato addosso pesanti segni, consumandone la consistenza. A uno sguardo distratto, la sua postura potrebbe trasmettere l'idea positiva di una marcia fiduciosa verso il progresso. Quest’uomo che incede deciso potrebbe essere percepito come un'allegoria del progresso umano o persino della storia, che non è altro che un cammino in avanti, verso un orizzonte indeterminato. Lo stesso Giacometti ammetteva di aver lasciato la sua scultura aperta a un ampio campo di interpretazioni. Per l’artista, d’altra parte, il corpo era sempre enigmatico. Questa figura, tuttavia, guardata attentamente, non può non dare l’impressione di una grande fragilità; il suo incedere è trattenuto in quanto i piedi, sovradimensionati, agiscono come pesi, forse il simbolo del passato, dei ricordi, dell’educazione e dei pregiudizi che formano la zavorra che impediscono all’uomo di avanzare. L’impossibilità di conferire alle statue in marcia di Giacometti la valenza di allegoria delle “umane sorti progressive” è palese nel lavoro del 1949 Tre uomini che camminano, in cui ognuna delle figure è indifferente alle altre e procede verso una direzione divergente, non incontro a un orizzonte comune. Esse si muovono nello spazio spinte da un’indomita e inconsapevole energia esistenziale, perché l’erranza è il loro destino.


Giacometti concepiva il movimento come una successione di punti di immobilità. Nel ’61 racconta all’amico Pierre Schneider che un giorno “uscendo, sul boulevard, ho avuto l’impressione di essere davanti a qualcosa di mai visto […]. Sì, di mai visto: l’ignoto totale, meraviglioso. Il boulevard Montparnasse , assumeva una bellezza da mille e una notte, fantastico, totalmente sconosciuto […] e al tempo stesso il silenzio, una specie di incredibile silenzio […] tutto aveva l’aria di un’immobilità assoluta […] come se il movimento non fosse più che una successione di punti di immobilità . Una persona che parlava non esprimeva più un movimento, erano delle immobilità che si succedevano, completamente staccate l’una dall’altra; momenti immobili che avrebbero potuto durare, dopotutto, delle eternità, interrotti e seguiti da un’altra immobilità». Il movimento è una successione di discontinuità, come quella di un congegno meccanico, e non l’azione unitaria e finalizzata di un soggetto consapevole. Le figure in movimento, pertanto, non sono altro che dei “meccanismi incoscienti, come la gente per strada, che va e viene..., un po’ come le formiche, ognuno ha l’aria di andare per conto suo, tutto solo, in una direzione che gli altri ignorano. Si incrociano, si sorpassano... senza vedersi, senza guardarsi”.

Alberto 
Giacometti, Tre uomini che
 camminano, 1948. Zurigo.

Tradizionalmente si è imposta una lettura esistenzialista delle opere di Giacometti, che fa delle sue figure i testimoni della precaria ed effimera condizione umana, dell’incomunicabilità e della moderna alienazione, di una condizione di erranza incapace di offrire punti di riferimento per i problemi del senso. Le statue assottigliate e scabre sarebbero l’immagine dell’essere umano gettato nel mondo, sempre sospeso tra l’Essere e il Nulla, tra un esserci del corpo e la sua sparizione.
Il lavoro dello scultore ha cambiato finalità: non è più la creazione di un’opera finita, bensì un flusso tormentato che ha come esito fatale l’incompiutezza e il fallimento, in quanto non è possibile cogliere la complessità delle cose e della vita, esaurendone tutti i dettagli. Così dichiara lo stesso Giacometti in una conversazione con André Parinaud: “ho l’impressione, o l’illusione, di fare progressi ogni giorno. E si continua sapendo che, più ci si avvicina alla cosa, più essa si allontana. E’ una ricerca senza fine. L’avventura, la grande avventura, consiste nel veder sorgere qualcosa di ignoto ogni giorno, nello stesso volto: è più grande di qualsiasi viaggio del mondo.” Un concetto ripreso in questa sequenza del film Final portrait, che ha per protagonista lo stesso Giacometti:


Questo video d’animazione di Sam Chen, dal titolo Eternal Gaze, è incentrato sullo stesso tormento: come si può “dare la vita” alle proprie opere?


Questa è invece una famosissima fotografia scattata da Cartier-Bresson a Giacometti, a cui era legato da profonda amicizia, iniziata in un caffè parigino negli anni Trenta. Nell’immagine l’artista ha in mano una piccola statua e sta camminando, proprio come il suo Uomo che cammina, accanto a lui. La figura dell’artista è mossa, il che le conferisce un senso di evanescenza, che accomuna l’autore alle sue creazioni, tutti colti su quella soglia al confine tra Essere e Nulla.

Henri Cartier-Bresson, Giacometti allestisce una sua mostra alla Galleria Maeght di Parigi, 1961


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