mercoledì 5 novembre 2025

Polisemia dell’immagine e vecchie e nuove iconoclastie



Abstract

Comprendere la storia dell’iconoclastia significa riconoscere che ogni civiltà, a suo modo, ha tentato di disciplinare il potere delle immagini, percependo la figura come entità eccedente, capace di incidere sul reale più di quanto la parola possa contenere. Ogni epoca si è confrontata con la loro forza emotiva, con la loro capacità di orientare comportamenti, credenze e affetti, cercando di regolare ciò che l’immagine può mostrare, suggerire o evocare. Dalla condanna degli idoli nell’antichità ai dibattiti bizantini, dalle riforme protestanti alle forme contemporanee di censura algoritmica, ricorre sempre lo stesso impulso: contenere l’eccedenza semantica delle immagini, disciplinare la loro potenza simbolica, riportarle entro un ordine controllabile dalla parola.


L’immagine è costitutivamente ambigua. A differenza del linguaggio verbale, non trasmette messaggi soggetti a codici rigorosi di significazione: non dice, ma mostra; non spiega, ma suggerisce. La sua forza non sta nella chiarezza enunciativa, bensì nella capacità di aprire lo sguardo a una pluralità di interpretazioni. In ogni immagine convivono più sensi possibili, più verità in tensione. È questa la sua polisemia, la sua natura irriducibile a un’unica lettura.
Ma proprio questa libertà del visivo - la sua resistenza alla definizione - ha generato, nel corso della storia, diffidenze e reazioni violente. Ogni volta che una cultura ha cercato di fondare la verità su un linguaggio stabile e controllabile, l’immagine è diventata sospetta. La sua ambiguità, fonte di emozione e di turbamento, è stata percepita come una minaccia: come la possibilità di deviare il senso, di ingannare lo sguardo, di sovvertire il principio della chiarezza.

lunedì 3 novembre 2025

Oltre realismo e costruttivismo. Un'ipotesi di co-emergenza


Il nodo della questione

Il dibattito fra realismo e costruttivismo attraversa come un filo rosso la storia della filosofia moderna e contemporanea. Le due posizioni rappresentano, in fondo, due modalità opposte di pensare il rapporto tra mente e mondo, tra soggetto e oggetto, tra conoscenza e realtà.
Il realismo afferma che esiste un mondo indipendente dal soggetto conoscente e che, almeno in parte, possiamo accedere ad esso così com’è. La conoscenza, in questa prospettiva, non crea il reale ma lo rappresenta: l’atto conoscitivo ha la funzione di rispecchiare, più o meno fedelmente, ciò che esiste al di là di noi. È un paradigma che trova radici antiche - dal logos greco alla scienza galileiana - e che si è tradotto, nella modernità, nell'ideale di una descrizione oggettiva del mondo.
Il costruttivismo, al contrario, mette in discussione la possibilità stessa di un accesso “puro” alla realtà. Ogni sapere è una costruzione situata, mediata dal linguaggio, dalla cultura, dagli strumenti e dalle prospettive storiche. Non esiste un “dato” neutro, ma soltanto interpretazioni. Il mondo che conosciamo è già intriso delle nostre categorie, dei nostri simboli, delle nostre tecnologie cognitive. In questo senso, il costruttivismo sposta l’asse del problema dal mondo all’attività del soggetto, ponendo l’accento sulla dimensione produttiva della conoscenza.

lunedì 27 ottobre 2025

Il rischio di delegare. I modelli generativi come protesi linguistiche


Abstract 

L’articolo indaga il parallelismo tra la rivoluzione della scrittura nell’antichità e quella, oggi, dei modelli generativi del linguaggio. A partire dalla critica platonica nel Fedro, dove la scrittura è accusata di indebolire la memoria e di spegnere la vitalità del pensiero dialogico, si ricostruisce la genealogia di una diffidenza antica verso ogni forma di esternalizzazione cognitiva. La storia, tuttavia, mostra come quella stessa delega - alleggerendo il peso a carico delle risorse mentali - abbia consentito un potenziamento della mente umana e abbia moltiplicato la capacità del sapere di auto-organizzarsi, di sedimentarsi e di evolvere. In questa prospettiva, l’articolo propone un’analogia con i modelli generativi contemporanei: anch’essi, pur suscitando timori di perdita delle competenze linguistiche, possono essere letti come strumenti di redistribuzione cognitiva. Deleghiamo alla macchina la forma del linguaggio per dedicare più energie al pensiero, alle intuizioni, alle connessioni e alla creazione di nuovi significati.

L’etica del monopolio: perché i padri dell’IA ci mettono in guardia dai loro stessi prodotti


Sam Altman, CEO di OpenAI , la società dietro ChatGPT , sta lanciando avvertimenti inaspettatamente severi sugli effetti dei suoi prodotti e di quelli simili. "Mi aspetto che accadano cose davvero brutte a causa della tecnologia", ha affermato in una recente intervista. E Altman non è il solo. Si ricordi che anche altri "padri" dell'Intelligenza artificiale, da Elon Musk a Geoffrey Hinton a Yoshua Bengio, da tempo, ci mettono in guardia contro i pericoli portati da queste nuove macchine, che pure si affrettano a sviluppare tramite investimenti miliardari. 
Le parole di Altman suonano inquietanti, ma anche ambigue: come può chi guida lo sviluppo di queste stesse tecnologie presentarsi come voce critica e ammonitrice? Perché i costruttori dell’IA sembrano essere oggi anche i suoi profeti apocalittici?
Dietro questa apparente contraddizione si nasconde una strategia più sottile e coerente di quanto sembri, che intreccia comunicazione, potere e ideologia. Le ragioni di questo doppio discorso - l’allarme etico e la spinta espansiva - possono essere ricondotte almeno a tre logiche complementari.

domenica 26 ottobre 2025

L'estetica dell'innocenza. I gattini e le immagini sintetiche




I reel, nella loro brevità ipnotica, rappresentano l’unità minima della visione contemporanea: micro-narrazioni autoreferenziali in loop, concepite per durare pochi secondi, ma strutturate in modo da stimolare un desiderio immediato di ripetizione. La loro efficacia risiede nella continuità del flusso: lo scrolling, cioè il gesto meccanico e reiterato del dito sullo schermo, diventa un rituale di attenzione automatizzata, una forma di trance percettiva che dissolve la percezione del tempo. In questa economia dello sguardo, la visione non si dirige più verso un contenuto specifico, bensì verso l’atto stesso del passaggio, dell’attesa di un’immagine successiva che possa suscitare una micro-gratificazione dopaminica. L’immagine non è più fine, ma stimolo: serve a tenere vivo il circuito della ricompensa, più che a trasmettere significato.

mercoledì 22 ottobre 2025

Metamorfosi e ibridazione nell’era dell’immagine generativa


Abstract

L’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi creativi segna un passaggio storico: dalla dimensione ottica a quella algoritmica dell’immagine. Se nella cultura visiva moderna richiedevano una forzatura della materia - trucco, effetti speciali, CGI - oggi, nell’era dei modelli generativi, l’ibridazione e la metamorfosi sono diventate la grammatica nativa della produzione visiva. L’articolo esplora questo cambiamento di paradigma, analizzandone le implicazioni estetiche e antropologiche: il corpo non è più rappresentato come oggetto, ma ricombinato come codice.

Parole chiave: metamorfosi, ibridazione, intelligenza artificiale, estetica postumana, immagine algoritmica, corpo.

lunedì 2 dicembre 2024

Una provocazione da non ignorare


Le nuove tecnologie introdotte dall'intelligenza artificiale rappresentano non solo un bacino di opportunità per il mondo dell'arte. Esse costituiscono oggi soprattutto un'esplorazione necessaria, obbligata. Una provocazione - per dirla con le parole del filosofo Cosimo Accoto - che non si può lasciare inascoltata. Perché solo il mondo dell'arte, lo sguardo e la manipolazione dell'artista sono gli unici a garantire una possibilità di liberazione, gli unici a poterci mostrare una direzione, contribuire alla sottrazione di questi apparati al monopolio del profitto e dello sfruttamento estrattivo.

In questo l'arte è oggi chiamata a una grande responsabilità, proprio perché enormi sono i rischi legati alle "immagini operative", alle immagini che vedono, sentono e agiscono.

È la grande lezione di Flusser, che già negli anni Sessanta ci metteva in guardia rispetto ai due atteggiamenti più comuni di fronte alle nuove tecnologie: il consumo passivo (che si limita ad eseguire semplicemente i programmi dell'apparato) e il rifiuto catastrofista. Occorre invece considerarle come dei problemi, dei mondi che richiedono non di essere accettati così come sono, ma di essere trasformati. Occorre quella che Flusser definisce un'apertura esperienziale, che ci chiama pertanto a un impegno attivo (V. Flusser, The Holy See. An Extract from The Last Judgment: Generations).

Cosa sarebbe stato se, nei due secoli trascorsi, gli artisti (cioè coloro che si sono posti nei confronti del fotografico non in senso puramente strumentale e utilitaristico) non avessero "disinnescato" il potere ideologico della fotografia (largamente dispiegato in campo scientifico, psichiatrico, militare, economico, coloniale ecc.) e non avessero mostrato tanti modi diversi di impiego, più orientati a discorsi di emancipazione, messa in discussione, contrapposizione e creatività? 

Ogni nuova tecnologia genera faglie di conflitto di potere. Senza le "armi" dell'arte, la società sarebbe più sguarnita di fronte a chi il potere ce l'ha e lo usa.

La tecnologia, per essere superata, ha bisogno di essere trasformata in qualcos'altro. In questa "apertura esperienziale" inizia un movimento diverso nel mondo che ci circonda. È quello che Accoto definisce "innovazione culturale" e che significa che di fronte all'assalto di queste nuove tecnologie, che sono sempre apparati sociotecnici, occorre una profonda trasformazione di ogni aspetto della cultura (schemi, valori, strumenti concettuali, istituzioni), perché i rimedi e gli argini portati dall'etica o dal diritto sono del tutto insufficienti.

Quell'espressione comune, scialba e ritrita, secondo cui "solo l'arte ci potrà salvare", forse oggi assume una qualche legittimazione. Solo l'arte può assumere quello sguardo curioso, appassionato e spregiudicato insieme, che lavora ai fianchi ma senza fare sconti. In grado non solo di offrire un nuovo punto di vista. Oggi questo non basta più. Occorre un diverso modo di agire, di manipolare, di fare esperienza. Se l'umanità non avesse gli artisti e tutti coloro che non si limitano ad eseguire semplicemente i programmi dell'apparato, resterebbe disarmata di fronte alla tempesta che ci sta investendo. Perché è vero che ogni innovazione ridefinisce i confini del mondo e dell'umano, ma mai nessuna tecnologia finora è stata così in grado di mettere in discussione quella concezione del mondo e dell'umano ereditata dall'umanesimo. Se l'invenzione dell'arma nucleare ha rappresentato l'inedita possibilità dell'autoestinzione di massa, l'intelligenza artificiale può essere l'arma perfetta, in mano ad apparati statali e militari e a sistemi capitalistici e finanziari, per realizzare il controllo totale. La prima ad accorgersi di questo potenziale anti-umanista, prima delle accademie e della politica, è stata un'istituzione plurimillenaria come la Chiesa, che infatti subito si è data da fare per non lasciare il campo sguarnito. Ma chiesa, politica e accademia possono offrire un campo di azione limitato. Il fenomeno lo possono studiare, normare, regolare. C'è bisogno di quel fronte, o forse meglio di quel tessuto interno che offra modelli di sguardo su queste tecnologie e di uso delle stesse che non siano di asservimento. E nel contempo che sappiano mettere a frutto quel potenziale insito in questi nuovi agenti artificiali, che con il loro carattere "alieno" ci aiutano a ripensare quell'umanesimo scaturito dalla modernità, che era antropocentrico, razzista, fondato sul dominio della natura, e possono contribuire così a rifondare un umanesimo nuovo, più rispettoso del mondo che ci circonda, consapevole finalmente che non siamo i soli ad agire in modo intelligente su questa terra, ma siamo connessi a una trama fittissima di intelligenza animali, vegetali e perfino artificiali. E che la nostra umanità non può essere definita in contrapposizione a quelle, ma sempre e solo in profonda relazione.

giovedì 17 ottobre 2024

Oltre il Test di Turing



Questo breve articolo si propone di argomentare per sommi capi l'opportunità di accantonare definitivamente il Test di Turing in quanto banco di prova, riconosciuto quanto meno dalla coscienza pubblica se non dalla comunità scientifica, per giudicare le capacità di un'intelligenza artificiale. Fu suggerito da Alan Turing in un articolo del 1950, Computing Machinery and Intelligence, in cui l’autore elaborò il suo famoso «gioco dell’imitazione»: immaginò una situazione in cui un intervistatore interrogava due interlocutori nascosti – un essere umano e una macchina – e cercava di capire quale fosse l’uno e quale l’altro. Secondo questo test, una macchina era intelligente se riusciva a spacciarsi per un essere umano durante una conversazione. 
Perché questo test è fuorviante e va messo da parte?