martedì 26 luglio 2016

Ribelli e rivoluzionari - LA MARIANNA DEL MAGGIO FRANCESE

                    Jean-Pierre Rey, La Marianne de Mai 68, Francia, 1968.


Ai giorni nostri la parola “rivoluzione”, abituati come siamo a sentirla snocciolata continuamente (soprattutto nei messaggi pubblicitari che ogni giorno lanciano il prodotto in grado di rivoluzionare il nostro stile di vita,) ha perso ogni potere destabilizzante. Al massimo ci aspettiamo la rivoluzione che opererà il lancio sul mercato di uno smartphone di nuova generazione. Ma meno di cinquanta anni fa, alcuni paesi europei credettero di essere davvero a un passo da un capovolgimento radicale e del modo di vivere e delle istituzioni. Quel termine affascinò e mobilitò un’intera generazione, che visse un periodo storico senza precedenti: il Sessantotto. La Francia, in particolare, conobbe una stagione particolarmente calda, passata alla storia come il “maggio francese”, una crisi sociale e politica avviata dalla contestazione studentesca a Parigi, ma che vide una inedita compartecipazione di studenti e operai e che portò il paese di De Gaulle sull’orlo di una autentica Rivoluzione.

L'iconografia di Gesù tra Oriente e Occidente

Cristo Pantocratore nella Cappella Palatina di Palazzo dei Normanni a Palermo.


Gesù, inteso qui solo come personaggio storico, fu un rivoluzionario? Il suo messaggio di sicuro lo fu. Esporrò solo le ragioni che ritengo più significative:

- Il nuovo comandamento. Gesù capovolge la tradizione e la prospettiva giuridico-legalistica della religione giudaica, introducendo un elemento assolutamente nuovo: l'amore incondizionato per il prossimo e addirittura per i nemici diventa il basilare paradigma che sostituisce la cieca osservanza della Legge. La salvezza non appartiene a chi osserva semplicemente i comandamenti, benché lo faccia con scrupolo e devozione, ma solo a chi apre interamente il suo cuore al bene e all'amore di Dio e del prossimo. Questo comandamento fonda non solo una nuova religione, ma anche una nuova etica universale, costituendo il presupposto al fatto che non ci può essere dominio dell’uomo sull’uomo.
- Il messaggio predicato da Gesù è anticonformista. Nelle sue parabole, il soggetto posto come esempio da imitare è sempre l'altro, il diverso, il nemico addirittura (come nel racconto del buon samaritano). Non è il sacerdote o il fariseo, o il bravo osservante della legge, non è lo scrupoloso esecutore dei comandamenti a suscitare la simpatia di Gesù, che si rivolta spesso contro ogni esteriorità religiosa e contro ogni ipocrisia. Egli sta sempre dalla parte di coloro che sono oggetto di diffidenza se non di aperta discriminazione: i pubblicani, le prostitute, i poveri, i lebbrosi, i malati, i samaritani.

RIBELLIONI ALL'INTERNO DI UNIVERSI CONCENTRAZIONARI

Miloš Forman, "Qualcuno volò sul nido del cuculo" (One flew over the cuckoo's nest), 1975.
 
A partire dagli anni Trenta si costruisce nel cinema un archetipo narrativo basato sull'idea di ribellione giovanile all'interno di un universo collettivo e concentrazionario (la scuola, il college, il collegio religioso, la caserma, il carcere, l'ospedale psichiatrico). In questo universo identificabile con un luogo o un'istituzione, è sempre il singolo individuo a contrapporsi, a lottare o a fuggire, separandosi dal resto della collettività.
A parte alcuni titoli, in cui il finale del film termina con la fuga (ad esempio Fuga di Mezzanotte di Alan Parker oppure Le ali della libertà di Darabont), il destino che attende il ribelle è un destino tragico: il ritorno alla normalità, oppure quello di soccombere o di essere strumentalizzato da altri.

lunedì 25 luglio 2016

Ribelli e rivoluzionari - GLI ANNI DI PIOMBO

Paolo Pedrizzetti, 14 maggio 1977, via De Amicis (Milano).

Questa foto, scattata il 14 maggio 1977 a Milano, in via De Amicis, è entrata nell’immaginario collettivo come icona degli anni di piombo: il ritratto di un dimostrante con il volto coperto da un passamontagna, le gambe divaricate, le ginocchia flesse, mentre impugna una pistola a braccia tese.
Autore della foto è Paolo Pedrizzetti, allora studente di Architettura al Politecnico di Milano e fotografo freelance, che quel giorno è lì con la sua macchina fotografica in via De Amicis quando scoppiano gli scontri. Riparatosi su un lato della via, nell'androne di un palazzo, scatta la celebre foto dell’autonomo che, tenendo la pistola con le mani unite, fa fuoco contro la polizia. La foto viene pubblicata il 16 maggio 1977 dal «Corriere d’Informazione», e nei giorni seguenti rimbalza su molti altri giornali, in Italia e all'estero.

RIBELLI ALL'INTERNO DI MONDI DISTOPICI

    Matrix, regia di Lana e Andy Wachowski, 1999.

Se il termine “utopia” indica il luogo ideale dove tutto è come dovrebbe essere, “distopia” indica proprio il suo contrario. Nelle scienze sociali, in letteratura e nel cinema viene utilizzato soprattutto in riferimento alla rappresentazione di una società ipotetica (spesso ambientata nel futuro) nella quale alcune tendenze sociali, politiche e tecnologiche avvertite nel presente sono portate a estremi negativi. Il futuro distopico è dunque indesiderabile o addirittura terrificante.

Ribelli e rivoluzionari - SPARTACO: LO SCHIAVO CHE SFIDO’ ROMA

Vincenzo Vela, Spartaco, 1847, Museo Vela di Ligornetto.

Se un viandante si fosse avventurato lungo la via Appia, quella mattina del 71 a.C., avrebbe assistito a uno spettacolo agghiacciante: migliaia di croci piantate lungo la strada da Capua a Roma, un percorso di strazio e di morte. Così finiva la gloriosa rivolta dello schiavo Spartaco, che era riuscito a formare un esercito di ribelli e a sfidare la potenza di Roma in nome della libertà. Per anni i viaggiatori furono costretti a vedere le croci a distanza di trenta, quaranta metri, monito orrendo e sigillo del completo ripristino dell’autorità dello Stato.

Ribelli e rivoluzionari - La rivoluzione delle donne

Paola Agosti , Roma, aprile 1977. Manifestazione davanti al Tribunale per il processo ai violentatori di Claudia Caputi.

“Tremate, tremate, le streghe son tornate!”. Negli anni 70 questo era lo slogan dei movimenti femministi. Ma oltre agli slogan, nelle manifestazioni e nei cortei delle donne di quegli anni circolava un gesto, fatto con le mani (pollici e indici congiunti a evocare l’organo sessuale femminile), che ha contribuito a formare l’iconografia e l’immaginario estetico del femminismo. Quel gesto iconico, metaforico, visivamente “violento”, venne adottato trasversalmente da migliaia di donne, di diversi ceti sociali che acquistavano coscienza di sé e si riappropriavano del proprio corpo, liberandolo dalle sovrastrutture che ne avevano fatto un oggetto su cui si esercitava l’autorità di una società maschilista e patriarcale.
Quel gesto ha avuto un’origine europea: apparso per la prima volta ne “Le Torchon Brulé” la rivista femminista militante francese di cui uscirono solo cinque numeri tra il ’71 e il ’73, fu fatto pubblicamente da una donna italiana, Giovanna Pala, durante il convegno femminista della Mutualité a Parigi.
Potente, irriverente, provocatorio è il gesto del sesso, il gesto di liberazione della sessualità femminile, che in questo modo viene resa visibile e politicizzata. E’ il gesto politico che negli anni 70 accompagna le lotte per l’autodeterminazione, l’aborto, la contraccezione, la libertà di decidere del proprio corpo e della propria vita, la scoperta e la rivendicazione del piacere. Perché quel movimento non si limitò a denunciare le discriminazioni di genere e a rivendicare i diritti civili, ma entrò nella sfera privata, all’interno delle famiglie, nelle relazioni tra padri e figlie, mariti e mogli, fratelli e sorelle. Il Femminismo legava insieme la sfera privata e pubblica della donna, mostrando il legame tra il personale e il politico.
Vi immaginate che impatto sconvolgente poteva avere un gesto così scabroso e sovversivo in un’Italia che ancora penalizzava l’adulterio femminile e ammetteva il delitto d'onore, "le pene corporali" dei mariti e dei padri, il matrimonio riparatore, la riduzione della violenza sessuale a reato di oltraggio al pudore?
Quello fu il gesto iconico delle lotte femministe, che affidava alle mani delle donne, non più angeli del focolare, il simbolo dello scandalo. Le dita ribelli annunciavano al mondo che le donne erano padrone: del proprio corpo, della sessualità, della contraccezione. Di nuove relazioni sentimentali e sociali. Di un modo diverso di stare a casa, in fabbrica o all'università. E di un nuovo immaginario che ribaltava logiche patriarcali. Un atto di affermazione di sé che esprimeva al contempo il rifiuto per il ruolo sociale imposto alle donne. Un gesto che voleva dire: “Non siamo mogli, madri e figlie, siamo espressione della nostra autonoma e autodeterminata sessualità”. L’ambizione del gesto femminista è stata molteplice: esporre il corpo in quanto tale, sottraendolo all’invisibilità e alla vergogna, agendo sul piano dell’immagine e della cultura, denunciare come la sessualità della donna fosse il veicolo di rapporti di potere consolidati e liberare le donne dal proprio destino biologico attraverso la riappropriazione della propria sessualità, trasformandola da strumento di soggezione in uno spazio di possibilità.
Come scrivono Ilaria Bussoni e Raffaella Perna ne “Il gesto femminista. La rivolta delle donne nel corpo, nel lavoro, nell’arte” (DeriveApprodi, 2014):“Un gesto che, così come compare, in una genealogia incerta, poi scompare(…) Sembra durare circa un decennio: i Settanta. Spunta insieme ai movimenti delle donne, al femminismo. Insieme alla pillola anticoncezionale, ai consultori, allo speculum, al divorzio, all’aborto, ai processi per stupro, dopo le minigonne forse insieme agli zoccoli. Va a mettersi tra uomini e donne, tra marito e moglie, tra compagno e compagna, anche tra donna e donna. All’incrocio di relazioni amorose, affettive, familiari. Di rapporti di potere, di gerarchie, di forme di subordinazione. Di rapporti di produzione e di riproduzione”.
Il Femminismo fu anche un movimento culturale e artistico, che coinvolse la letteratura, il teatro, la fotografia, anche se non è possibile inquadrarlo in alcuni stilemi precisi, come potrebbero esserlo il Cubismo o il Dadaismo. Quello che unisce queste artiste è una coscienza collettiva, e una delle conquiste più importanti dell'avanguardia femminista fu quella di decostruire, attraverso questa consapevolezza collettiva che le univa, l'immagine della donna. Un'immagine che nei secoli era stata investita di proiezioni, stereotipi, nostalgia e desideri maschili, in parte anche grazie agli artisti. L'avanguardia femminista riuscì a dissolvere questo rapporto a senso unico tra soggetto e oggetto in una molteplicità di identità e di costruzioni identitarie.

Se fino al dopoguerra il movimento femminista era stato soprattutto un movimento di “emancipazione” (rivendicazione del diritto al voto, al lavoro, alla parità salariale), il movimento che prende vita con le grandi contestazioni del ’68 va al di là e si propone di essere un movimento di “liberazione”. Non si trattava semplicemente di avanzare delle rivendicazioni, ma di mettere in discussione i ruoli di genere accettati e consolidati da secoli, i diritti civili, il diritto all’autodeterminazione della persona.
Nel 1970 nascono i primi collettivi femministi, all’interno dei gruppi che facevano parte del cosiddetto “Movimento Studentesco”. Nel 1972 i collettivi delle donne crescono e si moltiplicano in tutta la penisola. C’è il “Movimento Liberazione Donna“ (M.L.D.), c’è il “Fronte Liberazione Donna“, che nasce all’interno dei sindacati, c’è “Rivolta Femminile“, un gruppo teorico a cui aderiscono donne avvocato per studiare la riforma delle vecchie leggi e le proposte di leggi nuove. Viene coniata l’espressione: “Il privato è politico”.
In quegli anni si cominciò a pensare di riscrivere alcune vecchie leggi che risalivano ai primi anni del fascismo, e questo portò alla approvazione del nuovo diritto di famiglia, avvenuta nel 1975. In seguito sarebbe stata cancellata dal codice penale l’attenuante per delitti d’onore, e sarebbe cessato l’obbligo per le ragazze minorenni di accettare il “matrimonio riparatore“.
Nel 1974 non passò il referendum per abrogare la legge sul divorzio entrata in vigore nel 1970, mentre molto più travagliata e sofferta fu la legge per la legalizzazione dell’aborto, che era già in vigore in altri stati europei.
L’ultima legge proposta dai movimenti delle donne fu quella sulla violenza sessuale, nel 1980. Il vecchio codice Rocco qualificava lo stupro come semplice “offesa al pudore“, e quindi non perseguibile in sede penale. Ma lo stupro è reato contro la persona, e come tale doveva essere riconosciuto.
Tuttavia questa battaglia fu più difficile delle precedenti, anche perché il Movimento aveva ormai perso la sua spinta propulsiva ed era venuto man mano disgregandosi. La mancanza di una vera pressione femminile permise al parlamento di accantonare la legge sulla violenza sessuale, che fu poi approvata solo nel 1996.

Oggi quel gesto è sicuramente inattuale, privo di significato. I corpi delle donne hanno ormai perso il loro potenziale irriverente, sovversivo, rivoluzionario. Eppure proprio di recente sono esplosi dei movimenti femministi che ricorrono al corpo come strumento di provocazione e di lotta. FEMEN, movimento femminista di protesta ucraino fondato a Kiev nel 2008, è infatti divenuto famoso, su scala internazionale, per la pratica di manifestare mostrando i seni contro il turismo sessuale, il sessismo e altre discriminazioni sociali. FEMEN ha giustificato i suoi metodi provocatori affermando "che è l'unico modo per essere ascoltati in questo paese. Se avessimo manifestato con il solo ausilio di cartelloni le nostre richieste non sarebbero state nemmeno notate". In Russia è attivo il gruppo delle Pussy Riot (Pussy è un termine equivocabile in quanto significa micio e, nello slang anglosassone, indica l'organo sessuale femminile). Il gruppo agisce soprattutto a Mosca, città che fa da palcoscenico ai flash mob e alle performance estemporanee attraverso cui il gruppo dà espressione a provocazioni politiche nei confronti dell'establishment politico e istituzionale, su argomenti come la situazione delle donne in Russia, o, più recentemente, contro la campagna, e i presunti brogli elettorali, con cui, nel 2012, il primo ministro Vladimir Putin si sarebbe assicurato la rielezione per la seconda volta a presidente della Russia.
In Italia non sono attivi movimenti femministi, ma i temi delle relazioni tra generi, della dignità della donna come persona a prescindere dai ruoli sono ancora attuali. Lo dicono le statistiche dei reati di violenza sulle donne e di femminicidio. Quello femminista degli anni 70 era un gesto muto, senza voce, ma fatto nelle piazze insieme a tante altre donne. Oggi molte donne rimangono sole nelle proprie case, case che spesso si trasformano in trappole mortali, nelle quali il grido delle donne rimane inascoltato.
A questo link il filmato di un corteo femminista degli anni Settanta.
https://www.youtube.com/watch?v=S1E65SqPchA

Ribelli e rivoluzionari - RIBELLI ON THE ROAD: EASY RIDER

“Easy Rider”, regia di Dennis Hopper, 1969.

L’epoca moderna ha fatto del viaggio un gesto di ribellione: si pensi alla fuga solitaria dell’artista o dell’intellettuale ottocentesco, lontano da valori sociali e morali che non condivide più. Questo disagio esistenziale e storico spinge al viaggio come evasione e ricerca di un’autenticità diversa, lontana dalla società borghese, utilitaristica e bellicista. Il viaggio viene così ad assumere caratteri antiborghesi, antitetico all’organizzazione dei rapporti sociali e lavorativi moderni. In questo modo, il "mettersi per strada" si rivela un’esperienza, in maniera consapevole o inconsapevole, di ribellione.
Il rifiuto del mondo borghese si traduce in una fuga individuale dalla civiltà e un porsi ai margini di essa. La strada diventa pertanto il luogo dell’inquietudine e della fuga, del progressivo distaccarsi dalle proprie radici culturali: in altre parole la strada diventa lo spazio privilegiato di ribellione, uno spazio libero, che corre ai margini del mondo civilizzato, lo spazio di Jack London e poi di Jack Kerouac.
Jack Kerouac, con il suo “On the road”, ha fatto di questa poetica e pratica di evasione il motivo fondante della Beat Generation, che contesta la società borghese e consumista, il suo conformismo e la sua ipocrisia. Molti giovani di quella generazione hanno ricalcato, concretamente o idealmente, le orme di Kerouac attraverso la scelta di un’esistenza vagabonda sulle strade e sui treni d’America. Si tratta di un atteggiamento volutamente passivo, che non si propone di abbattere le istituzioni per stabilirne altre più consone alle esigenze dell’uomo, ma contrappone, alla falsità della società borghese, la chiusura in un proprio mondo individualista e solitario.
Anche il cinema ha fatto ampiamente proprio questo motivo della fuga dalla vita borghese, che ritroviamo in numerose pellicole: “Easy Rider”, “Zabriskie Point”, “Punto Zero”, “Cinque pezzi facili”, “Paris, Texas”, “Thelma & Louise”, “Into the Wild”, solo per citarne alcuni, tutti molto diversi l’uno dall’altro, ma accomunati dal motivo del rifiuto e della fuga che culminano quasi sempre nello stesso finale: la sola meta che attende i fuggiaschi è la morte, il loro unico destino è quello di soccombere: alla polizia, alla violenza cieca o al destino. Il viaggio di fuga è sempre un viaggio tragico.
Easy Rider esce nel 1969, in un clima particolare per gli Stati Uniti, che nel giro di soli cinque anni aveva vissuto una serie di eventi luttuosi e destabilizzanti: John Fitzgerald Kennedy a Dallas nel 1963, Malcolm X nel ’65, Martin Luther King e il fratello di JFK, Bob, in un solo bimestre nel corso del 1968. E su tutto, l’ombra incombente e mortifera della guerra in Vietnam da una parte e la spinta della controcultura giovanile dall’altra. Questo è il clima in cui nasce l’idea di Easy Rider, il cui titolo è un’espressione gergale del Sud che si riferisce alla possibilità di andare con una prostituta e di usufruire di una “corsa facile”, cioè di una prestazione gratis, evitando di pagare il dovuto.
Easy Rider mette in luce lo stato di degradazione di un’America che ha perso i valori fondativi e si trova ormai in una situazione di stallo, in cui lo smarrimento dell’identità e la violenza sigillano la fine del sogno americano.
Billy e Wyatt, detto Capitan America, partono sui loro choppers. La loro destinazione è verso est (l’esatto contrario di quella di molti film western, genere di cui peraltro il road movie è una filiazione). Fanno molti incontri, piacevoli e no. Nel viaggio di ritorno sono uccisi a fucilate.
Il tema classico del viaggio si mescola con quelli della cultura alternativa degli anni '60: marijuana ed LSD, musica rock (Steppenwolf, The Birds, Jimi Hendrix, Bob Dylan), protesta hippy, pacifismo, crisi del mito americano. La colonna sonora in particolare spesso diventa protagonista della narrazione.
La tecnica di montaggio è quantomeno “bizzarra”, frammentaria, psichedelica, senza regole, con libere associazioni, ripetizioni di parti della scena, scomparsa dell'audio della presa diretta. Non c'è una narrazione lineare, ma ci sono movimenti, spostamenti, piccoli dialoghi e azioni sconnesse, tratteggiate sotto l'occhio documentarista del regista Dennis Hopper.
Il viaggio si caratterizza fin dall’inizio come quello di due outsiders: oltre al loro aspetto fisico, anche il gesto iniziale di Wyatt, che, prima di mettersi in viaggio insieme a Billy, getta via l’orologio dopo esserselo sfilato dal polso, chiarisce le loro intenzioni di tirarsi fuori non solo dal consorzio sociale, con le sue regole e i suoi ritmi, ma anche dai suoi stessi criteri spazio-temporali. Nella scena del cimitero, inoltre, decidono di provare un’esclusione definitiva, eclissandosi e autoannullandosi fuori dalla dimensione storica e sociale, assumendo una dose di LSD, l’acido lisergico diventato il simbolo della Controcultura della fine degli Anni Sessanta. Questa scena rimane la più emozionante del film. Peter Fonda sotto l'effetto dell’LSD si arrampica sino ad abbracciare una statua e si mette a piangere, a farfugliare come un bambino triste e arrabbiato il suo odio verso la madre (la Grande Madre America, all’interno della metafora del film) che lo aveva abbandonato morendo. Visto all'interno del film, il pianto di Fonda si trasforma in preghiera, in lamento verso un'America non più capace di raccogliere i sogni e i desideri delle nuove generazioni.
Il finale lascia l’amaro in bocca, l’amaro della disillusione e della perdita completa di ogni speranza. Tanto più se si pensa che quel finale fu apertamente applaudito nelle sale cinematografiche del Sud degli Stati Uniti, che non era proprio riuscito ad identificarsi in Billy e Wyatt.
Nonostante ciò, Easy Rider, sebbene realizzato a basso costo, divenne ben presto un film di culto, in cui le nuove generazioni potevano riconoscere se stesse e il proprio rifiuto dell’omologazione, che si manifestava nei loro costumi di vita e nel loro aspetto fisico. Oltre ad aver saputo interpretare e mitizzare le aspirazioni di tutta un’epoca, questo film si affermò inoltre come capostipite di un nuovo genere cinematografico, il Road Movie.
Durante il viaggio, i due personaggi incontrano George, un avvocato per i diritti civili, alcolizzato, interpretato da Jack Nicholson. Questo è uno spezzone del dialogo tra lui e Billy:
Billy: Noi non possiamo neanche andare in un alberghetto da 2 soldi. E intendo dire proprio da 2 soldi, capisci? Credono che li sgozzeremo. Hanno paura.
George: Ma non hanno paura di voi. Hanno paura di quello che voi rappresentate.
Billy: per loro noi siamo solo della gente che ha bisogno di tagliarsi i capelli.
George: Oh, no! Quello che voi rappresentate per loro... è la libertà.
Billy: E che c'è di male? La libertà è tutto.
George: Ma certo, è vero, la libertà è tutto. Ma parlare di libertà, ed essere liberi sono due cose diverse. È molto difficile essere liberi quando ti comprano e ti vendono al mercato. (…) Certo sono capaci di parlare e riparlare di questa famosa libertà individuale. Ma quando vedono un individuo davvero libero, allora hanno paura.
Billy: Questa paura però non li fa certo scappare.
George: No, ma li rende pericolosi.

A questo link, i titoli di testa del film, con la celebre “Born to be wild”. Da notare il gesto iniziale di Wyatt, prima di iniziare il viaggio: si toglie l’orologio e lo butta via. Il viaggio che stanno per intraprendere non ha bisogno di uno strumento che regola il tempo della società borghese fondata sul lavoro e sui ritmi produttivi.
https://www.youtube.com/watch?v=s8aftCh3wYI

A questo link la canzone “Ballad of Easy Rider” dei Byrds:
https://www.youtube.com/watch?v=m6wMKprHV9c