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| Lewis W. Hine, Child Coal Mine Workers, 1911 |
Nella fotografia di tipo antropologico e sociologico in genere, il corpo del singolo individuo ritratto assume i connotati della sineddoche (la parte per il tutto). Così una donna affetta da isteria rappresenta la sua malattia, il ritratto del colpevole di qualche reato diviene l’immagine di quel particolare crimine, la fotografia di un uomo ebreo assume su di sé la rappresentazione della “razza ebraica” (usando l’aberrante espressione di quei tempi).
Per la sua capacità oggettiva di riprendere il reale, ma anche di connotarlo in senso generale e tassonomico, la fotografia, fin dalla seconda metà dell’Ottocento, viene anche impiegata come documento di denuncia sociale. A partire dal 1868 Thomas Annan documenta i quartieri più poveri di Glasgow e nel 1877 John Thompson pubblica alcuni scatti che documentano la vita delle classi lavoratrici londinesi. Nel 1907, su richiesta del governo Giolitti, il demografo Francesco Coletti intraprende un’inchiesta sulle condizioni dei contadini e dei minatori, facendo uso della fotografia come strumento di ricognizione visiva.
La fotografia sociale si diffonde rapidamente anche negli Stati Uniti i quali, a cavallo dei due secoli, si ritrovano a fronteggiare nuovi problemi interni, in primo luogo l’immigrazione di massa dall’Europa meridionale e orientale, e poi il lavoro minorile in condizioni precarie, la povertà di alcuni stati in prevalenza agricoli, il degrado delle periferie urbane, fenomeni che favoriscono l'emergere di una serie di movimenti di riformisti che richiedono un maggiore intervento politico in campo economico e sociale. Tra i primi a cercare di documentare visivamente le condizioni delle classi operaie e contadine troviamo Jacob Riis e Lewis Wicker Hine.
