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venerdì 27 marzo 2020
Dei tuoi occhi sepolti nel buio
Dei tuoi occhi sepolti nel buio
non vedo che un guizzo bianco.
Se solo tu mi dessi il permesso
di schiudere l'imposta sulla strada.
C'è luna piena là fuori
in uno strappo di cielo denso.
Non posso voltarmi, come chiedi,
di spalle e far finta di nulla.
Ho bisogno di vedere, lo sai.
Che tormento questi occhi assetati.
Ricordi quella madre sulla soglia scura
con in braccio il suo bambino
attaccato ingordo al piccolo seno.
Mi hai chiesto ancora, sottovoce,
di guardare altrove, lontano.
Eppure lo sai bene
agli occhi non si comanda.
Così ora scelgo di fuggire
e alla luce far pagare la sua pena
perché vedendo il tuo corpo ferito
non ho pianto. L'ho desiderato.
domenica 30 dicembre 2018
Davanti a una mia vecchia fotografia
Sei un tu
fuori di me
prigioniera di uno specchio
di carta
a mille anni luce.
Mi viene incontro
il tuo sguardo ombroso
come un acerbo presagio.
Quanta neve si è sciolta
da allora e le betulle
mostrano il ponente
curvate dal grecale.
Mi guardi dalla cornice ingiallita
e non sai
e non puoi sapere
mentre spingi il tuo giocattolo
così seria
così assorta
nel tuo fingerti donna
e madre in miniatura.
Non conosci l'abisso
negli occhi di tuo figlio.
Chi sei bambina?
in che mondo vivi?
Da quale distanza
mi aspetti?
Chi ti salverà
dall'intrico verde che ti insidia?
La mia mano trema un poco
ti afferra
e quasi non vorrebbe.
Il tempo in mezzo
brucia come un fuoco.
Eppure traspare di luce
la carta sbiadita.
Gioia e scempio
è questa corrispondenza di ombre.
Nella distanza che separa
abita la sola
possibile
bellezza.
domenica 7 maggio 2017
Alda Merini. Un'anima indocile
“Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch’io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti…”
Questi versi fanno parte della raccolta di poesie “Terra Santa” della poetessa milanese Alda Merini, che visse molti anni in manicomio, subendo 46 elettroshock.
La poetessa, afflitta da un grave disturbo bipolare, già a 16 anni era stata internata per un mese nella clinica Villa Turro di Milano. Nel 1962, date le leggi allora vigenti, il marito Ettore Carniti, con il quale si era sposata all’età di ventidue anni e con il quale aveva avuto due figlie, la fece internare, a sua insaputa, nel manicomio “Paolo Pini” di Milano, dove trascorse dieci lunghi anni. La realtà degli istituti psichiatrici in quegli anni era terribile e desolante e l'impatto di Alda con quel mondo fu devastante: “Quando mi ci trovai nel mezzo credo che impazzii sul momento stesso in quanto mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto fatica ad uscire.” Dappertutto nelle corsie e nelle camere dell'ospedale sovrastava un odore acre di malattia, urina e altri fluidi organici, poiché i pazienti defecavano e urinavano a terra. Altri ancora erano legati a letti di contenzione e non facevano altro che urlare fino a perdere conoscenza. Alda Merini denominerà questa visione infernale col nome di “Girone dei Dannati”.
mercoledì 3 febbraio 2016
Parole di pietra - Maria
![]() |
| Ideo Pantaleoni, Ritratto della madre, 1922. |
Mio padre mi parlava di Maria,
cinque figli e un ventre pieno e tondo,
il crine nero a crocchia sulla testa,
passava dritta e fiera per la via.
Faceva a volte l’aria da maliosa,
le mani ai fianchi scesi e prominenti,
la bocca profumata di verbena;
bardata a volte nella ritrosìa
impugnava la granata e senza posa,
dondolando un’antica cantilena,
s’aggirava nel cortile e nella stia.
Di ritorno dai campi, a mezzogiorno,
passava lenta e curva di fascine;
di tanto in tanto, nelle notti illuni,
seguiva suo marito in osteria.
Mio padre l’ha rivista l’altro ieri,
i seni appesi nel grembiule lungo e scuro,
le giogaie grinzose, le mani tremolanti,
ma gli occhi ancora pieni di malìa.
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