Fotografia tratta dal libro “MORIRE DI CLASSE. LA CONDIZIONE MANICOMIALE FOTOGRAFATA DA CARLA CERATI E GIANNI BERENGO GARDIN”, a cura di F. e F. Basaglia, Einaudi 1969. Gianni Berengo Gardin, Firenze, Istituto Psichiatrico, 1968.
"Morire di classe"
Nate a distanza di pochi decenni l’una dall’altra, tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, psichiatria e fotografia tornano più volte, in occasione di significativi cambiamenti socioculturali, a incontrarsi e a incrociare i propri destini. Era successo nella seconda metà dell'Ottocento, quando la psichiatria positivista aveva trovato nel documento fotografico un mezzo realistico per individuare, osservare, catalogare e così dominare la malattia mentale. La tecnica fotografica, in quanto fedele riproduzione della realtà, era considerata una garanzia di obiettività e di scientificità.
Tra la fine degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta del secolo scorso le due culture, ambedue impegnate a ridefinire i propri assetti e statuti, si incontrano ancora una volta, in un contesto di mutamento epocale. Da una parte la psichiatria che stava mettendo in discussione la tradizionale impostazione positivista delle sue teorie e dei suoi luoghi di cura (gli istituti psichiatrici), dall'altra un gruppo di fotografi fortemente impegnati nel sociale, che decide di imbracciare la macchina fotografica e di documentare con sguardo diverso la pratica e l'istituzione della cura mentale.
