martedì 13 novembre 2018

L’immagine si forma nell’occhio dello spettatore

Claude Monet, I papaveri, 1873, Musée d’Orsay, Paris.

Quando comincia l’arte contemporanea? Gli storici non sono tutti d’accordo nel collocarne le origini.
Ma in cosa consiste, di preciso, l’arte contemporanea? Su cosa basiamo queste, seppure ambigue, periodizzazioni?
Detto molto brevemente, l'arte contemporanea è un’arte che ridefinisce il proprio ruolo e il proprio territorio di appartenenza, cercandolo non più nel terreno della rappresentazione, cioè della mimesi del reale. Già a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, infatti, anche in seguito all’avvento della fotografia, l’arte cessa di porsi come specchio del mondo (o finestra, per usare un’altra metafora). Proprio in questo periodo ha inizio quel processo di abbandono del concetto di verosimiglianza, che apre la strada all'affermarsi di un'autonomia dell’arte rispetto al compito mimetico che per secoli le era stato proprio.
Claude Monet, Impression, soleil levant, 1872, Musée Marmottan Monet, Parigi.

In questi anni, la fotografia mette a disposizione uno strumento di riproduzione della realtà fedele e veloce, occupando di prepotenza uno dei campi specifici in cui si muoveva la pittura: quello di riprodurre la realtà. Grazie alle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche, che portano alla nascita della fotografia e del cinema e che perfezionano le tecniche della riproduzione a stampa, la civiltà occidentale diviene sempre più una civiltà delle immagini ma, paradossalmente, la pittura in questo processo si trova a svolgere un ruolo sempre più marginale. Competere con la fotografia sul piano del naturalismo sarebbe stato perdente e perfettamente inutile. Alla pittura bisognava trovare un’altra specificità che non fosse quella della riproduzione naturalistica.
Secondo alcuni teorici, questo cambiamento di rotta, è da rintracciare già nell’arte impressionista. L’impressionismo non è solo un movimento passeggero, ma rappresenta un modo del tutto nuovo di percepire il mondo attraverso le facoltà ottiche, una struttura inedita di conoscenza e interpretazione della realtà sensibile e di concezione del rapporto tra l’artista e il mondo, tra l’arte e la società. Con gli impressionisti, in poche parole, ha origine una coscienza visiva nuova, che trasforma la pittura in uno strumento di analisi della visione, aprendo presto la strada alla ricerca dei cubisti e delle avanguardie.

Monet, Primavera a Giverny, 1890.

Come è noto, per l’Impressionismo, la materia dell’arte non è la realtà, ma la percezione di questa. Esso è, infatti, caratterizzato dalla tendenza a rappresentare le impressioni fuggevoli e la mutevolezza dei fenomeni atmosferici, piuttosto che l’aspetto stabile e concettuale delle cose. L’attenzione è posta soprattutto sugli effetti prodotti dalle variazioni costanti e impercettibili della luce sulle cose e sulla natura. E proprio tale concentrazione sulla "impressione", cioè sulla percezione della realtà da parte dell'occhio umano, implica di fatto uno spostamento dell'attenzione dalla realtà oggettiva alla ricezione soggettiva e la consapevolezza che l’arte non costituisce una copia della realtà, ma la trasposizione di una percezione. Gli impressonisti non cercano di dipingere un oggetto, ma di riprodurre le sensazioni immediate, le ‘impressioni’ che questo oggetto dà loro e che variano a seconda del momento e del soggetto che le prova.

Pierre-Auguste Renoir, Sulla terrazza, 1881, The Art Institute di Chicago.

L’ambizione degli impressionisti di congelare un'impressione visiva fuggevole coinvolge il fattore tempo, nel modo di pensare la percezione e di trasporla sulla tela. Quale "impressione" conserviamo quando vediamo una scena per un tempo molto breve? Cosa abbiamo ricordato, cosa abbiamo ignorato? Queste sono le domande a cui questi pittori cercano delle risposte. Gli impressionisti vogliono catturare ciò che li ha catturati: un'atmosfera umida e triste di un piovoso pomeriggio, per esempio, l'espressione concentrata o sognante sul volto di un bambino, un raggio di sole su un edificio, ecc ... Lo sfondo e i dettagli sono trattati in modo molto sommario, perché tali elementi sfuggono di solito allo sguardo di un osservatore moderno, che si limita a dare delle rapide occhiate.

Pierre-Auguste Renoir, La Grenouillère, 1869, Nationalmuseum di Stoccolma.

Quella di Manet e degli altri Impressionisti costituisce una svolta epocale, che è prima di tutto una rivoluzione ottica. Essi scoprono come l’arte tradizionale avesse elaborato un modo per rappresentare uomini e oggetti in condizioni quanto mai artificiali, facendo posare i modelli negli studi dove la luce entra dalla finestra, e usando il chiaroscuro, cioè il graduale passaggio dalla luce all’ombra, per suggerire l’idea del volume e della consistenza. Ma la rappresentazione delle forme si era talmente consolidata in questo artificio, da dimenticare come all’aria aperta non sia possibile cogliere le gradazioni di passaggio dall’ombra alla luce. Guardando la natura all’aria aperta, noi non vediamo oggetti singoli, ciascuno con il suo colore, ma piuttosto una mescolanza di toni che si fondono nell’insieme della percezione. Alla luce del sole i contrasti sono netti, senza passaggi graduali; gli oggetti sono molto più brillanti, e anche le ombre non sono così uniformemente grigie o nere, dato che la luce, riverberandosi dagli oggetti circostanti, influisce sul colore delle parti in ombra.
Gli impressionisti non rappresentano la realtà così com’è, nelle sue forme e colori definiti, come si darebbe in un ambiente ideale, ma la realtà immersa in una natura continuamente cangiante. Come i romantici, essi affermano il principio della soggettività dell’autore, il primato della visione individuale, ma la natura da essi rappresentata non è quella eterna e infinita dei romantici, ma quella che si offre all’occhio umano in un’impressione fuggevole.

Claude Monet, Treno nella neve, 1875.

L’oggetto degli Impressionisti è una realtà fatta di luce e di macchie di colore, così come è percepita dall'occhio umano. Questo nuovo modo di vedere il mondo determina un nuovo modo di dipingerlo, basato sulla separazione metodica degli elementi - luce, ombra e colore. Viene meno, prima di tutto, il disegno, con i contorni netti che definiscono la forma e suggeriscono i volumi. La prospettiva non è più basata su regole geometriche, ma è ottenuta grazie alla gradazione sottile di tonalità. Inoltre, gli impressionisti fuggono dal chiaroscuro e dai forti contrasti di ombre e luci. Cercano le sfumature e le loro ombre sono sempre cariche di riflessi colorati. Infine, usano i colori puri, che vengono giustapposti sulla tela, lasciando che essi si mescolino e si combinino solo nell’occhio dell’osservatore. Anzi, tutto accade dalla parte dello spettatore, perché è la percezione a mettere insieme forme e colori, che sulla tela sono invece scomposti in macchie, linee e punti (si pensi alla tecnica del pointillisme), determinando la formazione dell’immagine. L’attenzione si concentra sull’effetto finale e sulla visione d’insieme, non sui dettagli. Gli impressionisti accostano macchie di colore nel tentativo di raccogliere il materiale grezzo della visione e di risvegliare nello spettatore l’intensità della percezione, come vibrazione cromatica. A questo fine, l’immagine richiede, da parte dello spettatore, di essere vista alla distanza giusta, la quale sola permette una percezione ottica adeguata.

Claude Monet, La passeggiata (Camille Monet con il figlio Jean sulla collina), 1875, National Gallery di Washington.

La pittura degli impressionisti, insomma, vuole affidarsi all’autenticità della percezione dell’occhio e non al pregiudizio di come gli oggetti dovrebbero apparire secondo le regole accademiche. Essi vogliono dipingere ciò che vedono, non ciò che conoscono, “sostituendo un’arte di percezione a un’arte di concetto e rivendicando così all’opera il diritto a essere giudicata per se stessa e non per la sua corrispondenza a principi a essa estranei” (B. Denvir, Impressionismo).

Claude Monet, La Gare Saint-Lazare, 1877, Museo d'Orsay, Parigi.


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