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mercoledì 28 marzo 2018

Le ombre di Caligari

Das Cabinet des Dr. Caligari, regia di Robert Wiene, 1920.

In pittura, tutte le ombre sono segni semiotici (non naturali), perché sono sempre intenzionali, proprio come tutto il resto che il pittore decide di includere nell'immagine (in pittura, le ombre rappresentate hanno la stessa qualità fisica degli oggetti che le producono: sono entrambi dei motivi pittorici, perciò “ontologicamente” equivalenti). In cinema e fotografia, tuttavia, le ombre possono essere sia intenzionali che accidentali, puri fenomeni fisici che per caso sono stati catturati dall'immagine fotografica. Per il semplice fatto, però, che tali ombre entrano nell'inquadratura, vengono accettate dall'artista, diventano parte integrante della composizione dell'immagine e possono essere sia notate che interpretate, esse cessano di essere un puro fenomeno ottico e diventano un segno visivo dotato di significato.

In una rappresentazione, le ombre disincarnate, cioè indipendenti, sono quasi sempre intenzionali e costituiscono degli elementi drammatici autonomi.
Un film in cui l’ombra indipendente rappresenta un motivo alquanto rilevante della narrazione è un capolavoro del cinema espressionista tedesco degli anni Venti del secolo scorso, “Il Gabinetto del Dottor Caligari” (ne ho parlato qui). Ciò è talmente vero che, in questo film, spesso le ombre non sono ricavate da particolari effetti di illuminazione, ma dipinte direttamente sui fondali e sulla pavimentazione; sono, cioè, parti della scenografia, elementi dello stilizzato décor espressionista per cui la pellicola è diventata così famosa.
Dopo questo film, le ombre hanno spesso accompagnato sullo schermo i pazzi e i criminali, in armonia con antiche credenze che vedono nell’ombra l’emanazione di una natura doppia, oscura, spesso malvagia, dell’individuo.
Nella foto vediamo un fotogramma molto famoso del film, occupato dalla figura del Dottor Caligari sulla sinistra e dalla gigantesca proiezione della sua ombra sulla destra. Quest’ultima è molto più grande del personaggio, ed è deformata. L'ombra esternalizza ed espande il carattere interiore di Caligari, la sua malvagità e la sua megalomania. Mentre la posizione del personaggio in carne e ossa, con le braccia come se stesse proteggendo il petto, appare innocua e benigna, la sua enorme ombra con il pugno non serrato e le dita adunche rivela il sé nascosto e sinistro del dottore. Come nelle credenze popolari in cui la vera natura di una persona è tradita dalla sua ombra, nel film di Robert Wiene l'ombra distorta e minacciosa rivela la vera natura del personaggio; la sua proiezione è un’apertura dentro la sua sfera interiore. Come sottolinea Stoichita, l’accento posto sulla mano, presentata come strumento di azione, conferisce all’ombra un ruolo attivo, come fosse un “attante malefico”.
Nella scena in cui il sonnambulo Cesare esegue il primo omicidio, non vediamo agire direttamente il personaggio, ma la sua ombra proiettata sulla parete:


L'ombra incarna il doppio malefico, un alter ego "oscuro", un Doppelgänger.
Tutto il film si basa sul meccanismo della proiezione e del doppio: l'ombra è una proiezione di Cesare, quest'ultimo è una emanazione di Caligari (che lo controlla con l'ipnosi), l'intera storia infine è il frutto della mente malata di Francis, che per quasi tutta la pellicola svolge il ruolo di narratore. Tutto ciò cui assistiamo non sono altro che proiezioni; le stesse ombre sulle pareti non sono che il doppio del film in quanto tecnica figurativa.
Lo stile dell'espressionismo permetteva ai registi di esplorare il regno contorto dell’inconscio, dei desideri repressi, delle fissazioni, delle paure, aprendo nuovi regni di indagine psicologica. “Il Gabinetto del Dottor Caligari” ha fondato l’uso della luce e delle ombre come strumento per riflettere la psicologia del personaggio - una nozione che sarebbe continuata nel cinema tedesco e si sarebbe riversata nel film noir.

A questo link, il film per intero:




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