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martedì 26 luglio 2016

Ribelli e rivoluzionari - SISIFO

                                Tiziano Vecellio, Sisifo, 1548 circa, Madrid, Museo del Prado.


Nell'oscurità degli inferi, un uomo sale lentamente verso la cima di un monte. Arranca curvo, con i muscoli tesi, i piedi ad ogni passo si puntano sulla roccia, le braccia muscolose sono piegate e spingono un enorme macigno. Tra orrendi spasmi, è riuscito a issare il masso sulla cima della montagna, ma, come attratto da una forza misteriosa, esso torna indietro rotolando velocemente giù per il pendio, fino ai piedi dell'altura. E allora l'uomo si raddrizza sulle gambe e ridiscende. Protende le braccia sul macigno e ricomincia a spingerlo piano, tra spasmi e sudori, su per il monte. E ogni volta la storia si ripete uguale, senza fine. Questo è il castigo eterno di Sisifo, così come descritto da Omero, perché egli ha osato ribellarsi agli dei.
Sisifo incarna un gesto di ribellione particolare. Figlio del dio Eolo, fu saggio e prudente per alcuni, scaltro e un po' brigante per altri. Fonda e governa la città di Corinto e, per dare alla sua città una fonte d'acqua perenne, rivela ad Asopo, dio dei fiumi, che la figlia Egina è stata rapita da Zeus. Per punirlo dello sgarbo, il padre degli dei gli invia Thanatos, la morte, per condurlo nell'oscura voragine del Tartaro. Ma Sisifo è forte ed astuto. Prima riesce a farlo ubriacare e poi lo lega con delle catene. Ha sconfitto la morte con la forza dei suoi muscoli e con la sua scaltrezza e sulla terra non perisce più nessuno. Ares, il dio della guerra, è furioso: sui campi di battaglia non muore neanche un soldato. Così interviene per liberare Thanatos, che riesce a trascinare Sisifo nel Tartaro. Ma l'astuzia dell'eroe non ha limiti. Prima di andare, Sisifo comanda alla moglie di non dargli gli onori della sepoltura, cosa inaccettabile anche per gli dei degli Inferi. Così Sisifo ottiene il permesso di ritornare sulla terra per tre giorni per imporre alla moglie di eseguire i riti funebri, ma una volta riemerso nel mondo dei vivi, non tiene fede ai patti. Quando la morte ritornerà a prenderlo, alla fine dei suoi giorni, Sisifo ritornerà nel Tartaro, dove sarà sottoposto alla terribile punizione di Zeus: spingere fino alla cima di un monte un grosso macigno, il quale, raggiunta la vetta, rotola immancabilmente giù. E Sisifo deve cominciare la sua fatica da capo.
Anche Sisifo, come Prometeo, osa sfidare la legge degli dei, ma non certo in nome di un ideale, di una causa giusta, come era stato per colui che aveva donato il fuoco all'umanità. La sua ribellione alla volontà di Zeus è dovuta soltanto al suo attaccamento alla vita terrena. Sisifo è l'eroe che si ribella alla morte.
La punizione di Sisifo è il castigo del non-senso, la pena dell'assurdo. E proprio con il sottotitolo "Saggio sull'assurdo", il filosofo e scrittore francese Albert Camus pubblica il suo libro "Il mito di Sisifo" (1942). La vita vale o non vale la pena di essere vissuta? E' questo il vero problema della filosofia. Per Camus la vita è come il castigo di Sisifo: l'uomo si affanna a costruire opere e a cercare una ragione e uno scopo in ciò che fa, ma il tempo corrode tutto e alla fine l'unico esito è sempre la morte. La dimensione costitutiva e più peculiare dell'esistenza umana è l'assurdità: le cose e gli eventi non hanno alcun senso. La giusta risposta di fronte a tale assurdo è la non-rassegnazione, anzi la rivolta (uno dei concetti-chiave della filosofia di Camus). Contro l'insensatezza del mondo l'uomo può e deve avere il coraggio di reagire levando alta la sua voce, la sua protesta; solo ribellandosi, l'esistenza può acquistare un suo significato. In un'opera successiva, "L'uomo in rivolta", con la frase " mi rivolto, dunque siamo ", Camus stravolgerà completamente il "cogito ergo sum" cartesiano.
Questo dipinto di Tiziano raffigura, nell’oscurità della voragine infernale, la fatica del corpo di Sisifo che sconta la sua pena. Il dipinto in esame fa parte della serie di tele che Tiziano realizzò tra il 1548 e il 1549, raffiguranti i quattro ribelli del mito, puniti eternamente nell'Ade: Issione, Tantalo, Tizio e Sisifo. I dipinti erano stati commissionati a Tiziano dalla regina Maria d'Ungheria, sorella dell'imperatore Carlo V, con l’intento di associare ai quattro soggetti delle tele i principi tedeschi che si erano sollevati contro suo fratello, che li aveva sconfitti un anno prima a Mülhberg.
Di queste quattro opere, soltanto due sono sopravvissute, il Tizio e il Sisifo, che attualmente si conservano presso il Museo del Prado di Madrid.
Dal tardo XVI secolo e per tutto il Barocco, questi soggetti saranno molto amati dai pittori che, dipingendo quei corpi nudi dall’anatomia in estrema tensione, dimostravano tutta la loro maestria realizzando le monumentali figure nude, ritratte in scorci complessi e in atteggiamenti sofferenti, tipici della sensibilità barocca.
Questo dipinto mostra bene quelle che sono le caratteristiche tecniche principali dello stile di Tiziano, dove protagonista assoluto è il colore. La scoperta dei pittori veneti consisteva nell'utilizzare come mezzo rappresentativo solo il colore o prevalentemente il colore. Tale scoperta prese il nome di Tonalismo . E' la gradazione di tonalità coloristiche ciò che suggerisce rilievo e atmosfera e plasma le immagini. Più che al disegno, che Tiziano considerava solo uno schema, sono la luce e il colore gli elementi che danno forza espressiva all'opera.
Questa in basso è invece l'interpretazione del mito che ne diede il pittore simbolista Franz Von Stuck, caratterizzata da un'atmosfera densa di mistero e di cupa visionarietà.

Franz Von Stuck, Sisifo, 1920.


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